Quante volte ci chiediamo se facciamo abbastanza?
Quante volte ci sembra che manchi sempre qualcosa per essere davvero felici?

Sempre più spesso le persone manifestano una profonda insoddisfazione che parte dall’ambito personale, lavorativo, per arrivare a quello familiare.

L’INSODDISFAZIONE E’ NEI “NO” CHE DICIAMO A NOI STESSI

In un mondo popolato dallo sbandieramento di successi e perfezione più o meno superficiale, è inevitabile fare confronti o sentirsi inadeguati. Il problema è che, sempre più spesso, ci ritroviamo ad affrontare l’insoddisfazione tra le pareti di casa.

Metodi che appaiono la panacea di tutti i mali e non lo sono, scarsa collaborazione, un clima di “vorrei, ma non posso” che agisce da potente deterrente verso molti aspetti della gestione del quotidiano.

Ci si chiede cosa sia il meglio per i figli, dimenticandosi che, prima di qualsiasi metodo, il meglio per i figli siamo noi genitori. Se riusciamo ad esserci davvero.

Se anche voi vi siete ritrovati qualche volta a provare questa situazione di profondo malessere, accorgendovi che si ripercuote inevitabilmente sulla vostra famiglia, vi invitiamo a leggere questa frase:

Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere.

Marian Wright Edelman

LA BANALITA’ DEL BENE

Cosa vogliamo dirvi? Che l’insoddisfazione è spesso spia di malessere, ma può essere anche un buon punto di partenza per guardare dentro di sé. A volte, essere insoddisfatti ci indica che abbiamo la consapevolezza che il cammino che stiamo percorrendo non è quello giusto.

In famiglia, al lavoro e nelle relazioni con gli altri.

E allora? Allora troviamo la forza di cambiare, ma non attraverso gesti eroici, mirabolanti lavori di reframing o studi sui massimi sistemi. Troviamo la forza di cambiare, acquisendo la consapevolezza della banalità del bene, quello che facciamo e quello che riceviamo: imparare o riscoprire che l’amore è nelle piccole cose è il più grande motore del cambiamento.

SPUNT-ESERCIZIO: pensiamoci come una “gibigiana”

La luce non è altro che la nostra energia, la nostra attenzione, la nostra volontà. Ciò che sentiamo “non perfettamente funzionante” nel rapporto con gli altri, figli compresi, è spesso l’incapacità di focalizzare la nostra luce, di vivere a pieno.

Avete presente quando eravamo piccoli e giocavamo alla “gibigiana”, la luce rimandata da una lente, spesso da quella dell’orologio, sulla parete? Ecco, la vita funziona più o meno così. Dovremmo solo provare a cercare quella luce dentro di noi e proiettarla sugli altri, senza i filtri dei luoghi comuni, delle aspettative sociali, del nostro bisogno di conferme.

Quando si parla di educazione, ci si dimentica spesso che l’educazione è amore per la vita, prima ancora che per gli altri esseri umani. E che, per far crescere, dobbiamo crescere noi. Per far vivere ad altri le emozioni, dobbiamo vivere le nostre a pieno. L’insoddisfazione non ci aiuta a farlo. Per cui … Pensiamo alla “gibigiana”.

a cura di Alessia de Falco