Come possiamo implementare l’intelligenza emotiva in classe? Per cominciare, potremmo insegnare ai ragazzi a lavorare collaborando come una squadra: il lavoro di squadra e l’affiatamento, infatti, si costruiscono sin dalla scuola primaria. Ecco un esempio tratto da “Intelligenza emotiva“.

IL GIOCO DEI QUADRATI IN COLLABORAZIONE

Gli studenti si mettono insieme in diversi gruppi per comporre una serie di puzzle di forma quadrata. La difficoltà sta nel fatto che ogni gruppo deve operare in silenzio, senza che sia permesso neppure fare dei segni.
L’insegnante, Jo-An Varga, divide la classe in tre gruppi e a ognuno assegna un diverso tavolo. Tre osservatori, scelti fra i ragazzi che conoscono bene il gioco, tengono una tabella per valutare, ad esempio, chi in ogni gruppo dirige l’organizzazione, chi fa il buffone e chi disturba. Gli scolari mettono sul tavolo le tessere e cominciano a lavorare. Dopo un minuto circa risulta evidente che un gruppo funziona in modo sorprendentemente affiatato e finisce i puzzle in pochi minuti. In un secondo gruppo di quattro alunni, ciascuno è impegnato in sforzi solitari e paralleli e lavora al proprio puzzle, senza ottenere alcun risultato. Lentamente iniziano a lavorare insieme componendo il primo quadrato e continuano a operare congiuntamente finché tutti puzzle sono risolti.
Il terzo gruppo si affatica ancora; un solo puzzle è prossimo a essere completato e anche quello assomiglia più a un trapezio che a un quadrato. Sean, Fairlie e Rahman devono ancora trovare la scioltezza e la coordinazione alla quale sono arrivati gli altri due gruppi. I quattro bambini sono visibilmente frustrati, osservano freneticamente i pezzi sul tavolo, prendono le tessere che gli sembrano giuste e le inseriscono vicino ai quadrati parzialmente costruiti, ma solo per restare delusi dalla mancata coesione.
La tensione si spezza un po’ quando Rahman prende due pezzi e li mette davanti agli occhi come una maschera; i compagni si mettono a ridere. Questo si dimostrerà un momento cruciale nella lezione di quel giorno.
Jo-An Varga, l’insegnante, li incoraggia: “Quelli di voi che hanno finito possono dare un suggerimento preciso a chi sta ancora lavorando”.
Dagan si avvicina al gruppo ancora attivo, indica due tessere che sporgono dal quadrato e suggerisce: “Dovete girare questi due pezzi”. Subito Rahman, col suo faccione tutto concentrato, intuisce la nuova configurazione e il primo puzzle viene ben presto completato. A esso seguono gli altri. Scoppia un applauso spontaneo mentre l’ultima tessera combacia nell’ultimo puzzle del terzo gruppo“.

Qualche lettore potrebbe pensare: “sai che novità, il lavoro di gruppo si pratica, anche nelle scuole italiane, da quasi un secolo”. Chi penserà ciò, sappia che ha perfettamente ragione: anche nella nostra scuola ci sono migliaia di maestre e maestri eccellenti, capaci di innovare e promuovere le buone pratiche.
È importante, però, che sempre più persone si avvicinino alla dimensione globale dell’educazione. Ecco perché promuovere queste pratiche non è inutile.

FONTI

   

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