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I vestiti nuovi dell’imperatore

I vestiti nuovi dell’imperatore è una fiaba di Hans Christian Andersen adatta ai bambini da 5 anni in su.

I vestiti nuovi dell’imperatore

C’era una volta un imperatore che pensava soltanto al suo guardaroba. Spendeva tutte le proprie ricchezze acquistando nuovi vestiti e ogni giorno cambiava almeno dieci abiti diversi. Se qualcuno lo cercava, potete star certi che era nel suo camerino! Un giorno, si presentarono a corte due sarti, dicendo: “La nostra stoffa è ricamata con oro, gemme e colori scintillanti. Ma è invisibile per gli stupidi: possono vederla solo le persone nobili e di gran valore”.

L’imperatore ordinò subito un abito confezionato con quella stoffa preziosa: pagò una fortuna ai due e lasciò loro le chiavi del suo palazzo, in modo che potessero mettersi a lavorare dove preferivano.
I due sarti imbroglioni sistemarono un telaio di legno in una stanza e cominciarono a far finta di filare la stoffa. Chiesero all’imperatore oro, seta e gioielli preziosi per ricamarla e intanto continuavano a fingere di lavorare.

Qualche giorno dopo, l’imperatore mandò un servitore a controllare come procedeva il lavoro. Il servitore entrò nella stanza, ma vide il telaio vuoto.
“Non vedo niente: sono forse uno stupido?” si domandò l’uomo. Tuttavia, non voleva ammetterlo davanti agli altri e così disse una bugia all’imperatore, raccontando di aver visto un vestito stupendo.

Nei giorni successivi l’imperatore mandò nobili, cavalieri e servitori a vedere quella stoffa così preziosa e tutti tornavano descrivendogliela come il più bel vestito mai visto.
I due sarti imbroglioni, dopo aver portato via tutto l’oro, la seta e i gioielli, chiamarono l’imperatore e gli dissero che avevano finito il loro lavoro: “Guardi che stoffa meravigliosa, maestà! Adesso prenderemo le sue misure per realizzarle l’abito più bello che abbia mai avuto“.

I due, per non farsi scoprire, puntavano spilli per aria, sforbiciavano di qua e di là e facevano finta di passarsi pezzi di stoffa. Dopo qualche ora, conclusero il loro lavoro, fecero finta di vestire l’imperatore e poi lasciarono il palazzo.
L’imperatore usci dalla stanza completamente nudo. Tutte le persone della sua corte gli fecero tantissimi complimenti e dicevano: “Che vestito meraviglioso maestà“.
Il sovrano era così contento che il giorno seguente decise di fare un giro in città, per mostrare a tutti quel tessuto tanto prezioso. La gente della città rimase muta: vedevano tutti l’imperatore girare nudo per strada, ma nessuno aveva il coraggio di dirglielo.

Ad un certo punto si sentì la voce squillante di un bambino: “L’imperatore è nudo!
A quelle parole, tutti scoppiarono a ridere indicando l’imperatore. Il sovrano capì che era stato imbrogliato e tornò di corsa nel suo palazzo.
A quelle parole, la gente cominciò a ridere a crepapelle: tutti indicavano l’imperatore e si gettavano a terra dalle risate. E il sovrano, una volta che ebbe capito di esser stato imbrogliato, non ebbe altra scelta che rientrare al palazzo in tutta fretta.

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Nomi maschili giapponesi

In questa sezione potete trovare l’elenco dei principali nomi maschili giapponesi. Per ciascun nome troverete anche il significato. I nomi vengono presentati a partire dal più diffuso.

