Rispettiamo i tempi dei bambini! Lasciamoli giocare

Vogliamo un bambino competente…

Da qualche decennio a questa parte ci siamo lasciati convincere dalla retorica delle competenze e del profitto. Quella secondo cui i bambini a quattro anni devono cominciare a leggere, a sei devono essere in grado di calcolare la circonferenza della Terra perché “il nostro mondo è competitivo” e quindi bisogna stare un passo avanti agli altri.

In verità, si tratta di un abbaglio gigantesco. Come provarlo? Ad esempio, i fondatori di Google e Amazon e Wikipedia vengono dalla scuola Montessori, che fa dei tempi lenti del bambino un suo cavallo di battaglia. In compenso, la società delle competenze ha sfornato un’infinità di frustrati, di insicuri, di scoraggiati. Oltre all’aumento esponenziale dei disturbi dell’apprendimento e dello sviluppo. Sarà un fenomeno naturale? O è colpa di chi ha tentato di cancellare l’infanzia?

o un bambino felice?

Forse dobbiamo ripartire cercando di capire chi è il bambino. I bambini corrono, urlano, si sporcano e sporcano casa, a volte litigano, ogni tanto piangono, è normale che vi provochino o rispondano male (ed è altrettanto normale che gli si insegni la buona educazione).

 

Il bambino non si sviluppa facendo ore e ore di compiti, ma confrontandosi coi coetanei, giocando, esplorando. L’imprenditorialità non ha nulla a che vedere con le moltiplicazioni e la letteratura: ci sono stati grandi imprenditori analfabeti, o più recentemente senza una laurea. Sono coloro che hanno saputo adattarsi, coloro che vedevano oltre, persone dalla determinazione fuori dal comune e dalla volontà d’acciaio.

Non si tratta di doti comuni, ma di doni rari. Certo, possiamo cercare di svilupparli attraverso l’esercizio creativo, con una buona scuola di vita, non certo insegnando ai bambini a leggere a quattro anni. La determinazione si forma più giocando a pallone in spiaggia o rincorrendosi nei boschi che compilando un quaderno.

E qui arriviamo al secondo punto: mettere da parte le competenze, gli standard, il profitto non significa esaltare la società dell’ignoranza. Quanti diplomati e laureati si scambiano gattini su Facebook o condividono bufale immani scambiandole per realtà? Sono persone che hanno studiato, che sanno, ma a cui manca la cosa più importante: l’amore per la conoscenza. Sono figli di una scuola profondamente sbagliata.

Lasciar perdere l’idea della competizione e degli obiettivi minimi significa mettere al centro dell’educazione l’unico obiettivo davvero vitale: insegnare, a ciascuno secondo il suo tempo, che la cultura è uno strumento per vivere felici. Non per lavorare, non per vincere un concorso, ma per essere felici.

Spunt-esercizio: l’orologio magico

Il primo esercizio che dobbiamo imparare a padroneggiare è il rispetto del tempo. Che chimera! Cominciamo rispettando i tempi dei bambini, garantendo loro il diritto alla lentezza e il diritto a perdere tempo. Anche l’ozio è formativo, eccome se lo è!

Voi sapete rispettare i tempi degli altri? O vi servirebbe un orologio magico per farlo?