Perché abbiamo bisogno di educazione emotiva

Nel nostro paese, l’intelligenza emotiva è ancora molto sottovalutata. C’è una convinzione comune secondo cui l’intelligenza emotiva sia innata e si sviluppi in modo naturale, senza alcun bisogno di studiarla o affrontarla in spazi e tempi appositi.
Eppure, non è così. Un tempo lo era: le famiglie trascorrevano molto più tempo insieme e avevano molte meno risorse economiche. La relazione diventava l’unica grande ricchezza di una famiglia. I ragazzi trascorrevano la maggior parte del loro tempo giocando con i propri coetanei: attraverso i loro giochi, anche quelli più rudi, imparavano preziose lezioni di collaborazione ed empatia.

Oggi non è più così: basta riflettere con onestà sull’effettiva quantità di tempo che trascorriamo in famiglia (senza la barriera di telefoni, tv e videogiochi) e sulla quantità di tempo che ai bambini è concesso trascorrere con i loro coetanei per capire che c’è stata una trasformazione radicale.

Daniel Goleman parla di educazione emotiva come di un imperativo morale per costruire una società migliore:

Nonostante le cattive notizie, gli ultimi dieci anni sono stati testimoni di un’esplosione senza precedenti di studi scientifici sull’emozione. Soprattutto impressionanti sono gli studi resi possibili da metodi innovativi come le nuove tecnologie per l’ottenimento di immagini del cervello nel vivente. Esse hanno dato forma per la prima volta nella storia dell’uomo a ciò che è sempre stato fonte di profondo mistero: ci hanno mostrato il funzionamento di questa massa intricata di cellule proprio nel momento in cui noi pensiamo e sentiamo, immaginiamo e sogniamo. Questa mole di dati neurobiologici ci fa comprendere più chiaramente che mai il modo in cui i centri emozionali del cervello ci spingono alla rabbia o alle lacrime, e come l’attività delle parti più antiche del cervello – quelle che ci spingono a fare la guerra, ma anche l’amore – possa essere, nel bene e nel male, incanalata. Questa chiarezza senza precedenti sui meccanismi delle emozioni e sulle loro debolezze offre alcuni nuovi rimedi per le crisi emotive che affliggono la collettività. Finalmente, oggi la scienza è in grado di mappare il cuore umano con una certa precisione e può rispondere con autorevolezza a queste domande urgenti e sconcertanti sugli aspetti più irrazionali della psiche. […] Al di là di questa possibilità, si profila un pressante imperativo morale. I nostri sono tempi nei quali il tessuto della società sembra logorarsi a velocità sempre maggiore, nei quali l’egoismo, la violenza e la miseria morale sembrano congiurare per corrompere i valori della nostra vita di comunità. È qui che la tesi che sostiene l’importanza dell’intelligenza emotiva si impernia sul legame fra sentimento, carattere e istinti morali. Ci sono prove crescenti del fatto che, nella vita, atteggiamenti fondamentalmente morali derivino dalle capacità emozionali elementari”.

L’educazione emotiva a scuola è una priorità

L’educazione emotiva deve assolutamente entrare nelle scuole: la scuola, in un momento di collasso delle famiglie, rimane un’istituzione fondamentale, capace di fare la differenza. Un insegnante emotivamente intelligente può fare la differenza.

Poiché a moltissimi giovani il contesto familiare non offre più un punto d’appoggio sicuro nella vita, le scuole restano il solo istituto al quale la comunità può rivolgersi per correggere le carenze di competenza emozionale e sociale dei ragazzi. Questo non significa che esse da sole possano sostituire istituzioni sociali troppo spesso prossime al collasso. Ma poiché quasi tutti i bambini vanno a scuola, almeno all’inizio, la scuola è un luogo che permette di raggiungere ognuno di essi e di fornirgli lezioni fondamentali per la vita che, altrimenti, non potrebbe mai ricevere. L’alfabetizzazione emozionale comporta che il ruolo sociale delle scuole si estenda e vada a compensare le deficienze familiari nella socializzazione dei ragazzi. Questo compito scoraggiante richiede due mutamenti importanti: gli insegnanti devono oltrepassare i limiti della propria missione tradizionale e la comunità dev’essere più coinvolta nella vita della scuola.
Che ci sia o meno un corso esplicitamente dedicato all’alfabetizzazione emozionale può essere molto meno importante del modo in cui queste lezioni vengono insegnate. Non c’è forse materia come questa nella quale la qualità degli insegnanti conti così tanto; il modo in cui un insegnante gestisce la classe è infatti in se stesso un modello, una lezione di fatto, di competenza emozionale o della sua mancanza. Ogni atteggiamento di un insegnante nei confronti di un allievo è una lezione rivolta ad altri venti o trenta studenti“. (D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011)

Introdurre nella scuola l’alfabetizzazione emozionale e l’educazione sentimentale significa tornare a concepire l’educazione come formazione integrale della persona: una formazione in cui le conoscenze sono centrali, ma che non può rinunciare all’etica e alla conoscenza di sé.

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