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Nomi maschili giapponesi

  • DAICHI
    Significato: “Grande Terra”.
  • DAISUKE
    Significato: “Prosperoso”.
  • HARUKI
    Significato: “Primavera”.
  • HARUTO
    Significato: “Solare”.
  • HIDEKI
    Significato: “Eccellente”.
  • HIDEYOSHI
    Significato: “Virtuoso”.
  • HIROSHI
    Significato: “Generoso”.
  • HOTAKA
    Significato: “Alto”.
  • KIRA
    Significato: “Stella”.
  • ICHIROU
    Significato: “Giovane”.
  • ISSEI
    Significato: “Puro”.
  • ITSUKI
    Significato: “Grande castello”.
  • JUNICHI
  • KAITO
    Significato: “Gentile”.
  • KAZUKI
    Significato: “Divino”.
  • KAZUO
    Significato: “Figlio primogenito”.
  • KENJI
    Significato: “Forte e robusto”.
  • KENSHIN
    Significato: “Spadaccino”.
  • KENTARO
    Significato: “Forte e sereno”.
  • KOTA
    Significato: “Piccolo”.
  • MAKOTO
    Significato: “Puro”.
  • MASARU
    Significato: “Gentile”.
  • MASATO
    Significato: “Sincero”.
  • MASAYA
    Significato: “Arciere vittorioso”.
  • MICHIO
    Significato: “Colui che segue il sentiero”.
  • MITSURU
    Significato: “Radioso”.
  • NAOKI
    Significato: “Pieno di speranza”.
  • NAOMI
    Significato: “Bello”.
  • NORIYUKI
    Significato: “Fortunato”.
  • OSAMU
    Significato: “Colui che si prende cura”.
  • RIN
    Significato: “Serio” o “Foresta”.
  • RITSU
    Significato: “Rispettoso della legge”.
  • RYO
    Significato: “Dragone”.
  • RYOICHI
  • RYOJI
  • RYOTA
    Significato: “Splendido”.
  • RYU
    Significato: “Dragone”.
  • RYUICHI
    Significato: “Figlio del dragone”.
  • RYUKO
    Significato: “Figlio del dragone”.
  • RYUSEI
  • RYOUZOU
    Significato: “Salice”.
  • SATORU
    Significato: “Completo”.
  • SHIN
  • SHINGO
    Significato: “Attento”.
  • SHIRO
    Significato: “Lupo bianco”.
  • SHO
  • SHOHEI
  • SHOJI
  • SHOTA
  • SHUN
  • SOICHI
  • SOSUKE
  • TADASHI
  • TAICHI
  • TAKAHIRO
  • TAKAO
    Significato: “Di nobile stirpe”.
  • TAKASHI
    Significato: “Venerabile”.
  • TAKUMI
    Significato: “Artigiano”.
  • TAKUYA
    Significato: “Colui che si prende cura”.
  • TATSUYA
    Significato: “Drago”.
  • TERUO
    Significato: “Brillante”.
  • TOHRU
  • TOMOHIRO
    Significato: “Di grande intelligenza”.
  • TOMOYA
    Significato: “Portatore di armonia”.
  • TORU
    Significato: “Trasparente”.
  • TSUBASA
    Significato: “Fiore alato”.
  • YASUO
    Significato: “Portatore di pace”.
  • YASUSHI
    Significato: “Gentile”.
  • YOSHIO
    Significato: “Gioioso”.
  • YOSHIRO
    Significato: “Splendente”.
  • YOSHIYUKI
    Significato: “Di buon auspicio”.
  • YUKIO
    Significato: “Neve”.
  • YUSUKE
    Significato: “Coraggioso”.
  • YUTA
    Significato: “Grande nodo”.
  • YUTO
    Significato: “Gentile”.

Attribuire un significato ai nomi coreani è più complesso rispetto a quelli europei perché il loro significato può variare a seconda dei caratteri Kanji utilizzati per scrivere il nome (uno stesso nome può essere scritto utilizzando diverse combinazioni di caratteri). Dunque, uno stesso nome potrebbe assumere più significati molto diversi fra loro.

