Test psico-attitudinali ai docenti: un passo avanti, non una soluzione

L’idea di introdurre dei test psico-attitudinali per la selezione dei docenti piace ai presidi e agli insegnanti italiani, al punto che l’80% si dice favorevole alla loro introduzione. L’insegnamento, del resto, non è un lavoro per tutti. Ma quali insidie si nascondono dietro questa presa di posizione?

L’utilità dei test psicoattitudinali in entrata
Selezionare i docenti sulla base di un test psicoattitudinale non è un’idea sbagliata. L’insegnamento è una professione che, accanto alle conoscenze “da concorso” (che sono fondamentali: insegnare senza conoscere a fondo le discipline è pericoloso), devono possedere una grande quantità di competenze trasversali: empatia, capacità di ascolto, autocontrollo e auto-disciplina. Un noto studio nel campo della psicologia positiva ha rivelato, qualche anno fa, che il fattore che meglio di tutti riesce a predire il successo degli insegnanti (ovvero il non-abbandono della carriera e i risultati degli studenti) è l’autodisciplina. Non il QI, né il proprio grado di preparazione nelle discipline di insegnamento, ma la capacità di non arrendersi di fronte agli ostacoli.
Questa evidenza scientifica è una di quelle per le quali vale la pena richiedere i test psicoattitudinali: potrebbero essere uno strumento per selezionare solo i docenti migliori, quelli capaci di fare la differenza e di istruire anche classi complesse.

Il grosso limite dei test psicoattitudinali 
Purtroppo, i test psicoattitudinali non sono uno strumento per prevenire i comportamenti scorretti da parte degli insegnanti. Chi li invoca per tutelare i bambini dagli episodi di violenza (fisica e psicologica) prende una cantonata. Infatti, lo stress lavoro correlato non si misura all’ingresso, ma in itinere. L’insegnamento è una professione che usura nel tempo: necessità di un monitoraggio attento e costante, non di uno sbarramento all’ingresso (che, come abbiamo detto, potrebbe invece essere utile per la qualità dell’insegnamento e della relazione docente-discente).
Per Vittorio Lodolo D’Oria, medico che si occupa di stress lavoro correlato, con i test a inizio carriera non si risolve nulla. Come ha scritto su Orizzonte Scuola: “Dobbiamo sempre rammentare che quella del docente è la helping profession maggiormente esposta all’usura psicofisica dell’insegnante medesimo. Poi ci porta un esempio più che eloquente: “Pochi giorni fa si è rivolta a me un’insegnante di sostegno della scuola primaria confidandomi che ha preso a calci e schiaffi il bimbo disabile a lei affidato che la fa disperare. Questo è il tipico sintomo noto come ‘mancanza del controllo degli impulsi’ che connota un disordine psicopatologico franco. Credere di risolvere il problema con un test psicoattitudinale all’inizio della carriera di un docente è quanto meno illusorio. Non dimentichiamo che l’insegnante è l’unico professionista ad avere un particolarissimo rapporto con la (stessa) utenza: incontri di più ore tutti i giorni lavorativi della settimana, per 9 mesi di fila all’anno, per cicli di 3 o di 5 anni.  Il medico ci spiega come articolerebbe un intervento sostitutivo ai test: “Al primo punto ci dovrebbe essere il riconoscimento delle patologie psichiatriche come malattie professionali dell’insegnamento (si ricordi che oggi sono riconosciute come causa di servizio solo le disfonie croniche); al secondo l’attuazione della prevenzione dello SLC – come previsto dall’art. 28 del D.L. 81/08 – attraverso l’informazione dei docenti circa le loro malattie professionali e la formazione dei dirigenti scolastici rispetto alle loro incombenze medicolegali nella tutela della salute dei docenti; l’ultima fase dovrebbe essere quella dell’erudimento dei medici sulle patologie professionali degli insegnanti attraverso realizzazione e diffusione di studi epidemiologici sulla categoria professionale dei docenti”.

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