Televisione: non basta non guardare. Perché occorre indignarsi se manca la qualità dell’informazione.

Non basta non guardare, bisogna confrontarsi.

Non basta non guardare. O voltarsi dall’altro lato. Perché le informazioni arrivano in ogni caso e anche fuori dal nostro controllo. Oggi siamo abituati a un costante bombardamento di notizie, più o meno interessanti, più o meno approfondite, provenienti da svariati media. In questo panorama la televisione mantiene un ruolo di spicco, rappresentando lo strumento più utilizzato, da adulti e bambini. Ma non solo: stanno prendendo sempre più piede nuove forme di interazione diretta e istantanea date dai social e dalle più svariate forme di messaggistica.
Confrontarsi in famiglia, mostrarsi spettatori attivi, è il primo passo per aiutare i nostri figli a non assorbire loro malgrado questo flusso: documentandosi, approfondendo, scontrandosi con pareri diversi dal loro e credendo nelle proprie idee.12966526_10154214556382369_1074404439_n

Educomunicare con i nativi digitali

Come sempre, riteniamo educazione e comunicazione due componenti di un medesimo ecosistema.
Se un tempo le esperienze di comunicazione avvenivano prevalentemente in presenza, forse anche più filtrate, oggi ci troviamo di fronte a nuove configurazioni in cui la produzione della conoscenza e del sapere è profondamente mutata.
I media hanno un ruolo nella percezione della realtà: è per questo fondamentale che la famiglia abitui da subito bambini che ormai comunemente definiamo “nativi digitali” a interagire in maniera corretta con i flussi di notizie che arrivano dall’esterno. Anche e soprattutto prendendo posizione verso ciò che viene appreso, sviluppando un senso critico, confrontandosi. Purtroppo non si può evitare che le informazioni passino, talvolta anche senza il filtro di un adulto. Il compito dei genitori è di proteggere, educomunicando: non potremo mai evitare tutto, possiamo però crescere bambini forti e capaci di scegliere. Sempre che noi siamo stati per loro adulti in grado di farlo. Anche di fronte ai media.



E se i media non sono etici? Insegniamo a riflettere e criticare, con le giuste parole.

E’ notizia recente quella di una trasmissione televisiva nazionale che ha ospitato il figlio di un noto criminale, intervistandolo su un libro di cui è autore. Chiaro che non vogliamo, in questa sede, dare giudizi di merito sull’operato di un canale televisivo nazionale. Ma sicuramente è un episodio di cui i ragazzini più grandi sentiranno parlare. Magari ponendosi la stessa domanda che ci siamo posti noi da adulti, ovvero: perché?
Sarebbe molto semplice insegnare che non occorre indignarsi o protestare, oppure che se qualcosa infastidisce o non interessa è sufficiente voltare la faccia da un’altra parte. Ma casi come questi ci offrono l’occasione per riflettere insieme. Il mondo cambia se noi vogliamo cambiarlo. Se, a fronte dei messaggi ricevuti e magari non apprezzati, siamo in grado di giustificare il nostro fastidio e far sì che le cose cambino. L’unica cosa che possiamo fare, verso generazioni sempre più esposte all’insostenibile leggerezza del nulla, aggravata da futili motivi, è dargli gli strumenti per sviluppare senso critico, per manifestarlo in maniera strutturata e coerente. E forse, se i bambini di oggi un domani sapranno indignarsi e anche agire, senza restare passivamente a guardare o a non guardare, allora davvero apriremo la strada ad un reale cambiamento. Non solo alle parole che finora sono state, nella maggior parte dei casi, pronunciate al vento.