Nomi maschili stranieri:
🔴 Nomi maschili albanesi
🟠 Nomi maschili africani
🟡 Nomi maschili americani
🟢 Nomi maschili arabi
🔵 Nomi maschili coreani
🟣 Nomi maschili francesi
🔴 Nomi maschili giapponesi
🟠 Nomi maschili greci
🟡 Nomi maschili indiani
🟢 Nomi maschili inglesi
🔵 Nomi maschili dei nativi americani
🟣 Nomi maschili russi
🔴 Nomi maschili spagnoli
🟠 Nomi maschili tedeschi
↩️ Tutti i nomi stranieri

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Biancarosa e Rosarossa

Biancarosa e Rosarossa è una fiaba dei fratelli Grimm, adatta ai bambini da 3 anni in su.

Biancarosa e Rosarossa

C’era una volta una famiglia di contadini, che abitavano in una misera capanna, abbellita da due cespugli di rose: uno era bianco come il latte, l’altro rosso come il sangue. Quando la donna che abitava la capanna diede alla luce due figlie, decise di chiamarle come i fiori che decoravano la sua casa: Biancarosa e Rosarossa.
Una notte, mentre fuori infuriava una tempesta, le due ragazze sentirono bussare alla porta; la aprirono, e si trovarono davanti un gigantesco orso, intirizzito dal freddo. Piene di compassione, le ragazze lo fecero stendere accanto al fuoco e lo rifocillarono per bene.

Qualche tempo più tardi, mentre erano nel bosco, videro un’aquila che stringeva tra i suoi artigli un nanetto. Le due ragazze corsero a salvarlo, ma questo, invece che ringraziarle, si comportò da vero maleducato e le rimproverò perché, nel salvarlo, gli avevano scompigliato la barba.  Il giorno dopo le ragazze videro di nuovo il nanetto ingrato: trascinava con sé un sacco piuttosto pesante. Ad un certo punto, la minuscola creatura si nascose tra i cespugli e aprì il sacco: era pieno di pietre scintillanti e tesori d’oro. In un baleno, comparve l’orso che le ragazze avevano salvato, che mise in fuga il nanetto e prese il sacco: non appena le sue zampe toccarono le gemme, si trasformò in un bellissimo principe vestito di verde.

Il principe, accortosi delle ragazze, spiegò loro cosa gli era capitato: “Sono stato colpito da una maledizione che mi ha trasformato in un orso: solo quelle gemme potevano farmi tornare alla mia vera forma”. Poi, ricordandosi che Biancarosa e Rosarossa erano le stesse ragazze che lo avevano salvato dal freddo, le invitò al suo palazzo.

Il principe e suo fratello sposarono Biancarosa e Rosarossa e da quel giorno vissero tutti felici e contenti; nel giardino del palazzo, le ragazze piantarono due cespugli di rose: uno era bianco come il latte, l’altro rosso come il sangue, proprio come le rose che abbellivano la capanna in cui erano cresciute.

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Barbablu

Barbablu è una fiaba di Charles Perrault, adatta ai bambini da 5 anni in su.

Barbablu

C’era una volta un uomo ricchissimo: era il proprietario di ville e palazzi, con piatti d’oro e d’argento e bauli pieni di gemme. Tuttavia, quest’uomo, per disgrazia, aveva la barba blu, che lo rendeva spaventoso. Quando camminava per le strade, tutti lo evitavano e le ragazze, addirittura, se la davano a gambe. Vicino al suo palazzo abitava una signora per bene, con due figlie bellissime. Un giorno, Barbablu (così era chiamato nella cittadina quell’uomo), bussò alla sua porta e chiese alla signora di poter sposare una delle due figlie. Sarebbe stata lei a scegliere quale.

Ma nessuna delle due aveva intenzione di sposare Barbablu, per via del suo aspetto ripugnante. E poi, quell’uomo aveva già sposato parecchie donne e nessuno sapeva che fine avessero fatto. Barbablu, per convincere le ragazze della sua bontà, le invitò per una settimana intera in una delle sue ville, insieme alle loro amiche e a molti altri ospiti. Fu una settimana di festeggiamenti, banchetti e divertimenti di ogni tipo. La più piccola delle ragazze, cominciò a pensare che in fondo era un brav’uomo e un gran signore e decise di sposarlo. Ma appena un mese dopo il matrimonio, Barbablu disse alla moglie che doveva partire per un affare molto importante e che sarebbe stato via almeno un mese. Raccomandò alla ragazza di divertirsi e di invitare le sue amiche perché le facessero compagnia.

