Oggi siamo raramente da soli; certo, trascorriamo sempre meno tempo in compagnia degli altri, ma siamo circondati da oggetti il cui fine ultimo è proprio quello di evitarci la solitudine. Pensiamo ai dispositivi digitali, alla messaggistica, alle notifiche che ci avvisano di tutto ciò che accade là fuori.
Eppure, la solitudine non è un mostro del quale avere paura; esiste una solitudine buona, fatta di silenzio: è questa che ci porta a riscoprire il nostro mondo interiore e che genera la conoscenza. A questo proposito fanno riflettere le parole di Romano Guardini:

Solo nel silenzio si attua la conoscenza autentica. Conoscenza non è semplicemente notizia. Anche questa è senza dubbio buona e indispensabile. Si sa per esempio che una persona è malata e soffre. Ci si preoccupa, si cercano rimedi, o si chiama il medico, e tutto è in ordine. Invece chi mira alla conoscenza si domanda: Che cosa è mai questo, il dolore? Che cosa segue a causa del dolore in un’esistenza quando il dolore viene interiormente accettato, vissuto, oppure respinto? E, nel caso di quest’uomo che soffre, come incide il dolore nella sua vita? Sono domande che non trovano risposta finché se ne parla. O forse una risposta estrinseca; non di certo una intrinseca che comprende e coglie l’essenza. A chi parla sfugge precisamente ciò di cui importa: l’intimo termine di confronto; lo sguardo sull’esistenza che ha davanti; l’intuizione che colga il modo come questa singola irripetibile esistenza si svolge. Per tutto ciò io devo concentrarmi; devo far silenzio, pormi interiormente dinanzi a ciò che intendo, penetrarlo identificandomi con il suo sentimento. Allora, nei buoni momenti, mi si fa chiaro: in quest’uomo sofferente avviene cosí e cosí. Questo solo è conoscenza, alba di verità. Chi non sa tacere, non la sperimenta mai“.

Ma che cos’è questo silenzio, questa solitudine di cui parla Guardini? Perché esistono certamente due solitudini: 1) quella che fa soffrire, “il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi” come l’ha definita Jose Saramago, l’isolamento, che impoverisce la mente e l’anima delle persone; 2) “quella sopportabile, che ci fa compagnia“, sempre con le parole dello stesso autore.

La seconda solitudine è quella che genera la conoscenza, ma per apprezzarla dobbiamo riscoprire il piacere del silenzio: dobbiamo sopprimere il chiasso interiore, il caos dei nostri pensieri, che vomitiamo all’esterno ogni giorno. C’è una massima dello psichiatra piemontese Eugenio Borgna, che ci insegna a fare tesoro del silenzio: “Chi non fa che parlare, non si possiede realmente, giacché scivola via di continuo da se stesso, e ciò che egli dona agli altri non sono che vacue parole“. Già, perché il silenzio è bello. 

BIBLIOGRAFIA
E. BORGNA, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi, 2015
J. SARAMAGO, L’anno della morte di Ricardo Reis, Feltrinelli, 1985

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