Viola e il Celeste immenso

C’era una volta una ragazza senza nome. Non lo aveva perché nessuno glielo aveva dato o forse perché lei non aveva voglia di ricordarselo. Le sue giornate passavano, più o meno lente, avvolte da un magico colore che lei chiamava, non senza slanci un po’ puerili di poesia, celeste immenso. Celeste era il colore dei suoi occhi da bambina, celeste era il cielo che si ritrovava sopra la testa al levar del sole, celesti i punti lasciati dai non ti scordar di me in mezzo al prato. Celesti erano pure i suoi pensieri, riempiti di briciole di gioia regalata dalle piccole cose: il profumo dell’erba bagnata di rugiada, il buon sapore di una fetta di torta inzuppata nel latte al mattino.

Così trascorreva la vita della fanciulla senza nome, persa in un mondo fatto di minuscole certezze che rendevano tutto un po’ più lieve, un po’ più leggero. Cosa desiderare di più? Cosa chiedere alla vita se non di dipingere storie ogni giorno, usando quel colore tanto intenso? Eppure alla giovane mancava qualcosa, c’era come un prurito persistente nel suo animo, un fastidio indefinito. Non lo sapeva spiegare, ma non riusciva a provare veramente gioia. Nonostante montagne assolate e nuvole in festa, nonostante il calore d’estate, il suo sole non splendeva, il celeste non le bastava. Era come la sua mente disegnasse blocchi di neve a coprire tutto, un buio perenne fitto da tagliare, un nero così nero da non lasciare nemmeno spazio ai mostri e alle paure.

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Art: Giuditta Solito

Arrivò l’oscurità nei pensieri e nel piccolo cuore: inaspettata, e nemmeno tanto spiegabile, visto che a portata di mano c’era proprio tutto. Fu quel giorno che la fanciulla senza nome iniziò a farsi chiamare Mantoscuro la fattucchiera: fiera di aver imparato a non vedere, a non soffrire. A mischiare le carte nel modo giusto per imbrogliare il destino. Restava immobile, inerte, concentrata su pensieri che le annerivano l’anima, certa che quello fosse l’unico modo per essere felice. O perlomeno per sopravvivere. Passò del tempo, tanto tempo, abbastanza da permettere alla neve nera della sua mente di ghiacciarsi in un muro perenne, dove anche gli incubi più bui faticavano a prendere forma. Finché accadde, Mantoscuro se ne accorse: nella coltre scura che aveva cancellato il celeste del suo cielo era rimasto un buco, molto piccolo per dire la verità, ma molto luminoso.

Forse avete sentito parlare dei buchi neri, quelle entità spaziali capaci di inghiottire tutto. Bene, questo buco faceva la stessa cosa nel cuore della ragazza, ma al contrario: un piccolo soffio di primavera in un mare di notti non dormite. Invece di inghiottire cose, il buco che lacerava il buio le sputava fuori, coriandoli di colori e sensazioni che andavano a poco a poco a spazzare via il nero. Ed era strano, perché più Mantoscuro cercava di richiuderlo, più il forellino nel suo cuore si apriva e diventava grande, fino, un giorno, a sbatterle un fascio di luce celeste proprio in faccia, quasi accecandola. La fattucchiera, colpita da quella pioggia di arcobaleni improvvisi, inizio ad annaspare, sentendo mancare improvvisamente il fiato. “Respira, disse una voce dentro di lei. Respira”. La voce era il suono delle cose belle che rimbalzavano in un ping pong vorticoso tra mille parole, domande, ricordi.

E così la fanciulla scoprì che tutte le cose sanno parlare. Alcune arrivano dirette al cuore, altre fanno giri perdendosi come in un labirinto, prima di arrivare a destinazione. Ma la luce che entrava dallo spiraglio glielo stava gridando con tutte le sue forze. “Sorridi. Non c’è stella senza buio. Non c’è amore senza paura. Non c’è capo, senza coda. Getta via il nero e vivi, comunque vada, in qualsiasi modo si mescolino i tarocchi. Viola è tuo nome, come i fiori che si regalano alle persone amate, come le sere prima di dormire, come i pensieri intrisi di magia”. E lei sorrise, certa a quel punto che a ogni caduta si sarebbe rialzata, ad ogni lacrima sarebbe arrivato il sorriso. Ogni gelata notturna, prima o poi, sarebbe stata sciolta da un celeste immenso, magari uscito per caso e di soppiatto da uno spiraglio minuscolo, comunque capace di accecare. Smise di chiamarsi Mantoscuro e da quel giorno fu Viola, come le aveva sussurrato la voce nel suo cuore, ora pieno di pozze di neve ormai sciolta. Ci credeva ancora. A tutto.