L’uomo consegnò alla moglie un mazzo di chiavi d’oro.
“Ecco a te: queste sono le chiavi del guardaroba, queste quelle degli armadi in cui tengo i piatti d’oro e d’argento, queste poi sono le chiavi della cantina, dove troverai il vino e i formaggi migliori; queste sono le chiavi dello scrigno in cui c’è il denaro e questa è la chiave che apre e chiude il portone della villa.”
“Questa infine” disse indicando una piccola chiave arrugginita “apre la porta dello stanzino in fondo al corridoio. Puoi andare dove vuoi, aprire tutte le porte che vuoi ma quello stanzino deve rimanere chiuso. Se dovessi aprirlo, la mia rabbia sarà terribile e non so dirti cosa ti farò.”
Poi, Barbablu salì sulla sua carrozza e partì.

I primi giorni, la ragazza invitò le sue amiche e diede grandi feste; tuttavia, la curiosità di sapere cosa ci fosse nello stanzino non la abbandonava. E fu così che una sera, dopo aver salutato tutte le sue amiche, scese al pian terreno e aprì la porticina. Le finestre erano tutte chiuse e non si vedeva nulla; dopo un istante, però, le luci del corridoio rischiararono anche lo stanzino: il pavimento era coperto di sangue e alle pareti erano appesi i corpi di tutte le donne che Barbablu aveva sposato: erano tutte morte scannate. La ragazza prese un terribile spavento, così grande che la chiave dello stanzino cadde per terra e si sporcò di sangue. Non ci fu modo di ripulirla: la chiave, infatti, era stregata.

Barbablu tornò il giorno seguente: disse alla moglie che aveva ricevuto una lettera e che i suoi affari erano già conclusi. Poi le chiese indietro il mazzo di chiavi. La ragazza gliele restituì tremando come una foglia e l’uomo capì subito cos’era successo.
“Com’è che la chiave dello stanzino è macchiata di sangue?”
“Io non ne ho idea.”
“Io ne ho qualcuna: perché sei entrata? Ti avevo proibito di aprire la porta dello stanzino, ma tu non mi hai ascoltato. Adesso dovrò ucciderti” tuonò Barbablù.

La ragazza, spaventata a morte, chiese un attimo di tempo per pregare e chiedere perdono per i suoi peccati. Barbablu le concesse mezz’ora di tempo. Salì le scale e si mise a guardare fuori dalla finestra: se fossero arrivati i suoi fratelli, che le avevano promesso di venire a trovarla. Solo loro avrebbero potuto salvarla. Ma fuori c’era solo il sole che splendeva e l’erba che si agitava al vento.
“Scendi giù, o verrò io a prenderti” urlò Barbablu dal salone di sotto.
La ragazza guardò di nuovo fuori: c’era un gran polverone e forse… no, era solo un gregge di pecore.
“Sto salendo” tuonò Barbablu, che aveva in mano un coltellaccio.
La ragazza guardò fuori per l’ultima volta ed ecco: vide due cavalieri scintillanti che galoppavano verso la villa. Erano i suoi fratelli, due valorosi moschettieri del Re.
Barbablù buttò giù la porta con un calcio. La ragazza si buttò a terra, piangendo disperata.
“Non serve piangere: mi hai disobbedito e ora ti ucciderò”.

Poi la prese per i capelli e sollevò per aria il suo coltellaccio. Ma proprio in quel momento, entrarono i due cavalieri, che vedendo Barbablu con il coltellaccio sguainato sfoderarono le loro pistole e…pum! lo colpirono a morte. E così la ragazza ereditò tutte le ricchezze che erano state di Barbablù. Una parte le donò alla sorella, e con il rimanente visse felice e contenta, dopo aver sposato un buon cavaliere.

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Tag: barbablu, storia barbablu

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Il principe felice

Il principe felice è un racconto per bambini di Oscar Wilde, adatta ai bambini da 5 anni in su.

