La scuola dovrebbe essere un luogo di collaborazione e cooperazione e non un sistema competitivo. La maggior parte dei nostri insegnanti è consapevole dell’importanza della collaborazione (pur operando in condizioni materiali molto difficili), ma ci sono ancora una serie di “cattive abitudini”, talvolta involontarie, che finiscono per mettere al centro forme di competizione non opportune. In particolare, abbiamo individuato due tendenze che potremmo facilmente correggere per trasformare la didattica della competizione (presunta) in didattica della collaborazione (reale).

Il primo punto di attenzione sono le prove standardizzate (test Invalsi per cominciare): svolgere un test non significa instillare la competizione nei cuori e nelle menti dei ragazzi, ma unicamente rilevare dati uniformi sul territorio nazionale; questa è un’esigenza legata alla pianificazione di politiche ed interventi educativi, non ha nulla a che vedere con la competizione tra studenti. Eppure, la percezione comune è quella di una sorta di gara tra scuole e tra alunni. Se riuscissimo a cambiare questo stereotipo, avremmo già fatto un grande passo avanti verso una didattica maggiormente collaborativa.

Il secondo punto di attenzione è costituito dai messaggi che i ragazzi ricevono a casa, dai genitori. La famiglia, in modo indiretto, ha un ruolo importante nella costruzione di un ambiente scolastico: spesso sono proprio i genitori a istituire un sistema di confronti e classifiche. Invece di compilare l’elenco dei voti di tutta la classe, meglio focalizzare l’attenzione sulle attività di gruppo svolte dai ragazzi.

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