L’abete, l’autunno e la fata Lunilda

Parte prima (Leggete qui la parte seconda)

Nel bosco ai piedi della montagna, un giovane abete affondava le sue radici all’ombra di un pino, antichissimo, che lo aveva visto nascere e che lo aveva cresciuto come un figlio.
Un giorno il pino prese da parte l’abete e sussurrò: “Giovanotto, è giunto il mio tempo; trascorrerò un ultimo anno qui accanto a te, poi me ne andrò: il mio corpo diventerà legna per il falegname e il vento gelato spargerà le mie pigne, i miei semi e la mia vita. Quando arriverà quel giorno, diventerai il custode di questa radura. Sono certo.

Il tempo trascorse e le parole del vecchio pino divennero realtà: l’albero seccò, il vento fece cadere e rotolare le sue pigne e sul finire di ottobre il falegname tagliò i resti del suo corpo e li portò via. Fu allora che il giovane abete si accorse del bosco che si estendeva sotto di lui, ai piedi della montagna; fino a quel giorno aveva visto soltanto le fronde nodose del vecchio pino, che lo avvolgevano come una siepe, proteggendolo dal mondo di fuori.
“E quelli, cosa sono?” si domandò l’abete guardando di sotto: nel bosco c’erano alberi di tutti i colori: gialli, rossi, arancioni e nocciola.
“Voglio essere anche io come loro” pensò, e il suo pensiero si trasformò in un desiderio ardente e scoppiettante, come un caminetto d’autunno.

L’abete chiamò un capriolo e lo inviò come messaggero, chiedendogli di riferire questo messaggio: “Qual è il segreto dei vostri colori? Anch’io desidero con tutto me stesso diventare come voi”.
Il capriolo tornò poco dopo, con la risposta: “Non c’è alcun segreto, giovane abete. Tra poco arriverà l’inverno e le nostre foglie cadranno. Così festeggiamo, e le lanciamo come coriandoli, perché è meglio danzare e festeggiare che piangere. Ma tu sei sempreverde: non perderai mai le tue belle foglie verdi, per cent’anni e anche di più. Sei così fortunato”.

Quando udì queste parole, l’abete andò su tutte le furie. “Quegli alberi sono più belli di me e così mi sbeffeggiano! Il segreto per cambiare il colore delle proprie foglie esiste, ne sono sicuro”.
Domandò al capriolo, ma non era un esperto: sapeva dove trovare un ciuffo d’erba tenera anche sotto il ghiaccio e la neve, ma non s’intendeva di alberi, foglie e colori. Quella notte, l’abete chiamò la fata Lunilda, che passeggiava nel bosco al chiaro di Luna.

“Ti prego, nobile fata, fa’ che le mie foglie diventino gialle e marroni come quelle degli alberi là sotto”.
La fata guardò l’abete come si guarda un elefantino di porcellana dipinto.
“Vuoi diventare come loro? Ne sei proprio sicuro?”
“Sì: è il mio desiderio più grande”.
Lunilda estrasse dal suo mantello soffice e nero una fiala, ripiena di una pozione verde brillante.
“Se verserò questa pozione tra le tue radici, i tuoi aghi diventeranno come le loro foglie; così potrai festeggiare insieme a loro , prima di cadere per sempre nel sonno. Hai mezz’ora per decidere: è il tempo che serve a ogni fata per concludere un accordo” disse solenne Lunilda, poi tornò a passeggiare recitando le sue formule alla Luna.

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