Bambini che si arrabbiano: capire l’aggressività e sopravviverci

Aggressione, conflitto, competizione

Cosa sono i comportamenti aggressivi? Ecco qualche distinzione importante prima di cominciare.

Un conflitto interpersonale nasce quando due individui si trovano in disaccordo; in questo caso, si sviluppa uno scambio interattivo, un momento sociale che può addirittura diventare positivo se gestito in modo appropriato. Dagli studi emerge che solo una piccola parte dei conflitti interpersonali termina in un’aggressione; i bambini, nel risolvere questi conflitti, danno prova di una certa “saggezza” e capacità di mediare.

Anche la competizione si distingue dall’aggressione, in quanto sono presenti regole che mitigano la stessa: si tratta di una forma cooperativa, un tacito accordo della serie “Ok, vediamo chi è il più forte, ma senza farci male”. Osservando i bambini che si cimentano in giochi aggressivi è evidente come vi sia una certa attenzione a non ferire, a limitare i danni [anche se spesso possono accadere piccoli incidenti, ricordate che il bambino sta imparando tutto, non ha un perfetto controllo psico-fisico] o come il gruppo elegga un arbitro.

L’aggressione vera e propria nasce dalla deliberata intenzione di nuocere, sul piano fisico o verbale; può essere strumentale, ossia volta a eliminare un ostacolo [se voglio le caramelle e la mamma mi impedisce di averle, potrei mettere in atto un comportamento aggressivo verso di lei per scacciarla e ottenerle!] oppure ostile; in questo caso lo scopo è unicamente far male all’altra persona.

Alle origini dell’aggressione

In due secoli di psicologia ci sono state tantissime teorie per spiegare l’aggressività e il suo sviluppo. Scopriamo brevemente le più importanti. A partire da Freud, che teorizzava la presenza di un istinto di morte, ovvero vedeva l’aggressione come un istinto primordiale; in seguito, la Scuola di Yale sviluppò la teoria della frustrazione-aggressività: l’aggressione scaturisce da un’interferenza con la realizzazione dei propri obiettivi.

L’etologia sottolinea la funzione adattiva dell’aggressione (Konrad Lorenz; notate che l’approccio etologico è interessantissimo); secondo questa teoria, l’aggressività nasce dalla contesa delle risorse e del territorio. In pratica, l’animale più forte vincerà cibo, acqua, territorio, strappandogli agli altri.

Infine, secondo la teoria dell’apprendimento sociale, l’aggressione non è una predisposizione umana, ma il frutto di alcune condizioni. In particolare, è il frutto di un processo di apprendimento: se l’aggressione porta i risultati sperati, la userò più spesso. E come dargli torto!

Il bambino, alla nascita, non ha padronanza delle emozioni, che emergono in modo primordiale. Dopo i 4 mesi si cominciano a distinguere le emozioni negative quali rabbia e tristezza. Il percorso di differenziazione e padronanza di queste emozioni è lungo e dura per tutto il corso dell’infanzia. Ad ogni modo, dopo i 7-8 anni si può presumere che il bambino sia in possesso di un buon autocontrollo e sappia riconoscere i vari stati d’animo.

Impariamo dai libri e dalla scienza

Da quanto scritto, emergono due punti che potremmo applicare nella vita quotidiana con i bambini:

1 – L’aggressività si impara: se un bambino, mordendo o strillando, ottiene il risultato che voleva, gli avremo insegnato un terribile comportamento e lo farà ancora. Quindi, ci vuole fermezza. Altrimenti, ci troveremo un bambino che alza le mani o offende per raggiungere i suoi obiettivi.

Come fare? Intanto, riconoscere le situazioni a rischio ed evitarle: se il bimbo è stanco, meglio non metterlo alla prova, soprattutto nei luoghi pubblici. In secondo luogo, tenere duro: la fatica di non assecondare oggi sarà ripagata domani, e viceversa.

