Romeo e Giulietta: adattamento per bambini

Romeo e Giulietta per bambini

Sceneggiatura: Virginia Billi, Doppiaggio: Virginia Billi, Illustrazioni: Alessia de Falco

I Capitolo

I Capitolo

Capuleti e Montecchi (Festa in maschera)

Nella bella Verona s’apre la nostra scena, al tempo della nostra storia, era una città ricca e potente ma senza pace. Le alte mura e le vie acciottolate risuonavano delle voci concitate dei giovani Capuleti e Montecchi, due nobili famiglie rivali, che andavano in giro per la città inquieti come vespe, con la spada in mano, pronti a punzecchiarsi fino ad arrivare a battersi in duello per un nonnulla. La gente del popolo, terrorizzata da quei continui battibecchi, si chiudeva in casa appena li vedeva arrivare. Qualcuno però, riusciva sempre ad avvisare il Principe, chiedendo di riportare la pace. Così, quella mattina, ancora una volta, quando due servitori dei Capuleti incontrarono due uomini dei Montecchi, bastò uno scambio di battute a far scoppiare il caos nella città. Il Principe, giunto a galoppo, in gran fretta, con i suoi soldati.

Principe: “ Ci risiamo! Capuleti e Montecchi, nemici della pace! Come osate turbare la quiete delle nostre strade? Vi avverto, questa è l’ultima volta, alla prossima meschina lite, pagherete con la vostra vita.”

Così tuonò il Principe, ristabilendo la calma nella città. In quella calda giornata di Luglio, il vecchio messer Capuleti diede un grande ballo
in maschera, al quale vennero invitate molte belle dame e molti nobili cittadini. Erano presenti tutte le più ammirate bellezze di Verona e ogni ospite era il benvenuto, purché non appartenesse alla casa dei Montecchi. Alla festa dei Capuleti venne invitata anche Rosalina, di cui era innamorato Romeo, figlio del vecchio Montecchi, e benché fosse pericoloso per un Montecchi farsi vedere in una tale riunione, Benvolio, amico del giovane Romeo, lo persuase a intrufolarsi alla festa con una maschera al volto. Romeo si convinse ad andare per amore di Rosalina, perché era un innamorato sincero e appassionato, che perdeva il sonno a causa del suo amore e che rifuggiva la compagnia degli amici per poter star solo a pensare alla sua bella, la quale non ricambiava il suo affetto nemmeno con la più piccola dimostrazione di cortesia o di gentilezza. Benvolio desiderava curare l’amico da questo amore non corrisposto, col fargli vedere dame e fanciulle. Fu così che Romeo, Benvolio e il loro amico Mercuzio entrarono mascherati alla festa dei Capuleti. Il vecchio Capuleti, Padrone di casa, diede loro il benvenuto, dicendo che tutte le fanciulle che non avevano i piedi tormentati dai calli avrebbero certamente danzato con loro. Il vecchio signore era gioviale e allegro e disse che anche lui, da giovane, soleva recarsi alle feste mascherate per poter sussurrare frasi d’amore all’orecchio delle belle fanciulle.

I tre giovani si misero a ballare; ma ben presto Romeo, dimenticò la sua amata Rosalina, rimase immobile come una statua colpito dalla bellezza di una fanciulla che danzava a pochi passi da lui: era di un tale splendore che gli sembrò che insegnasse alla torce come far luce, tanto bella che, nella notte, si sarebbe potuta paragonare a un ricco gioiello portato da un Moro.

Romeo: «Bellezza troppo ricca per farne uso, troppo preziosa per questo mondo; sembra una colomba in mezzo ad uno stormo di corvi» sospirò Romeo. «Tanto la sua grazia e la sua perfezione rifulgono al di sopra delle sue compagne». Mentre Romeo pronunciava queste parole, fu udito da Tebaldo, nipote di messer Capuleti, che lo riconobbe dalla voce. Tebaldo, uomo di carattere violento e tempestoso, non poté tollerare che un
Montecchi si fosse introdotto alla loro festa con un simile sotterfugio, fremente di collera, avrebbe voluto colpire a morte il giovane Romeo per quell’oltraggio. Ma su zio, il vecchio nobile Capuleti, non gli permise di farlo, sia per rispetto ai suoi ospiti, sia perché Romeo s’era comportato da gentiluomo e perché tutta Verona lo considerava un giovane virtuoso e ben educato. Tebaldo, costretto così, contro la sua volontà, a frenare la propria ira, giurò in cuor suo che quel vile di un Montecchi avrebbe dovuto, in un altro momento, pagare cara quella sua intrusione.

