Uno dei punti critici dell’educazione è come affrontare le difficoltà: di fronte ad un/una bambino/a che non riesce a fare qualcosa, come dovremmo comportarci? Far finta di nulla? Fargli notare che non riesce a farcela? Criticarlo? Incoraggiarlo?
Ciascuna di queste strade ha i suoi lati positivi e quelli negativi. Oggi, invece, affrontiamo una via alternativa: quella del “non ancora”, così come viene proposta nell’ambito del growth mindset.

L’IMPORTANZA DI CREDERE CHE POSSIAMO MIGLIORARE

Di fronte ad un bambino che dica “non ce la faccio”, proviamo ad aiutarlo dicendogli: “non ce la fai ancora”. Quel “non ancora” è fondamentale: sono due parole, ma racchiudono un concetto potente: puoi farcela, ma prima devi crescere e lavorarci.

Come abbiamo detto più volte, i rituali e le parole fanno la differenza. Il nostro “non ancora” proietta la sfida nel futuro, evitando lo sconforto del presente, con il suo fallimento.

Ma da dove viene quest’idea del “non ancora”? Nientemeno che da Carol Dweck (chi ha affrontato studi psicologici e pedagogici probabilmente l’ha trovata citata sui manuali), psicologa di fama internazionale e ricercatrice nell’ambito del growth mindset, l’approccio di crescita.

Come spiega in un TED Talk (potete ascoltarlo qui), la Dweck ha avuto modo di constatare come in una scuola che utilizzava al posto di una valutazione insufficiente un “not yet“, “non ancora”, gli studenti affrontavano la sfida in modo più reattivo, con impegno ed entusiasmo.

Al contrario, nel sistema tradizionale ai voti negativi spesso corrisponde un aumento della dispersione scolastica, delle emozioni negative correlate all’ambiente scuola e degli episodi di bullismo (dell’importanza di un clima positivo in classe abbiamo già parlato, a proposito di warm cognition).

PORTIAMO A CASA IL “NON ANCORA”

Se quel “not yet”, “non ancora” è legato indissolubilmente allo spirito americano, che vede nel fallimento un’opportunità e in cui è normale impiegare del tempo per conseguire i propri risultati, d’altra parte, perché non ci proviamo anche noi?

E’ semplice: come prima cosa, cominciamo a modificare il nostro approccio (e di conseguenza quello del bambino) alle difficoltà. Trasformiamo i “non ci riesco”, “non ce la faccio”, “non sono capace” in “non ci riesco ancora”, “non ce la faccio ancora”, “non sono capace ancora”.

In questo modo riusciremo a dire la verità ai bambini, senza fingere di fronte ai loro insuccessi. D’altro canto, non li si giudica incapaci di qualcosa; al contrario, li aiutiamo a capire che possono farcela, quel “non ancora” significa anche che “un giorno ce la farai” e quel giorno dipende solo dall’impegno che si impiegherà.

Un’altra idea è quella di realizzare un quadretto del “non ancora”: un foglio (va bene un A4, oppure un formato più grande) su cui scrivere cosa ancora non sappiamo fare. L’ideale sarebbe realizzarlo sia per i grandi che per i bambini.

Scopriamo insieme come riempirlo: con quello che non riusciamo a fare, per cominciare. Ma anche con qualche hobby che abbiamo trascurato nel tempo o qualche sogno nel cassetto. Nulla è impossibile: bisogna aspettare e prepararsi.

   

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