Stiamo medicalizzando i bambini?

Daniele Novara è un pedagogista che da anni si batte contro l’eccesso di medicalizzazione che avviene silenziosamente tra i banchi di scuola. La sua denuncia, ponderata ma molto severa, accusa la psicologia e la medicina di aver messo in secondo piano il bambino come persona, producendo danni terrificanti.

L’Istat segnala che negli ultimi anni sono raddoppiate le certificazioni di disabilità (legge 104), quadruplicati i Dsa (Disturbi specifici di apprendimento – legge 170/2010) e da ultimi sono dilagati i cosiddetti Bes (Bisogni educativi speciali). Per salire su ciascuno di questi binari occorre una diagnosi neuropsichiatrica e quindi si ha diritto a un insegnante di sostegno o a un programma specifico con facilitazioni attinenti anche alle prove di verifica. Il risultato finale è che in una classe elementare italiana un bambino su 4 è in media portatore di una diagnosi attinente a un deficit specifico.

Fonte: Avvenire, 2017

Secondo Novara, due sono gli elementi problematici:

  • la rinuncia all’educazione: di fronte a un disturbo, o ad un comportamento disturbante, per il quale ci sarebbero numerose soluzioni educative e pedagogiche, si preferisce ricorrere alla neuropsichiatria
  • l’incapacità di comprendere il bambino: bambino che può essere immaturo, non uguale agli altri; che all’interno di una classe ci siano differenze, anche notevoli, è risaputo e naturale; medicalizzarle, però, è sbagliato, una vera e propria violazione dei diritti dei bambini

Il pedagogista sostiene che parte del problema derivi dalle famiglie: eccessivamente emotive e nervose, non sono più in grado di raccogliere la sfida educativa con il coraggio necessario.

La vera emergenza è la disattenzione crescente nei confronti dell’educazione quasi che i bambini possano farcela da soli senza un cantiere ben organizzato da genitori, insegnanti e adulti.

Novara, tuttavia, non si limita alla denuncia: il suo Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti sta mettendo in piedi un cantiere teorico e operativo per curare con l’educazione.

Cosa vuol dire curarsi con l’educazione?

Lo screening, che come sottolinea Daniele Novara è divenuto una vera e propria moda, permette sì di individuare una difficoltà, ma la limita al momento presente, senza dire nulla sul bambino che, di quella difficoltà, si fa carico. Si tratta di un’istantanea, dallo scarsissimo valore educativo e dalla dubbia valenza psicologica:

Nel 2010 una legge dello stato, la 170, ha proposto la possibilità di fare degli screening per verificare casi di difficoltà. Questi screening sono diventati quasi una moda, tant’è che alcune regioni li attuano addirittura all’asilo nido. Pensiamo al Veneto, dove si sono davvero scatenati.
L’ipotesi da cui parte tutta una serie di screening “forsennati” è data dalla prevenzione.
Ma chiediamoci: cosa significa prevenire in un’epoca in cui la mente del bambino è estremamente plastica? La crescita è il campo dell’immaturità, del pensiero magico, della distrazione, del gioco … di tutto ciò che non ritroviamo più nell’età adulta. Non possiamo voler anticipare le tappe evolutive con forzature sempre più ossessive, così come non possiamo pensare di voler avere dati certi su scale di valori molto opinabili.
Quando parliamo di prevenzione dovremmo capirci. A scuola si possono prevenire molti problemi non certo andando a pre – diagnosticare con tabelle fisse i comportamenti infantili ma assumendosi la responsabilità pedagogica che compete ad ogni singolo insegnante.

Fonte: CPP

Ma ipotizziamo di abolire questi screening, le etichette e gli strumenti compensativi; supponiamo che, i bambini realmente medicalizzati siano quella percentuale minima che davvero presenta difficoltà notevoli e non curabili attraverso l’educazione. Cosa fare con tutti gli altri? Cosa vuol dire curare con l’educazione?

Ecco alcuni degli spunti, che la scuola potrebbe rendere operativi, suggeriti dal pedagogista:

  • lavorare sul gruppo: la scuola ha a disposizione metodologie come il circle time, la maieutica e il mutuo insegnamento, che permettono di lavorare sull’intero gruppo; proprio questa tipologia di lavoro permette di superare debolezze caratteriali e comportamentali inserendole nel contesto sociale
  • didattica attiva e personalizzata: un buon insegnante sa che ogni bambino è unico, senza bisogno di un’etichetta psichiatrica o psicologica; è l’unicità della funzione educativa, che tuttavia sembra esser stata sostituita da un’unicità della cura
  • rimettere al centro l’educazione: educare significa lavorare su dinamiche relazionali e ambientali che non hanno a che fare con la sfera medica, ma unicamente sulle credenze dell’individuo, sui suoi valori e sulla sua capacità di trasmetterli

Parafrasando un po’ il pensiero di Daniele Novara, potremmo dire che: laddove la cura psicologica e neuropsichiatrica isola l’individuo “malato”, provando a curarlo nella sua solitudine e specificità di paziente, al contrario l’educazione cura rimettendo al centro la dimensione sociale, quella che aiuta a star meglio ma, soprattutto, che permette a ciascuno di valorizzare i propri punti di forza attraverso il lavoro di squadra.

a cura di Matteo Princivalle