L’idea che l’educazione debba essere dura e che allo studente che sbaglia sia giusto infliggere “mazzate” è dura a morire. Nonostante gli studi psicologici degli ultimi decenni abbiano ampiamente dimostrato che non si può insegnare umiliando, c’è chi resiste a questa verità. Questo principio vale a scuola, ma anche a casa: il contesto emotivo durante il quale si è verificato un determinato apprendimento, influenza notevolmente gli sviluppi futuri dell’apprendimento stesso.

Umiliando un bambino in virtù della nostra superiorità, non otteniamo l’effetto di farci considerare come guide autorevoli, ma unicamente l’effetto di svalutare il bambino e rendere più difficoltosi ulteriori apprendimenti. Il ruolo dell’errore nell’educazione è centrale, ma è altrettanto importante studiare forme di comunicazione capaci di valorizzare quell’errore senza che chi lo commette si senta umiliato.

L’umiliazione è sempre una scelta di chi la mette in atto, così come il giudizio. Un ottimo spunto di riflessione è interrogarti sui motivi che ci hanno  spinto ad umiliare qualcuno. Il Mahatma Gandhi rifletteva:

Per me è sempre stato un mistero perché gli uomini si sentano onorati quando impongono delle umiliazioni a propri simili“.

Prova a chiederti: 1) perché l’hai fatto, 2) potevi usare parole diverse e gentili per esprimere lo stesso concetto? 3) come ti senti? 4) come potrebbe sentirsi il bambino?

Se ritieni che l’umiliazione sia uno strumento formativo, ti occorreranno due domande in più: 1) hai mai letto studi scientifici al riguardo? 2) su quali dati quantitativi basi la tua convinzione (l’esperienza personale, per ovvie ragioni, non conta)?

Ecco che anche il tema dell’umiliazione diventa prezioso per riflettere su se stessi e sulle proprie convinzioni: un’occasione spiacevole potrebbe trasformarsi in un buon momento formativo per sviluppare il proprio pensiero critico.