Finite le danze, Romeo notò il posto in cui si sedette la bella fanciulla, e quasi senza rendersene conto, come un sonnambulo Romeo si fece largo attraverso il salone affollato, finché fu davanti ad una ragazza che da vicino era radiosa e mille volte più bella di quanto avesse scorto da lontano.
Gli sguardi dei due giovani, pieni d’incanto misto a timidezza, s’incontrarono come riconoscendo una persona a lungo cercata. Lei, arrossendo, non riuscì a staccare gli occhi dal giovane. Romeo, d’istinto, le prese la mano quasi a trattenerla.

Romeo: “ Mia signora, se la mia mano ha offeso la tua, prendendosi questa libertà, ti prego di perdonarmi! Le mie labbra rosse come due timidi pellegrini cercheranno di rendere morbido l’aspro contatto con un tenero bacio.” disse Romeo pieno d’amore.

Giulietta – “ Buon pellegrino, – rispose la fanciulla – la vostra devozione è oltremodo garbata e cortese, ma i santi hanno mani che i pellegrini possono toccare, ma non baciare.

Romeo: “I pellegrini non hanno labbra come le hanno i santi? .” chiese Romeo.

Giulietta: “Sì – rispose la fanciulla – labbra che debbono però usare nella preghiera.” disse lei abbassando gli occhi sorridenti.

Romeo – “Oh, allora, mia cara santa, – esclamò Romeo – ascoltate la mia preghiera e, se non volete farmi disperare, esauditela! E come una falena è attratta dalla fiamma della candela, così i due giovani unirono le loro labbra in un bacio, mentre la musica taceva e gli invitati scomparivano.

Esistevano solo loro due, in un mondo che si spegneva per accenderne un altro. A interrompere quel momento, arrivò una donna robusta dalle ampie sottane e dalla voce squillante:

Balia: “ Padroncina, padroncina, vostra madre vi sta cercando. Deve parlarvi urgentemente!”

La giovane con il viso accalorato per essere stata sorpresa dalla sua nutrice, si allontanò velocemente e a malincuore, Romeo, trattenne la Balia.

Romeo: “ Devi conoscere bene quella dolce fanciulla, ti prego ho bisogno di sapere chi è.”

Balia: “Oh, che domande, è la figlia del padrone di casa. L’ho allattata da quando era in fasce. Il nome che cercate è Giulietta, Giulietta Capuleti.” rispose con orgoglio l’allegra Balia

La Balia rincorse la sua giovane padroncina, voltandosi indietro un’ultima volta per dare un’occhiata al giovane Romeo, che nel frattempo aveva riconosciuto. Romeo rimase impietrito in preda allo sgomento, aveva offerto il suo cuore ad una nemica. Anche Giulietta si sentì sconvolta quando scoprì che il gentiluomo col quale aveva parlato era Romeo, un Montecchi, poiché era stata presa come lui da una travolgente e sconsiderata passione. Le sembrò un fatto prodigioso, che dovesse nascere un amore tra lei e il suo acerrimo nemico.

Quando fu mezzanotte, Romeo lasciò la festa con i suoi amici, ma perdettero subito di vista l’innamorato. Romeo, addolorato, sospirò – “ Ridete amici. Perchè ride delle cicatrici altrui solo chi non è mai stato ferito.”

Il nostro giovane Romeo, assorto e distratto dai suoi malinconici pensieri incapace di allontanarsi dal luogo in cui aveva lasciato il suo cuore, scavalcò il muro del giardino che si trovava dietro la casa di Giulietta.

