Troppo spesso ci capita di dover affrontare dilemmi postmoderni con un repertorio emozionale adatto alle esigenze del Pleistocene.

Questa è una celebre frase di Daniel Goleman, di quelle che stanno bene appiccicate in una vignetta, ma che tuttavia ha il pregio di arrivare dritta dritta al punto: di fronte alle condizioni economiche e tecnologiche della nostra epoca, a una società plasmata sui media, decentralizzata, di fronte ad un’autoreferenzialità galoppante, che fine hanno fatto le fonti di comunicazione e di senso più autentiche?

Più in breve, che fine hanno fatto le emozioni?

Devono essere state inghiottite da qualche buco nero, qualche regione sconosciuta dello spazio-tempo, per far scaturire un così forte desiderio di cercarle ovunque, nei libri, sui social, nelle riflessioni filosofiche o pedagogiche. Noi abbiamo maturato nel tempo una convinzione un po’ banale: tutto questo gran parlare di emozioni nasconde un cambiamento epocale, una piccola, grande rivoluzione del cuore.

Siamo tornati a riconnetterci con il nostro io più profondo. A fatica, stiamo cercando dentro di noi. Solo che non sempre riusciamo a sentire bene, a sentirci per quello che siamo e non per quello che ci chiedono di essere. Come uomini e donne. Come madri e padri. A volte anche come bambini e basta.

In tanti lo chiamano analfabetismo emotivo: ne abbiamo parlato tante volte anche noi, quando era un’espressione timidamente accennata e meno in voga di adesso.

E’ un analfabeta emotivo colui che, incapace di riconoscere e controllare le proprie emozioni. inaridisce a poco a poco il suo cuore, incapace di provare empatia e compassione.

Siamo dunque diventati cinici automi, freddi ed impassibili di fronte alla vita? Crediamo di no.

Spesso abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulle emozioni, convinti che siano parte intrinseca del nostro essere e che, forse, più che tanta visibilità al tema, servirebbe dare tempo al cuore. Un cuore spesso strizzato tra impegni, doveri e persino metodi.

Quei metodi che ti dicono che fare, come farlo e quando. Quei metodi che a volte dicono troppo, a volte troppo poco, ma ti lasciano sempre con un senso di incompiuto, di amaro in bocca. Quei metodi che escono da libri, sempre più sterili e asserviti a una logica di mercato per cui anche “emozione” diventa una parola chiave da vendere.

Sapete che esiste un bellissimo articolo pubblicato da Elena Dusi su Repubblica qualche anno fa ed intitolato “Aiuto, i nostri romanzi hanno perso le emozioni?”.

Stando all’articolo e alle ricerche di Alberto Acerbi, antropologo italiano all’università di Bristol che ha lavorato con Ngram Viewer sull’ormai enorme archivio di narrativa digitalizzata conservato da Google, i testi che rimandano a ciascuna emozione diminuiscono di anno in anno.

Per quanto riguarda i testi in italiano, la variazione linguistica sta a sottolineare in parte il cambiamento percettivo, in parte un cambio di stile della scrittura delle emozioni, radicalizzata o verso l’astrazione, o verso l’emotività espressa in modo semplicato, quasi iconografico (la rabbia è rossa, la tristezza blu …).

Ora pensateci: essere meno capaci di raccontare le emozioni significa provarne di meno? Siete pronti a partire con la vostra rivoluzione del cuore?

Ripartiamo da noi stessi per raccontare le emozioni. Partendo dalle priorità.

Chi scrive ha l’arduo compito di trasferire tendenze e sensazioni nella narrativa, facendo proprio il mondo altrui e condividendo il proprio. Per parlare di emozioni, dovremmo riscoprirci un po’ tutti narratori, così come avevamo già detto in un contributo pubblicato qualche tempo fa.
Leggere, raccontare, scrivere e “buttar fuori” arte: questo è emozionarsi ed emozionare!

Questo è aprire il cuore. La prima cosa da fare per riscoprire se stessi è chiedersi: quali sono le mie vere priorità? I nostri figli hanno meno bisogno di Nintendo, computer, lezioni di danza e partite di calcio di quanto hanno bisogno di NOI. E noi con loro.

L’emozione da vivere e da poter raccontare è sedersi ad ascoltare che è successo durante il giorno, fare qualcosa, qualsiasi cosa insieme, leggere e sorridere. Smettiamola, una volta per tutte, di parlare di emozioni ed emozioniamoci davvero. Iniziamo col darci le priorità: noi e chi sta dentro al nostro cuore. Tanto basta.

Noi abbiamo raccontato tutto questo in Felice come un FIORE. L’inizio di un percorso, ancora in divenire.

fin, il folletto degli indovinelli

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a cura di Alessia de Falco