Per lavorare sull’intelligenza emotiva, dobbiamo cominciare dalla costruzione di un lessico emotivo. Leggiamo insieme queste semplici osservazioni che ci espone John Gottman in “Intelligenza emotiva per un figlio: una guida per genitori“:

Fornire ai figli le parole può aiutarli a trasformare una sensazione amorfa, raccapricciante e sgradevole in qualcosa di definibile, e quindi con confini ben precisi, come ogni altro normale elemento all’interno della vita quotidiana. La collera, la tristezza e la paura diventano così esperienze comuni a tutti e che tutti sono in grado di gestire. Dare un nome alle emozioni, va di pari passo con l’empatia. Un genitore vede il figlio in lacrime e dice: «Ti senti triste, non è vero?». Ora il bambino non solo si sente compreso, ma ha anche una parola per definire il suo stato d’animo. Studi specifici indicano che l’atto di dare un nome alle emozioni ha di per sé un effetto rasserenante sul sistema nervoso, e aiuta i ragazzi a ricuperare più in fretta dalle situazioni di turbamento. Sebbene non si sappia con esattezza come agisca questo effetto rasserenante, la mia teoria è che parlare di un’emozione mentre la si sta provando impegna il lobo cerebrale sinistro, che è il centro del linguaggio e della logica. Ciò, a sua volta, può aiutare il bambino a concentrarsi e a tranquillizzarsi. Come abbiamo già discusso in precedenza, le implicazioni connesse all’insegnare a un bambino a calmarsi da solo sono davvero notevoli. I ragazzi che sanno tranquillizzarsi da soli sin da piccoli mostrano molti segni di intelligenza emotiva. È probabile che riescano a concentrarsi meglio, ad avere migliori relazioni interpersonali, a riuscire meglio a scuola e godano di una salute più robusta. Il mio consiglio ai genitori, quindi, è di aiutare i figli a trovare le parole per descrivere quel che stanno provando. Ciò non significa suggerire ai bambini quel che dovrebbero sentire. Significa semplicemente aiutarli a sviluppare un vocabolario con cui esprimere le loro emozioni. Maggiore sarà la precisione con cui i ragazzi riusciranno a esprimere i loro sentimenti, meglio sarà, per cui cercate di aiutarli a «sputare il rospo». Se vostro figlio è arrabbiato, ad esempio, potrebbe sentirsi frustrato, infuriato, confuso, tradito o geloso. Se è triste potrebbe sentirsi ferito, abbandonato, geloso, svuotato, depresso“.

FONTI

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