2- L’aggressività ha un movente: se siamo un po’ furbetti e riusciamo a scovarlo, potremo sfruttarlo per incentivare un comportamento migliore. Vi faccio un esempio. Il bambino vuole una caramella che abbiamo in tasca. Se lo sappiamo, invece di aspettare che faccia i capricci e pesti i piedi per terra, potremmo fargli fare un gioco per vincerla, o dargli una “missione”. “Se porti la borsa della spesa fino a casa, ti darò la caramella.” In questo modo, una fonte potenziale di aggressività viene spostata su un’azione prosociale, utile.

Mamma, mi aiuti tu a non spaccare tutto?

Prima non abbiamo citato Winnicott, un altro psicologo piuttosto famoso che parlava di funzione di holding, vale a dire di contenitore. Il bambino inizia a separare le varie emozioni negative intorno ai 4 mesi e il processo va avanti fino agli 8 anni. La rabbia esplode come una granata, all’improvviso. Tuttavia, il bambino non ha gli strumenti per gestire da solo la situazione, perde il controllo. E’ importante che i genitori sappiano riconoscere questo bisogno, che gli siano vicini. Spesso, un vigoroso abbraccio della mamma può aiutare a sfogarsi e a ritrovare la serenità.

Ci sono libri che insegnano, con immagini e colori, cos’è la rabbia. Possono essere utili

Abbandonare il bambino non lo aiuta, bisogna essere presenti e vicini a lui, anche quando si esercita fermezza nell’impedire che la sua esplosione aggressiva vada a buon fine (come spiegato nel paragrafo prima).

Come supporto, dobbiamo imparare a distinguere l’aggressività dalla frustrazione. La prima va controllata, la seconda superata. I bambini non sanno gestire le piccole frustrazioni della quotidianità e spesso hanno reazioni esagerate; in questo caso, dopo i 4 anni, si può cominciare a parlare con loro, a strutturare piccoli rituali per gestirla.

Il castello di sabbia: ai bimbi di 5-7 anni particolarmente sensibili alla frustrazione, proponiamo un gioco; costruiamo insieme un castello di sabbia e poi lo distruggiamo. Apparentemente è una sciocchezza, ma in quell’azione si incanala l’aggressività della distruzione, mescolata alla frustrazione di veder svanire il proprio lavoro. Naturalmente ci vuole un grande, una guida, che insegni ai bambini ad esprimere le loro emozioni, che parli e giochi con loro.

Anche gestire la sconfitta e il fallimento è fondamentale nella gestione di rabbia e frustrazione, ma è un argomento ampio e complesso, che affronteremo nella prossima puntata. I libri per imparare le emozioni hanno una funzione importante, se utilizzati dai genitori come momento di condivisione. Nel caso della rabbia che sfocia in aggressività, vi segnaliamo Che rabbia! 

E’ normale che mio figlio stia costruendo una base missilistica per vendicarsi della merendina rubata?

Abbiamo detto che l’aggressività è cosa normale, che il bambino crescendo impara a regolare le proprie emozioni, che va tutto bene e di non preoccuparsi.

Quindi non devo preoccuparmi se i miei bambini hanno appena piazzato dieci chili di dinamite sotto la casetta giocattolo degli amici che gli hanno rubato la macchinina?

Come sempre, non è così facile. Ci sono vari disturbi della condotta, legati anche alla scorretta gestione di queste emozioni. In quei casi, non sarà una guida sul web ad aiutarvi, ma solo uno specialista. Se un bambino aggredisce violentemente i compagni in più occasioni, se nonostante l’intervento educativo ha seri problemi di socializzazione, allora è il caso di rivolgersi a uno psicologo o a un neuropsichiatra infantile.

Qui poi c’è il caso buffo delle segnalazioni delle insegnanti. Di solito, appena una maestra segnala questo tipo di comportamenti, parte l’invettiva furibonda dei genitori “Come si permette di dire questo di mio figlio?”. Per un’osservazione migliore, andate al parco giochi: se il bambino non riesce a giocare senza litigare e venire alle mani, se viene escluso dagli altri e questo genera aggressioni, se il suo comportamento prepotente è vicino al bullismo, allora forse è bene rivolgersi a uno specialista.

Bibliografia e sitografia