Videosorveglianza a scuola: ennesima follia

Videosorveglianza a scuola per smascherare gli insegnanti “cattivi”

Oggi spunta un articolo a dir poco agghiacciante; i genitori insistono, a quanto si dice, nel volere impianti di videosorveglianza negli asili.

Raccontano i firmatari vari: “Maltrattamenti, strattonamenti, pallonate. È per questo motivo che fino ad oggi non ho ancora mandato mia figlia (ha 21 mesi) all’asilo”. Poi: “Sono padre di una bambina che a settembre andrà all asilo San Romano, al Portonaccio, Roma, ultimo nella cronaca per episodi di violenza su bambini di tre anni”. Infine: “Mio figlio è stato vittima di maltrattamenti psicologici, oggi ha problemi di autostima

Ultimamente sono emersi alcuni tragici casi di violenze scolastiche. Gravi, da condannare: è giusto che i responsabili paghino. Però si tratta di casi. Non è ancora, per fortuna, prassi scolastica maltrattare i bambini. Il clima di terrorismo diffuso spesso maschera l’incapacità di comunicare con i bambini.

Noi siamo contrari nella maniera più assoluta.

Il patto educativo




Nel maggio 2013 il Garante Antonello Soro scriveva: “No all’uso generalizzato delle webcam negli asili nido. Troppi rischi per la riservatezza e il libero sviluppo della personalità dei bambini”. Vietò, allora, l’uso di telecamere in un asilo nido privato di Ravenna. Quattro anni dopo, sulla questione, lo stesso garante apre. Dice a “Repubblica”: “È un tema che ci interroga e non va banalizzato. Nessuno sottovaluta che asili nido possono diventare teatro di insopportabili violenze nei confronti di soggetti debolissimi e incapaci di denuncia, ma questo problema non può essere risolto dalle tecnologie. Il processo educativo fonda molta della sua efficacia nella libertà della relazione tra educatore e bambino, in un rapporto di spontaneità e naturalezza.

Una volta esisteva tra scuola e famiglia una cosa chiamata patto educativo. Una sorta di vincolo fiduciario: io genitore affido mio figlio a te insegnante affiché lo educhi al meglio. Oggi questo vincolo sembra essersi indissolubilmente disciolto, al punto che mamma e papà chiedono di sorvegliare con una telecamera gli insegnanti. E’ un segnale gravissimo, indice di una frattura insanabile.

Se si arriva al punto di richiedere una forma di controllo così invasiva, significa che le ragioni di base della scuola sono venute meno. A questo punto, meglio chiuderle. Che ciascuno educhi da se i propri figli, come crede. Nella sfiducia è impossibile educare; un insegnante che si trova bistrattato dallo Stato e dequalificato dalle famiglie a questo livello come può lavorare motivato?



Attenzione ai segnali dei bambini

La videocamera più potente ed accurata sono gli occhi attenti di mamma e papà. Un bambino vittima di maltrattamenti mostra segnali piuttosto evidenti. Un bambino la cui autostima viene minata a scuola una volta a casa sarà ugualmente sofferente.

E se un primo passo può essere parlarne a scuola, con gli insegnanti (“Mi sembra che mio figlio ultimamente sia piuttosto insicuro, cosa possiamo fare insieme?“), di fronte a risposte elusive o poco collaborative si può passare ad un professionista dell’educazione o della salute, pedagogista o psicologo. Ma questo rientra nel patto educativo: ciascun bambino ha le sue debolezze, le sue difficoltà, è la natura umana. Genitori e maestre devono lavorare in armonia per dargli strumenti per viver meglio. Quando questo non avviene, la scuola diventa inutile e dannosa.

Fonte: 

L’articolo originale è apparso in data 29/03 su Repubblica.it, a quest’indirizzo: http://www.repubblica.it/scuola/2016/03/29/news/i_casi-136457436/