Troppi stimoli e iper socializzazione: insegniamo ai bambini l’importanza della solitudine

La solitudine fa paura, soprattutto da bambini. Si è soli perché si è sempre più spesso figli unici o perché il mondo del lavoro impone ai genitori di trascorrere poco tempo con i propri figli. Non bisogna però lasciarsi sopraffare dal senso di colpa: imparare a restare soli può rappresentare una risorsa, non soltanto una fuga dalla realtà o una condizione di disagio.

La solitudine può essere una compagna per il bambino, perché permette di stimolare la fantasia, l’immaginazione e l’indipendenza. Insegniamo il valore di saper stare da soli, senza abituare i piccoli ad essere soli.

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SENTIRSI SOLI O SAPER STARE DA SOLI?

La lingua inglese ci aiuta a distinguere le due diverse accezioni della parola solitudine: “loneliness” è il termine che indica il sentirsi soli ed infelici per questa condizione, mentre “aloness” sentimento che indica la capacità di stare da soli, con se stessi, implicando una competenza. A tale pratica la società occidentale non abitua i propri bambini. Tutta l’attenzione è rivolta verso la socializzazione, a volte perseguita a tutti i costi.

Lo stare con se stessi non è inteso come una abilità da coltivare nello sviluppo e spesso il bambino che gioca da solo suscita diffidenza o preoccupazione. Si teme la solitudine e la si combatte con l’iper-socializzazione, l’iper-stimolazione, rischiando così di restare sempre accesi, collegati, senza mai a staccare la spina. Il momento di sosta nello spazio vuoto viene evitato con ogni mezzo. In realtà bisogna imparare a restare soli: nell’incertezza, nello sconosciuto si spalancano le infinite possibilità dell’essere.

Per questo, sin dalla più tenera età, è fondamentale saper incontrare se stessi, nella solitudine e nel silenzio. Alleniamo i bambini a non fare, per nutrire se stessi, dato che la solitudine è una potente ricarica, sin da piccoli.

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Spesso si raccomanda ai genitori di non intervenire nel gioco autonomo dei bambini, lasciandoli liberi di restare soli. E’ un bisogno fondamentale: il silenzio è vitale, aiuta a rigenerarsi, a staccarsi dagli stimoli. Non basta il sonno per ricaricare le pile: è importante ritagliarsi dei momenti da trascorrere nello spazio vuolo, nel silenzio, dove non c’è nulla che arriva dall’esterno e dove sembra che non stia accadendo nulla. Si tratta di un benefico esercizio per adulti e bambini: nell’allenamento a questo momento di “non- fare”, coltivando l’attenzione verso se stessi, si impara a nutrire l’essere.

I momenti di distacco dall’altro sono fondamentali e aiutano a crescere. Abbiamo spesso citato John Bowlby e la teoria dell’attaccamento, che sostiene che nello sviluppo l’individuo interiorizza uno stile relazionale a seconda del tipo di legame che egli acquisisce con le figure accudenti. Se lo stile di attaccamento è sicuro il bambino potrà percepire questo legame come rassicurante e protettivo: in questo modo sarà stimolato ad esplorare l’ambiente circostante, ad avventurarsi per il mondo, rischiare, sapendo che alle sue spalle vi sono sponde sicure che lo conterranno, una base sicura a cui tornare. Se figura accudente è stata “sufficientemente” buona, il bambino si sentirà al sicuro anche stando da solo. E’ necessario fare questo recupero nella veglia, attraverso un’educazione alla solitudine.

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SOLITUDINE COME VIA PER L’INDIPENDENZA

E’ inevitabile che prima o poi ci si scontri con la solitudine e si debba imparare a far da sé. E’ altrettando normale che i genitori siano spaventati da questa situazione e dalla perdita di controllo. Gli adulti hanno la responsabilità di educare i propri figli in modo che possano affrontare con successo la loro vita da persone indipendenti. Per questo è fondamentale aiutarli a sviluppare certe abilità che li aiutino a vivere nuove sfide con sufficiente fiducia in se stessi.

Saper gestire la solitudine è sicuramente tra le competenze necessarie a crescere e comporta lo sviluppo di ulteriori “talenti”, quali la capacità di gestire il proprio tempo, l’analisi e la soluzione dei problemi, lo sviluppo dell’immaginazione. Un bambino deve poter riconoscere lo stato di solitudine come una sensazione temporanea concreta e imparare a utilizzarla e canalizzarla. È importante che impari a sentirsi bene con se stesso e che sperimenti come può godersi il tempo da solo intraprendendo attività come la lettura, camminare, giovare, ascoltare musica, creare …

Non dimentichiamo mai che la solitudine è amica della fantasia: non c’è modo migliore che lasciare tranquillo un bambino per permettergli di sviluppare un mondo interiore pieno di storie fantastiche.