Questa è la storia di un verdefante, il primo della sua specie.

C’era una volta un flacone di detersivo che si era affezionato alla casa in cui era finito. Lavaggio dopo lavaggio, aveva scoperto di trovarsi proprio bene in quel ripostiglio, nel suo cantuccio tra la porta e la lavatrice.
Un giorno, tuttavia, il detersivo finì. Il flacone, affranto, fu accantonato tra i rifiuti, in attesa di essere gettato nel bidone della plastica (era finito in una famiglia civile, perbacco!).
“Se solo potessi diventare un elefantino, come quelli con cui giocano i miei bambini” sospirava, ricordando con nostalgia tutte le volte in cui, dalla porta socchiusa del ripostiglio, aveva visto i bimbi giocare con gli elefantini di porcellana.

Ma il destino di quel flacone non era certo la discarica: infatti, passava da quelle parti la fatina del riciclo e della fantasia (per riciclare ci vuole fantasia e la fantasia si occupa perlopiù di riciclare pensieri, ecco il perché dello strano accostamento), che udendo il pianto e i sospiri si fermò sul davanzale.
“Perché piangi? Perché ti disperi?” domandò al flacone.
“Il mio tempo è finito, ma io non voglio finire tra i rifiuti. Vorrei rimanere qua, con i miei bambini. Vorrei giocare con loro”.
La fatina, commossa da quel desiderio puro e gentile, tirò fuori dalla sua borsetta un pennello e con un magico schiocco di dita riempì il davanzale di tubetti colorati.
“Ci penso io: dammi qualche minuto e sarai il più bello tra gli elefantini di casa. Altro che raccolta differenziata!”.
Purtroppo, la fatina era ancora un’apprendista e nemmeno delle più studiose. Invece di esercitarsi con il magico schiocco di dita preferiva giocare a guardie e ladri volanti, insieme alle altre fatine; a causa della sua pigrizia, in ogni magia c’era sempre qualcosa che non quadrava. E infatti, tra i colori sul davanzale mancavano sia il bianco che il nero.
“Con rispetto, signora fatina, ma non si è mai visto un elefante che non sia grigio” protestò il flacone di plastica, mentre la fata armeggiava tra i colori.
La fatina, dopo aver imbracciato pennello e tavolozza, portò un dito alla bocca: “C’è una logica colorata: il pittore non deve che obbedire a lei, mai alla logica della mente”.
La frase l’aveva copiata ad un grande pittore, ma il significato era cristallino: il flacone si trovò dipinto di verde, dalla testa ai piedi.
Chiamarlo elefante sarebbe stato un insulto alla logica, così la fatina del riciclo e della fantasia lo ribattezzò verdefante e – vi assicuro – mai ci fu elefantino (o forse dovremmo dire verdefantino) più amato dai bambini.
A loro, infatti, non interessava che l’elefante fosse del colore giusto, perché non c’è un colore giusto per divertirsi né un colore giusto per voler bene a qualcuno.

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