I BAMBINI E L’INTROSPEZIONE

Zygmunt Bauman, qualche anno fa, ci raccontò la scomparsa dell’introspezione: “l’introspezione è un’attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro“.

Opera di E. (5 anni)

Guardando questi quadretti di carta, ci siamo convinti che dovremmo riscoprire l’introspezione a partire dai bambini: loro, pur con i limiti linguistici, artistici e concettuali tipici della condizione infantile, sono dei veri campioni nel rielaborare gli stimoli attraverso la propria personalità artistica. Non è un caso che Maria Montessori abbia definito la mente del bambino come mente assorbente. Il bambino rielabora costantemente il proprio mondo interiore, lo accresce attraverso gli stimoli esterni ed è spinto ad esplorare il mondo da una curiosità insaziabile.

Noi, al contrario, viviamo in un circolo vizioso di cattiva tecnologia, che inquina i nostri pensieri ripetendoli in un ciclo infinito ed immoto. La tecnologia ci ha illuso di essere liberi di comunicare. Non che questo non sia possibile, almeno in linea di principio. Le scoperte tecnologiche degli ultimi decenni ci hanno donato una libertà potenziale enorme. Il problema è che noi, invece di raccogliere quel potenziale, siamo stati intrappolati dalla tecnologia commerciale, che ci ha assoggettato ad una logica della banalità disarmante.

Invece di utilizzare gli strumenti tecnologici per contaminare le nostre idee con i pensieri di qualità che vengono prodotti dall’altra parte del mondo, invece di fare e veicolare cultura, ci limitiamo ad utilizzare lo smartphone per denigrare questo o quell’altro politico o per cercare continue conferme sociali. Il risultato è quello che ha ben descritto Bauman, nelle parole che abbiamo citato in apertura.
In questi casi, la cosa migliore da farsi è osservare i bambini: osservarli in silenzio, perdendoci nell’immensità della loro introspezione. Le loro opere parlano per loro. Per ritrovare il senso dell’introspezione, dobbiamo ritrovare il bambino che dorme dentro di noi.

FONTI

  • Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, 2009