II Capitolo

Promesse nella notte

Romeo era lì da pochi istanti e mentre stava pensando al suo nuovo amore, Giulietta, apparve al balcone, la sua stupenda bellezza parve a Romeo illuminare la notte come luce del sole nascente, mentre la luna, che rischiarava il giardino con debole luce, gli apparve pallida e sofferente per l’abbagliante fulgore di quel nuovo sole. Romeo, vedendo la fanciulla con la mano appoggiata sulla guancia, ebbe l’ardente desiderio d’essere un guanto infilato in quella mano per poter toccare quella guancia.

Giulietta, credendosi sola, emise un profondo sospiro ed esclamò: “Ohimè ”

Romeo, rapito dal suono di quella voce sussurrò, senza farsi sentire: “Oh, parla ancora, angelo luminoso, poiché dall’alto mi appari come un
alato messaggero del cielo, che per ammirarlo i mortali reclinano il capo all’indietro.”

Giulietta, ignara di essere udita, e ancora traboccante della passione che l’incontro di quella notte aveva acceso nel suo cuore, invocò il nome del suo amato che credeva assente esclamò: “O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.”

Romeo, incoraggiato da queste parole appassionate, avrebbe parlato volentieri, ma desideroso di udire dell’altro, si trattenne, e la fanciulla continuò: “Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu , anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.”

A quelle parole, Romeo sbucò dall’ombra dicendo: “Chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più
Romeo.”

Giulietta, spaventata nell’udire quella voce nell’ombra esclamò: “Chi sei tu, che protetto dal manto della notte ascolti il mio pensiero segreto?”
Ma quando il giovano parlò di nuovo, la voce dell’innamorato fu così dolce che la fanciulla intuì subito che si trattava del giovane Romeo, anche se le sue labbra non avevano ancora pronunciato che poche parole. Giulietta lo rimproverò dolcemente per il pericolo cui si era esposto scavalcando il muro del giardino e gli disse che se qualcuno dei suoi parenti lo avesse scoperto, quel luogo sarebbe stato la sua tomba, essendo lui un Montecchi.

“Ahimè!” esclamò Romeo “c’è maggior pericolo negli occhi tuoi che in venti delle loro spade. Ma se tu non mi ami veramente, lascia pure che i tuoi mi trovino qui. È meglio che la mia vita finisca per mezzo del loro odio, piuttosto che vivere senza il tuo amore.”

“Come ti sei introdotto in questo luogo e chi ti è stato di guida?” domandò la bella Giulietta.

“Amore” rispose Romeo. “Io non sono un navigante, ma anche se tu fossi lontana da me come la vasta spiaggia bagnata dall’oceano più lontano, metterei a repentaglio la mia vita per conquistare un tesoro tanto prezioso.”

Un rossore si diffuse sul volto di Giulietta , e con il cuore che le batteva forte lo chiamò “Mio bel Montecchi” (sapete, l’amore può anche addolcire un nome così amaro).

Giulietta continuò: “Come saprò che mi amerete anche domani, alla luce del sole?”
Romeo: “Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro…”

Ma Giulietta lo fermò: “Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, per timore che anche l’amor tuo riesca incostante a quel modo. Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, ed io ti crederò.”

Dalla stanza della giovane si udì una voce che la chiamava con insistenza: “Giulietta…. Giulietta? È l’alba va a dormire.”

La balia interruppe i due giovani innamorati.

Romeo “Domani, fatti trovare alla Cappella di Frate Lorenzo e ci sposeremo.”

Giulietta sparì dentro per poi ricomparire pochi minuti dopo, più emozionata che mai.

Giulietta: “Si verrò alla cappella di Frate Lorenzo domani, ma ora vai. Buonanotte, buonanotte amore mio.”

Romeo non voleva separarsi da lei, perché la musica più soave per gli innamorati è il suono delle loro voci nella notte. Ma alla fine riuscirono a separarsi, augurandosi reciprocamente un dolce sonno per quella notte. Quando i due si separarono era già giorno e Romeo, troppo preso dal ricordo della sua bella e dal loro fortunato incontro, non aveva alcuna voglia di dormire e invece di recarsi a casa, prese una strada che conduceva a un convento, dove intendeva incontrarsi con Frate Lorenzo.