Il problema della disciplina

Lettura scelta da “Un genitore quasi perfetto”, di Bruno Bettelheim:


Molti genitori si preoccupano, giustamente, di dare una buona educazione ai loro figli: di instillare in loro il senso della responsabilità e di insegnargli a essere ubbidienti e disciplinati nelle loro azioni e reazioni.
Si pongono, cioè, il problema della disciplina, il che è molto comprensibile, data la sua diffusa mancanza nella nostra società, soprattutto tra i giovani.
Le teorie al riguardo sono oggi spesso contrastanti e l’idea stessa di disciplina sembra incontrare meno favore di un tempo. Nella grande maggioranza, i genitori che si sono rivolti a me per sapere come ottenere dai figli la disciplina, in realtà volevano sapere la mia opinione sull’opportunità delle punizioni, su come e quando darle, con particolare riferimento alle punizioni corporali.
Quei genitori, sinceramente desiderosi di educare in modo giusto i figli e di ottenere la loro ubbidienza nei modi più consoni, avevano però trascurato di considerare il vero significato della parola disciplina.

Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata; anzi l’idea stessa di forza è estranea e contraria all’idea di discepolato. In realtà, il modo migliore, anzi forse l’unico modo, per diventare persone “disciplinate” è di emulare l’esempio di qualcuno che si ammira, e non già di venire istruiti verbalmente (che può essere al massimo un mezzo complementare) né tanto meno di esservi indotti con le minacce.
Se poi ci sentiamo il discepolo prediletto (o uno dei discepoli prediletti) del maestro, siamo ancora più motivati a plasmarci a sua immagine e somiglianza, in altre parole a identificarci con lui.

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Sta dunque al genitore sfruttare il bisogno di attaccamento del bambino, per stimolare l’autocontrollo nelle situazioni concrete e, ancora più importante, per far nascere in lui l’impegno duraturo a essere, o comunque a diventare, un essere umano capace di disciplina. L’autodisciplina non si conquista facilmente, neppure quando il bambino ammira i suoi genitori, li ama, e, sentendosi amato da loro, desidera essere come loro. Non è un’impresa facile, perché molti genitori mancano a loro volta di autodisciplina, e perciò non possono fornire al figlio un’immagine chiara, sotto questo profilo, da emulare.
Inoltre, molti genitori cercano di insegnare ai figli l’autocontrollo con sistemi che provocano la loro resistenza, anziché suscitare in loro il piacere di imparare.

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Esiste poi un’altra difficoltà: i bambini tendono a rispondere più prontamente, in senso sia positivo che negativo, quando avvertono la forza del coinvolgimento emotivo del genitore; ma l’autodisciplina preclude di norma l’effusione delle emozioni, anche quando queste sono intense. È quando il genitore perde il controllo che i bambini ne vengono più impressionati, perché allora ricevono segnali più intensi. Il paradosso sta appunto nel fatto che l’insegnamento dell’autocontrollo richiede grande pazienza da parte del maestro, ma la pazienza è una virtù poco vistosa e non fa quella profonda e immediata impressione che si ottiene invece quando la si perde. Occorre un numero si direbbe infinito di esempi di autocontrollo e di pazienza da parte del genitore per insegnare e fare interiorizzare ai bambini i valori di questo tipo di comportamento.


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