Non si può educare se mancano dei valori condivisi

Lettura scelta da un documento di Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca


… l’educazione, come il parto, porta con sé un inevitabile e ineliminabile carico di sofferenza. Non è un parto indolore. Non può essere espletata senza una passione per la vita. L’educazione non deve comunicare verità “fredde” che lasciano indifferenti. Quando è fatta con pathos, essa diventa un flusso caldo di vita che riscalda il cuore, rivela ciò che veramente ha valore, rassicura da dubbi e incertezze e produce una trasformazione della persona. Il rischio più grande oggi sembra che «i nostri ragazzi siano costretti – come i trapezisti di un circo – ad attraversare la vita in equilibrio su una corda sospesa nel vuoto. Mentre gli adulti non sembrano più in grado di alzare il loro sguardo al cielo» (P. Crepet).

In quanto arte delle arti, l’educazione è sempre stata un’arte difficile. In campo educativo, non vi sono ricette prestabilite, ma orientamenti da verificare continuamente nella concretezza della relazione interpersonale. Ogni generazione è chiamata a confrontarsi nuovamente sulle modalità più opportune per trasmettere il patrimonio di valori alle nuove generazioni. Anche le più sofisticate teorie pedagogiche devono fare i conti con la singolarità della persona e la dimensione di mistero in cui ogni uomo è immerso. Possono migliorare gli strumenti e le tecniche, ma il processo educativo è sempre accompagnato da un’intrinseca complessità perché legato alla specifica esperienza che ciascuna persona compie nell’arco della sua esistenza.

Nonostante la sua ineliminabile complessità, l’educazione è un’arte possibile. Essa è una dimensione essenziale del vivere umano. È nella stessa idea di umanità che è intrinsecamente presente la necessità di una paideia, di un’accoglienza del nuovo e della sua crescita secondo valori che danno fondamento alla vita. Per questo l’educazione va intesa come un’arte generativa. Si basa sulla consapevolezza che la vita si conserva solo se la si trasmette e che la trasmissione riguarda non contenuti astratti, ma la vita stessa. L’educazione è un processo vitale, uno stimolo a creare qualcosa di nuovo, di buono e di bello. Educare è vita che genera vita. In questo senso «l’educazione è un’arte gioiosa, non può essere un lavoro forzato. Nemmeno può essere motivata in se stessa da un fine di lucro, ma soltanto dalla creazione armoniosa e felice il più possibile di una persona umana» (card. Carlo M. Martini). La gioia di vivere sprigiona una forza attrattiva che dona fiducia e speranza e genera un desiderio di promuovere ogni espressione di amore per la vita.

Non si può educare se manca un orizzonte di valori da promuovere e da consegnare alle nuove generazioni. Educare vuol dire guardare gli avvenimenti con realismo, stabilire un rapporto sereno col futuro, protendersi all’avvenire con una volontà di dare credito alle risorse morali di cui l’uomo dispone, sostenere il suo intrinseco desiderio di cercare e compiere il bene, aspirare a un mondo più giusto e più fraterno, aprirsi ai fondamentali valori umani e cristiani che danno senso alla vita. Ciò che blocca la trasmissione dei valori non è soltanto l’incoerenza pratica, la contraddizione tra il pensare e l’agire, che è un retaggio della fragilità umana, ma la sfiducia nella possibilità di aderire alla verità della vita. Ciò che è assolutamente necessario è compiere un esercizio di speranza. «L’anima dell’educazione può essere solo una speranza affidabile» (Benedetto XVI). Secondo Romano Guardini e Martin Buber, a fondamento di tutto deve esserci la fiducia nella vita. Educare significa avere fiducia nell’altro, considerando la sua persona come un mistero incommensurabile. Il mistero non è un “buco nero”, ma il fondamento stabile che esprime la verità degli affetti e la stabilità dei legami.

Nella lettera che ho indirizzato ai giovani, li ho invitati a farsi «curiosi cercatori e sognatori folli». Il fondamentale compito degli educatori è di sostenere la ricerca e di aiutare i giovani a realizzare i loro sogni. Vi sono, infatti, giovani ai quali non interessa cercare la verità, forse perché la loro coscienza è stata manipolata e dirottata su altri registri, diventati per loro idoli o miti. In loro, la domanda di verità sembra essersi assopita e magari sostituita con altre proposte apparentemente più facili da raggiungere o più allettanti per la promessa di felicità che contengono.

In questa situazione, il primo compito degli educatori è mettersi in ascolto dei giovani. Alcuni di loro forse non cercano perché non si sentono cercati da nessuno. Avvertono quasi di essere abbandonati a se stessi. All’eccessiva cura e protezione materiale, non sempre corrisponde da parte degli adulti la vicinanza e soprattutto la pazienza di ascoltare. La ricerca è stimolata dal sentirsi amati e cercati da qualcuno che si fa vicino e si mostra attento alle domande più vere e più nascoste. «Abbiamo bisogno – scrive Papa Francesco – di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita» (Evangelii gaudium, 171).

L’ascolto deve essere sostenuto dall’accompagnamento. I giovani hanno bisogno di sentire che le figure educative sono capaci di stare accanto e di farsi compagni di viaggio. Vi sono, infatti, giovani che non cercano perché nessuno glielo ha insegnato o li ha stimolati a farlo. Ancora Papa Francesco sottolinea: «Abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito» (Evangelii gaudium, 171).

L’accompagnamento deve tradursi in un sapiente discernimento. L’educatore deve saper trovare la chiave giusta per entrare nello scrigno della interiorità confusa e disorientata dei giovani, per aiutarli ad entrare nella loro intimità più profonda. Ciò richiede la necessità di una pedagogia che sappia introdurre progressivamente il giovane alla scoperta e alla piena appropriazione del mistero della propria persona. Solo così sarà possibile giungere a un grado di maturità capace di assumere decisioni veramente libere e responsabili.

Infine, vi sono giovani che cercano, ma non trovano perché mancano testimoni credibili. Il vero educatore parla per diretta esperienza ed insegna con verità ciò che ha vissuto personalmente. La propria esperienza rende l’educatore un testimone credibile, paziente e comprensivo nei riguardi dei giovani; un maestro sapiente nel trovare i modi più appropriati «per risvegliare in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere» (Evangelii gaudium 272).

In conclusione, cari amici, mentre auguro a tutti voi un buon anno formativo, rivolgo al Signore una fervente preghiera perché benedica il nostro impegno e ci doni la grazia di metterci con gioia a servizio delle nuove generazioni: O Signore, assisti e proteggi tutti i membri della comunità educante e rendi fecondo ogni sforzo sincero, perché le nuove generazioni siano promosse nella scuola e nella vita; aiutaci a dare un valido contributo all’edificazione della civiltà dell’amore a lode e gloria del tuo nome.


FONTI

  • https://francescomacri.wordpress.com/2018/10/09/educare-che-passione-lettera-sulleducazione-delle-nuove-generazioni/