Com’è nato il colore rosa

Com’è nato il colore rosa

Testo di: Maria Minniti

C’era una volta un magico castello circondato da valli fiorite in cui giocavano gli unicorni alati della principessa Iridia.
Blu, verdi, gialli, rossi, viola, arancioni: ognuno brillava di un colore diverso e alzandosi in volo lo disperdeva nell’aria, come un pittore.

Grazie agli unicorni, nel regno c’erano alberi blu, laghetti arancioni e prati azzurri. Ma la meraviglia più grande era il castello di Iridia, che cambiava colore ogni giorno, come un vestito. Ogni mattina la principessa dava un’occhiata fuori e si vestiva con gli stessi colori del castello, per rimanere al passo con la moda del giorno.

Finché un mattino, spalancando la finestra, Iridia sgranò gli occhi incredula: il castello era bianco! Bianche le torri, bianco il giardino, gli alberi, i prati, tutto bianco, come in quella cartolina che le aveva inviato la principessa Bufera dal Regno del Nord.
“Non voglio diventare come lei!” strillò la principessa, “triste, noiosa e terribilmente fuori moda. Guardie, trovate il responsabile di questo misfatto”.

Un drappello di pastelli colorati partì immediatamente, dopo aver temperato per bene le punte, nel caso di una battaglia.
La sera fecero ritorno al castello trascinando un unicorno alato tutto bianco, arrivato da chissà dove. Era stato lui: si era divertito a volare in lungo e in largo imbiancando metà del regno prima di cadere nella rete delle guardie.
La bellezza di quell’animale non intenerì la principessa bisbetica, che ordinò: “Spuntategli le penne delle ali, così non potrà più volare e scolorire il mio regno”.

Detto fatto, il povero unicorno Bianco si ritrovò senza piume a guardare gli altri unicorni che volavano felici. Dopo un po’ le penne ricrebbero, ma lui preferì non volare, perché non aveva nessuno con cui farlo.
Un mattino, mentre passeggiava nei prati da solo, fu colpito da una palla. Era sfuggita a un piccolo unicorno rosso, veloce come una scheggia, che si scusò sorridendo e strizzandogli l’occhio.
“A giocare da solo, ogni tanto mi scappa la palla” disse.

“Gioca con me!” gli disse di rimando l’unicorno bianco, “Non volo da un pezzo, ma sono sicuro di essere ancora il più veloce”. Tutt’a un tratto aveva ritrovato la spavalderia di un tempo.
“Ah sì? Prova a prendermi” rise l’altro, e decollarono come due jet, inseguendosi in una spettacolare battaglia acrobatica. Le scie bianche e rosse si mescolarono alla rinfusa nel cielo, spruzzando colore qua e là.
I pastelli provarono a intervenire, ma senza successo.
Correvano qua e là strillando: “La principessa andrà su tutte le furie. Ci farà temperare la testa”.

Ma questa volta, ebbero una lieta sorpresa: quando Iridia si affacciò alla finestra, si innamorò subito del nuovo colore che aveva coperto i campi, gli alberi e le case del suo regno.
“Com’è bello! Quant’è originale!” cinguettò la principessa. “Chissà chi ha inventato questo colore straordinario… Lo chiamerò rosa! E diventerà il mio colore preferito”.

E così fu: quel colore, nato dall’amicizia tra l’unicorno bianco e quello rosso addolcì il cuore di Iridia, che presto si sposò con un principe. Per quell’occasione, chiamò l’unicorno Bianco e dopo essersi scusata in mille modi con lui gli fece tingere ogni cosa – vestito e castello compresi – di bianco. Ma solo per un giorno, s’intende.