Il principe felice

C’era una volta, nella piazza di un paese, la statua di un principe felice: era una statua ricoperta d’oro e tempestata di gemme e gioielli. Gli abitanti del paese l’avevano costruita in ricordo di un principe che aveva governato quelle terre molti anni prima: si diceva che non ci fosse mai stata una persona più felice di lui.
Un giorno d’autunno, una rondine si posò sulla statua: stava volando verso Sud, per ripararsi dal freddo in qualche oasi d’Egitto, ma era stanca e decise di fare una sosta.

Durante la notte, la rondine si accorse che la statua del principe piangeva a dirotto. “Cosa succede?” chiese.
“Guarda il mio paese” sospirò la statua del principe “è ridotto in miseria, ed è tutta colpa mia. Invece di preoccuparmi per queste persone, ho trascorso la vita a danzare, cacciare e dar feste, e questo è il risultato. Eppure, potrei ancora fare qualcosa”.
La rondine non capiva cosa volesse dire la statua.
“Vedi quella donna laggiù? Suo figlio è malato e lei non ha i soldi per curarlo. Però, se potessi darle uno dei miei occhi…è un rubino grosso come un uovo: le basterebbe per curare il bambino e a sfamarlo per una vita intera. Anzi, non è che potresti occupartene tu?” chiese la statua alla rondine.
La rondine non aveva in programma di rimanere lì: il vento cominciava ad essere freddo e doveva assolutamente partire per l’Egitto. Tuttavia, le lacrime del principe e il suo desiderio la convinsero a fermarsi. Prese uno degli occhi della statua e la portò alla donna, spiegandole che era un dono del principe felice.

Il giorno dopo, la statua riprese a piangere. “Guarda quei bambini: sono orfani e non mangiano da due giorni. Se potessero avere l’altro dei miei occhi, sarebbero sistemati per la vita. È uno zaffiro cinese, vale una fortuna”.
Per la seconda volta, il principe felice convinse la rondine a fermarsi e a portare lo zaffiro ai poveri bambini.

Il terzo giorno, la statua piangeva ancora. ” Se solo potessi dare la mia corona al mugnaio, avrebbe di che vivere, lui e tutti i suoi dieci figlioli”. E la rondine, che ormai aveva preso a cuore quel paese, staccò la corona dal capo della statua e la donò al mugnaio.

Per tutto l’autunno la rondine rimase al paese, aiutando il principe felice a distribuire i suoi gioielli ai poveri della città. Quando arrivò l’inverno, però, l’uccellino si ammalò per il freddo. La statua del principe le consigliò di partire per l’Egitto, ma la rondine era troppo debole e rimase appollaiata sulla statua. A dicembre, la rondinella spirò e cadde ai piedi del principe.

Nel frattempo, il sindaco del paese, vedendo la statua spoglia di tutti i suoi gioielli, ordinò di farla a pezzi e di fonderla: “Al suo posto” disse “metteremo una bella statua in mio onore”. E così fecero, con l’eccezione del cuore del principe, che non ne voleva sapere di fondersi. Non appena la statua fu pronta, il sindaco la fece collocare al centro della piazza. Il cuore di bronzo del principe e il corpicino della rondine, invece, furono gettati tra i rifiuti.

Ma questa storia non è destinata ad un finale così triste: infatti, dopo il Natale, passò di lì un angelo, che vide il cuore e la rondinella coperti di neve. “Due creature tanto buone non possono giacere abbandonate tra i rifiuti” pensò l’angelo. Così, li raccolse e li portò con sé in Paradiso, dove vivono felici ancora oggi.

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I musicanti di Brema

I musicanti di Brema

J. e W. Grimm

Un contadino aveva un vecchio asino: l’animale aveva trasportato centinaia di sacchi di farina al mulino, ma ormai era vecchio e stanco e non poteva più lavorare. Così, il contadino pensò di uccidere l’animale e di acquistare un asino giovane e forte. Ma la bestia, che aveva intuito i pensieri del padrone, una notte fuggì e si ritrovò sulla strada per Brema.

