Autonomia e indipendenza sono due principi educativi diversi.
L’indipendenza è quella del naufrago o dell’eremita, è la virtù di colui che riesce a sopravvivere senza legami: è la “capacità di sussistere e di operare in base a principi di assoluta autonomia” (Google, ad vocem). Indipendenza deriva dal latino in, “non” e dipendere, che indica la condizione dell’essere soggetto a qualcuno; essere indipendente significa non essere asservito ad alcuno, con un netto distacco.
L’autonomia ha un’origine differente: questa parola indica la capacità di vivere secondo le proprie leggi (dal greco antico autos, “egli stesso” e nomos, “legge”). Una persona autonoma è una persona capace di regolare se stessa, la propria affettività e la propria morale, ma non si fa menzione alla solitudine o all’isolamento dagli altri.

Educare all’autonomia significa far crescere un bambino (e, di riflesso, crescere anche noi) capace di comprendere i propri bisogni, anche in relazione agli altri. Significa rinunciare alla tentazione di modellarlo come se fosse una statua di cera e lasciarlo libero di esplorare il suo potenziale; significa dargli gli strumenti per intraprendere il proprio percorso di vita ricordando sempre l’interdipendenza: i legami ci arricchiscono e sono una condizione essenziale per vivere bene, non un limite (come, invece, è la solitudine). L’autonomia non ha bisogno di essere esasperata: emerge naturalmente quando le relazioni si consolidano. I litigi in famiglia sono un momento cruciale per lo sviluppo dell’autonomia: il bambino, infatti, sperimenta la diversità di vedute e lo scontro – civile – tra idee divergenti. In questo senso sono molto importanti anche le esperienze coi pari: la scuola, il campo estivo e la colonia. L’autonomia ha bisogno di una rete affettiva di sicurezza: si nutre di ascolto, di qualcuno capace di intuire quando abbiamo bisogno di un sostegno.

Educare un bambino all’indipendenza, diversamente, significa abituarlo a poter contare solo sulle sue forze; significa dare valore all’assenza invece che alla presenza. Significa abituare il bambino, sin da piccolo, a non creare problemi, il che si traduce naturalmente nell’avversione al rischio.
L’indipendentismo educativo trascura un fattore importante: le relazioni sociali sono un fattore cruciale, forse il più importante, per riuscire a superare autonomamente i problemi e gli ostacoli. Purtroppo, l’educazione all’indipendenza vede questi momenti come una minaccia, e preferisce eliminare direttamente l’ostacolo, con il risultato che i bambini crescono in una bolla, destinata, presto o tardi, a scoppiare.

Ricordiamoci della presenza affettiva, condizione essenziale dell’autonomia. Confondere l’autonomia con l’indipendenza può sembrare una sottigliezza linguistica, ma si tratta di una scelta di campo dagli effetti tutt’altro sottili.

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