abbracciamo i bambini

Tenere il proprio bambino tra le braccia è una delle azioni più naturali per una mamma o un papà. Almeno fino a quando non si insinua nella propria mente un dubbio, che magari scaturisce da affermazioni di parenti e amiche, o altre mamme: “Non lo starò viziando?”,”Non lo sto rendendo un insicuro?”.

La paura che un bambino a cui non venga insegnato da subito ad addormentarsi da solo, a non usare il ciuccio, a non stare sempre in braccio, diventi un domani un giovane incapace di camminare sulle proprie gambe nasce spesso da pregiudizi che la nostra società ci impone. Oggi, nella frenesia quotidiana, ci viene chiesto sempre più spesso di razionalizzare il tempo dedicato all’affettività. Più controllati, più produttivi, sempre più autonomi, sin da bambini: casualmente, o forse no, nella nostra società si parla spesso di esaurimento energetico, facendo riferimento a senso di insicurezza, mancanza di amor proprio, pessimismo esasperato, instabilità affettiva, ansia. Si tratta di elementi conflittuali che possono essere gestiti e combattuti sin da piccoli. Ricordandoci che la miglior medicina è l’affetto delle figure con cui il bambino cresce.

I GENITORI: L’ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA IL BAMBINO E IL MONDO

Tra gli studi in materia, la teoria dell’attaccamento, sviluppata dallo studioso britannico John Bowlby, ha focalizzato l’attenzione sulla predisposizione innata dell’essere umano ad instaurare relazioni affettive con una figura di riferimento. Sovente si tratta della madre, ma può essere più in generale un familiare, che assicuri la continuità degli accudimenti indispensabili per la sopravvivenza psicofisica, garantendo la protezione del piccolo in situazioni di pericolo.

La figura di attaccamento ha il compito biologico, psicologico e sociale di rappresentare per il bambino una base sicura, una sorta di anello di congiunzione tra il bambino e il mondo. Lo stile di attaccamento del bambino, che determinerà poi l’evoluzione in giovane adulto, è determinata in gran parte dal modo in cui genitori o altre figure significative interagiscono con il bambino.

A questo proposito, Mary Ainsworth, ha ideato uno strumento di indagine denominato Strange Situation, attraverso il quale vengono distinti gli stili di attaccamento in sicuro, insicuro-evitante, insicuro ansioso-ambivalente e disorganizzato, al fine di identificare le differenti modalità con cui si esplica il comportamento di attaccamento del bambino con il caregiver. Prendere in braccio il proprio piccolo che piange non è un segnale di debolezza, ma una risposta da parte dei genitori a un segnale di disagio. Non si tratta di rendere i piccoli viziati, ma di dare conforto in un momento di bisogno.

L’INTERDIPENDENZA È NECESSARIA PER STIMOLARE L’AUTONOMIA

Oggi è difficile per i genitori vivere il ruolo di ponte tra il bambino e il mondo senza scontrarsi con conflitti interiori generati dai cambiamenti economici e sociali degli ultimi decenni. In un mondo che ci chiede di essere perfetti ed efficienti sin da pochi giorni dopo la nascita dei bambini, in cui bisogna dimostrare di saper rinunciare alla propria genitorialità o di saperla gestirla nell’incastro tra professione e vita privata, il dubbio di essere troppo presenti è spesso un alibi per giustificare l’esserlo troppo poco. In realtà, da sempre il concetto di famiglia presuppone un bilanciamento tra dipendenza e tensione all’autonomia, soprattutto nel processo educativo dei figli.

Sin dai primi momenti dell’esistenza, il neonato sperimenta fisiologicamente la dipendenza verso la mamma che si prende cura di lui e soddisfa bisogni, attese e desideri. E’ un passaggio fondamentale, tanto che i bambini che non possono, per cause contingenti, sperimentare questa forma di positiva dipendenza, assistenziale ma anche ed emotivo-affettiva, spesso si trovano crescendo a convivere con il senso di abbandono e di indifferenza verso il mondo.

Chiaramente, la vita del bambino è improntata all’acquisizione dell’autonomia, proprio grazie alla famiglia che per prima, accanto a insegnanti ed educatori, ha il dovere di insegnare a “fare da sé”. L’allontanamento, la separazione, il distacco, fanno parte della maturità esistenziale. È un processo graduale, in cui coccole e abbracci si inseriscono in modo naturale, con il compito di incentivare, sostenere e stimolare.

Si tratta di un messaggio preciso che il genitore rivolge al figlio: “Io sono al tuo fianco, se hai bisogno. Ti guardo, mentre impari a camminare”. In questo senso, c’è una bellissima e nota poesia di Khalil Gibran:

“Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco”.

CHI DA PICCOLO È STATO COCCOLATO, SOPPORTA MEGLIO LO STRESS

Crescere bambini coccolati, significa dare serenità agli adulti di domani. Spesso la voglia di essere coccolati la percepiamo anche da grandi. E’ un bisogno fisiologico e naturale, che dobbiamo imparare a non trascurare. Capita talvolta di sentirsi dire da neo-mamme perplesse che i bambini vogliono stare in braccio molto tempo o che di notte vogliono infilarsi sotto le coperte protettive del lettone.

A nostro avviso bisogna come sempre trovare il giusto equilibrio tra le diverse esigenze del genitore e del bambino, tenendo presente un dato importante, che non ci deve condizionare: viviamo in un mondo in cui l’affetto viene dimostrato raramente in modo fisico. Ci si tocca poco tra adulti. E non siamo affatto bravi a chiedere di essere coccolati di più. Nel 2010, uno studio eseguito in America e pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, ha evidenziato come il bambino coccolato sarà un adulto meno stressato un domani. Le coccole diventano un prezioso carburante che, nel corso dello sviluppo, si tramuterà in resilienza.

La ricerca ha rilevato maggior equilibrio negli uomini e donne che da piccoli avevano ricevuto affetto e coccole. Questo non significa impegnarsi a generare mammoni ma, semplicemente, a non reprimere il proprio bisogno di ricevere e dare amore, talvolta anche attraverso gesti ed attenzioni. Non è una colpa, ma un diritto. La realtà è che il mondo di oggi ci spinge all’autocontrollo delle emozioni. Se per primi noi adulti non insegniamo le emozioni ai nostri piccoli o non siamo in grado di manifestargliele, sostituendole con sistemi di compensazione costituiti da oggetti, saremo responsabili dell’insicurezza degli uomini e delle donne cui un domani lasceremo questo mondo.

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