La città del silenzio

La città del silenzio

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

C’era una volta un paese molto singolare. Le strade erano fatte di silenzio, le case erano fatte di silenzio, persino il cielo era tutto fatto di silenzio. Non volava una mosca o meglio, se capitava, lo faceva in assoluto silenzio.

Il paese, sorto in cima ad una montagna, era stato costruito da una manciata di esuli, scappati da una città piena di voci. Lí il silenzio non esisteva: si parlava sempre, sempre e comunque, per dire tanto, ma anche per non dire niente.

Sulle strade si riversavano sciami di suoni, roboanti comizi, stizziti pettegolezzi. Le parole sgorgavano ovunque, come un fiume.

Un bel giorno una fanciulla decise che ne aveva abbastanza di tutto quel gran baccano e se ne andò. Camminò tanto, fino alla cima di una montagna. “Che pace!” esclamò entusiasta. Nessuno parlava, nessuno fiatava: era arrivata alla città del silenzio.

Si nascose, perché quel luogo così immobile le incuteva anche un po’ di paura. Succede sempre, quando non si è abituati a restare da soli con i propri pensieri.
Ma poi si abituò. Viveva nell’ombra, per non farsi scoprire.

Andò bene per un po’ di tempo ma poi si sa, il silenzio sa essere molto pesante: riesce ad entrare in tutti i meandri del tuo cuore, a svelarti pezzetti di anima che non vuoi vedere. A pulsare nelle tempie, fino a scoppiare.

La fanciulla uscì dall’ombra e scorse un giovane, poco distante da lei: com’era bello! Gli disse: “Ciao”. E poi basta perché nella città del silenzio non è che ci sia molto da dire. Il giovane però fece una cosa inaspettata: le prese una mano e se la mise sul cuore.

Quel gesto valse più di tante parole udite nella sua giovane vita. “Perché qui non parlate mai?” Gli chiese la ragazza, guardandolo con attenzione.

Il giovane le rispose, spiazzandola: “Siamo scappati dalla città delle parole perché nessuno più ascoltava. Qui, nel silenzio, riusciamo a capirci molto meglio”.

La fanciulla lo guardò di nuovo, più intensamente, poi colse una margheritina e gliela infilò dietro un orecchio: “Questo silenzio è magico e tu hai ragione, facevamo troppo baccano laggiù. Ma senza parole, il silenzio è perso, ha bisogno della voce”.

Era vero: nessuna parola vive senza il silenzio dell’ascolto, nessun silenzio sopravvive senza le parole. I due decisero di rivolgersi ai re delle due città per risolvere la questione.

Fu una saggia idea: da quel giorno, la città del silenzio e la città delle parole si riappacificarono. Si parlava un po’ meno, un po’ meglio forse, e si ascoltava un po’ di più.

Fu una delle migliori e più durature alleanze della storia.