L’asino pensava di entrare nella banda municipale: lì si sarebbe guadagnato da vivere suonando. Lungo la strada, incontrò Zampalesta, un vecchio segugio. Era sdraiato lungo la strada e respirava a fatica.
“Zampalesta, amico mio, che ci fai lì per strada?” gli chiese l’asino.
“Ormai sono vecchio amico mio, e non riesco più a cacciare: così il mio padrone voleva uccidermi; per fortuna me ne sono accorto in tempo e me la sono data a gambe. Ma adesso, come farò a guadagnarmi qualcosa da mangiare?”

L’asino suggerì al cane di recarsi a Brema insieme a lui: sarebbero entrati insieme nella banda municipale. I due vecchi compagni erano lungo la strada quando incontrarono un vecchio gatto spelacchiato.
“Baffone, che ti è successo? Cosa ci fai qui in mezzo alla strada?” chiese Zampalesta.
“Il mio padrone voleva uccidermi: sono troppo vecchio per prendere i topi e non gli servo più a nulla. Per fortuna sono riuscito a scappare”.

i musicanti di brema

E l’asino propose anche a lui di recarsi a Brema per diventar musicista. I tre percorsero un tratto di strada, finché, appollaiato su un recinto di legno, videro un gallo che cantava a squarciagola.
“Perché strilli tanto? Ci assorderai” lo rimproverò il gatto.
“Canto perché domani la mia padrona mi taglierà il collo e mi metterà in forno; l’ho sentito dire dalla cuoca. E finché posso, voglio cantare”.

Gli altri animali, non senza fatica, lo convinsero a seguirli e a diventare musicista a Brema; del resto, qualsiasi cosa è meglio della morte. Il sole tramontò, e Brema era ancora lontana. Così, gli animali si addentrarono nel bosco per passare la notte. Il gallo si arrampicò sulla cima di un albero: da lì, vide una casa poco distante, con le finestre illuminate: “Vedo una casa qui vicina” disse “perché non ci sistemiamo lì per la notte?”
Gli animali si avvicinarono alle finestre e videro una banda di briganti, armati fino ai denti, che mangiavano e bevevano a più non posso.

“Dovremmo scacciarli: guardate quante prelibatezze in quella casa. Potremmo riposarci e rifocillarci per bene”.
E così, gli animali salirono l’uno sull’altro: il cane sull’asino, il gatto sul cane e il gallo sul gatto. Poi, ragliando, abbaiando, miagolando e cantando a squarciagola, mandarono in frantumi il vetro di una finestra ed entrarono in casa.
I briganti, temendo che si trattasse di un fantasma, scapparono nel bosco. Gli animali intanto si erano sistemati e avevano mangiato di tutto e di più, poi avevano spento le luci e si erano messi a dormire. Intanto, i briganti, che tremavano per il freddo in mezzo al bosco, mandarono il più giovane di loro ad ispezionare la casa.

Questi, entrò in cucina e accese una candela; non appena l’avvicinò al gatto, però, questi gli saltò addosso, soffiando e graffiandogli il viso. Il brigante, spaventato a morte, scappò dalla porta sul retro; lì, però, c’era il cane che gli morse una gamba. Più avanti, mentre correva via dal cortile, l’asino gli diede un bel calcione. Intanto, il gallo, strillava a più non posso: “Chicchirichì!”
Il giovane brigante, raggiunto il resto della banda, disse loro: “La casa è infestata! C’è una terribile strega che mi ha graffiato la faccia con i suoi artigli. E alla porta, c’era un assassino che mi ha ferito la gamba col suo coltello. E in giardino, c’era un mostro nero che mi ha colpito con i suoi zoccoli.  E sul tetto, c’era il giudice che strillava: prendetelo!”.

Da quel giorno, i banditi non si avvicinarono mai più alla casa nel bosco. E gli animali? Invece di andare a Brema e diventare musicanti, si fermarono lì da quanto si trovavano bene.

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