La comunicazione in famiglia

Comunicare in famiglia oggi è tutt’altro che semplice. In un mondo difficile, però, abbiamo bisogno di punti di riferimento. Ecco le nostre “stelle della buona comunicazione in famiglia”: pochi e semplici principi a partire dai quali tornare a parlarsi davvero.

Per approfondire ciascuno di questi s-punti, vi proponiamo un brano scelto dal testo “Parlarsi: la comunicazione perduta”, dello psichiatra Eugenio Borgna.

“Non ci si parla molto, oggi, in famiglia e in società: non si ha tempo, non si ha molto tempo, per parlare e per ascoltare le cose che ci stanno magari a cuore, e si sbriciola il tempo del parlare nel tempo della chiacchiera che nulla fa riemergere delle aspirazioni e delle nostalgie, delle solitudini e dei silenzi dell’anima. Ma le chiacchiere, le conversazioni mondane, non danno un senso alle giornate e alle stagioni della vita; scorrono veloci e inafferrabili, inconsistenti e intermittenti, liquide e acquatiche, mai in profondità e sempre in superficie; non lasciano tracce nella memoria vissuta che non ha nemmeno il tempo di trattenerle e di rielaborarle, di farle proprie e di archiviarle. Nelle famiglie e negli incontri sociali il parlarsi è intralciato dalla presenza ancora oggi dilagante della televisione, e dalla sua influenza egemonica sui modi di comunicare, e sui modi di dare un senso alla vita. Non è in gioco solo la modalità opaca e ghiacciata, unilaterale e uniforme, con cui le informazioni sono offerte a chi guarda la televisione, ma anche la selezione e la qualità delle informazioni che non tengono conto delle risonanze psicologiche ed emozionali alle quali esse danno luogo.

[…] La libertà di espressione è un bene giustamente intoccabile, ma nel comunicare qualcosa di doloroso, o di ambiguo, si dovrebbero tenere presenti le risonanze psicologiche ed emozionali che ne conseguono, e che possono trascinare con sé angoscia e disperazione, aggressività e distruttività. La febbrile insistenza nel rappresentare e nell’illustrare modelli di vita dolorosi, come sono quelli ancorati alle forme dolorose del suicidio, della morte volontaria, o crudeli, come sono quelli ancorati alle forme distruttive della vita, non può non essere considerata possibile sorgente di angoscia, ma anche di contagio, e di dipendenza psichica.
Cose, che si ascoltano e si vedono nella vita delle famiglie, con le loro inquietanti risonanze emozionali, e che sottraggono tempo alla parola, al parlarsi, al dialogo, al colloquio, allo scambio di pensieri e di emozioni, di timori e di attese, di illusioni e di speranze, che hanno bisogno di essere portate alla luce della comunicazione, e della reciprocità della comunicazione.
Cose sempre più difficili, cose talora addirittura impossibili, in molte famiglie nelle quali televisione e social network, isolamento e distrazione, si associano in cocktail impenetrabili all’ascolto e al dialogo: alle emozioni. Si finisce così nei deserti di una comunicazione che non crea né ascolto né condivisione”.

LETTURE SCELTE

“Le parole non sono incolori, non sono semplici, non sono insignificanti, e solo quando nascano dal silenzio lasciano una traccia profonda nel cuore di una paziente, o di un paziente, che le ascolta, e che è in dolorosa attesa della parola del medico; ma queste parole so di non trovarle nei testi di psichiatria, e di trovarle invece nelle lettere di madre Teresa di Calcutta. Non sapendo cosa dire, e come trovare le parole che curano, meglio, molto meglio, tacere, e assegnare la espressione del nostro dolore, e della nostra comprensione, alle parole del corpo vivente che sono quelle dei gesti, degli sguardi e del sorriso, o di una stretta di mano”. (E. Borgna)

Comunicare l’accettazione

Quando una persona è capace di provare e di comunicare a un’altra una sincera accettazione, essa può diventare di grande aiuto. La sua accettazione dell’altro così com’è è determinante per costruire una relazione in cui l’altro possa crescere, maturare, operare cambiamenti costruttivi, imparare a risolvere problemi, tendere a un equilibrio psicologico, diventare più produttivo e creativo, realizzare pienamente il proprio potenziale. È uno di quei paradossi semplici ma bellissimi della vita: quando una persona sente di essere sinceramente accettata per quella che è, si sente libera di prendere in considerazione un possibile cambiamento, di pensare a una possi bile crescita, a cosa vorrebbe diventare, a come realizzare maggiormente il proprio potenziale. L’accettazione è come il terreno fertile che permette a un seme minuscolo di trasformarsi nel bel fiore che può diventare. Il terreno si limita a facilitare lo sviluppo del seme. Sprigiona la sua capacità di crescere, ma tale capacità è interamente in seno al seme. Anche un figlio, come un seme, ha dentro di sé la capacità di crescere. L’accettazione è il terreno fertile, che semplicemente permette al figlio di realizzare il proprio potenziale. Perché l’accettazione genitoriale esercita tanta benefica influenza sui figli? È un punto che in genere non viene compreso. La maggior parte delle persone è stata indotta a credere che se si accetta un figlio così com’è, questi non cambierà mai; che il modo più valido per aiutarlo a migliorarsi è quello di dirgli quali aspetti di lui non sono accettabili. Di conseguenza, la maggior parte dei genitori ricorre a piene mani al linguaggio della non accettazione, pensando che sia il modo migliore per aiutare i figli. Il terreno che tanti genitori forniscono ai propri figli è intriso di valutazioni, giudizi, critiche, prediche, massime morali, ammonizioni, ordini e altri messaggi che trasmettono la non-accettazione del ragazzo per quello che è. Ricordo le parole di una tredicenne che aveva cominciato a ribellarsi ai valori e alle leggi dei propri genitori:

Mi ripetono talmente spesso che sono cattiva, che le mie idee sono stupide e che non possono fidarsi di me, che finisco col comportarmi sempre più spesso in un modo che a loro non piace. Se loro già pensano di me che sono cattiva e stupida, tanto vale che continui a fare quello che faccio.

Questa intelligente ragazza aveva capito il significato del vecchio proverbio: «Ripeti spesso a un ragazzo che è cattivo, e quasi certamente lo diventerà». Spesso i figli finiscono per diventare esattamente come i genitori li descrivono. A parte questo effetto, il linguaggio della nonaccettazione allontana i figli. Essi smettono di confidarsi con i genitori e imparano che è molto meglio tenere per sé i propri sentimenti e i propri problemi.

Il linguaggio dell’accettazione, al contrario, rende i figli più aperti e sereni; li fa sentire liberi di condividere sentimenti e problemi. Gli psicoterapeuti e i consulenti hanno dimostrato quanto può essere potente l’accettazione. I genitori che imparano a manifestare attraverso le parole una sincera accettazione del figlio, dispongono di uno strumento che può produrre risultati straordinari. Possono incoraggiare l’autoaccettazione e l’autostima del figlio. Possono promuovere il suo sviluppo e agevolare la realizzazione del potenziale di cui è geneticamente dotato. Possono accelerare il suo passaggio dalla dipendenza all’indipendenza e all’autocontrollo. Possono aiutarlo a imparare a risolvere autonomamente i problemi che inevitabilmente la vita gli presenterà, e dargli la forza per affrontare costruttivamente le delusioni e le sofferenze dell’infanzia e dell’adolescenza. Di tutte le conseguenze dell’accettazione, la più importante è che il figlio si sente amato. Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati. La psicologia sta solo adesso cominciando a prendere atto dell’immenso potere insito nel sentirsi amati: è un sentimento che promuove la crescita mentale e fisica, ed è forse l’agente terapeutico più efficace che si conosca per riparare danni psicologici o fisici.

L’accettazione va dimostrata chiaramente. Non basta provare accettazione per un figlio, occorre anche che il figlio si senta accettato. Se l’accettazione del genitore non è percepita dal figlio, è facile che non abbia alcun effetto su di lui. Il genitore deve imparare a manifestare la propria accettazione in modo che il figlio la percepisca. Per farlo, occorrono abilità specifiche. I genitori, per lo più, considerano l’accettazione come qualcosa di passivo: uno stato d’animo, un atteggiamento, un sentimento. È vero, l’accettazione ha origine da un moto interiore, ma per essere una forza effettivamente capace di influenzare l’altro dev’essere comunicata o dimostrata attivamente. Non posso essere sicuro che l’altro mi accetti finché non me lo dimostra attivamente.

Gli psicoterapeuti e i consulenti, la cui efficacia dipende in gran parte dalla capacità di dimostrare una reale accettazione del paziente, impiegano anni per perfezionare questo atteggiamento nel proprio stile di comunicazione. Attraverso un tirocinio specifico e una lunga esperienza, questi professionisti acquisiscono le abilità specifiche per comunicare accettazione. Imparano che essere o non essere d’aiuto dipende molto da ciò
che dicono. La parola può guarire e indurre un cambiamento costruttivo. Ma dev’essere il giusto tipo di parola. La stessa cosa vale per i genitori. Il modo di rivolgersi ai figli determina l’efficacia o la distruttività

Pochi genitori possiedono queste doti terapeutiche per natura e sanno servirsene spontaneamente; la maggior parte deve innanzitutto disimparare le modalità disfunzionali, per poi imparare a comunicare in modo più costruttivo. Si tratta innanzitutto di prendere coscienza del proprio modo abituale di comunicare per coglierne gli aspetti distruttivi o non terapeutici. In seguito è necessario istruirli su nuovi modi di interagire con i figli.

BIBLIOGRAFIA
E. Borgna, Parlarsi: La comunicazione perduta, Einaudi, 2015
T. Gordon, Genitori efficaci. Educare figli responsabili, edizioni la meridiana, 2014 (ed. or. 1970)

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