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La regina della neve: prima storia

Prima storia. Lo specchio e le schegge

Testo di: H. C. Andersen

Guarda, adesso cominciamo, quando saremo alla fine della storia ne sapremo più di quanto ne sappiamo adesso, perché qui si parla di uno spirito cattivo, uno dei peggiori, “il diavolo.” Un giorno era proprio di buon umore, perché aveva costruito uno specchio che aveva la facoltà di far sparire immediatamente tutte le cose belle e buone che vi si rispecchiavano, come non fossero state nulla; quello che invece era brutto e che appariva orribile, risaltava ancora di più. I più bei paesaggi sembravano spinaci cotti, e gli uomini migliori diventavano orribili o stavano schiacciati a testa in giù; i volti venivano così deformati che non erano più riconoscibili, e se qualcuno aveva una lentiggine, allora poteva essere ben sicuro che questa si sarebbe allargata fino al naso e alla bocca.

Era straordinariamente divertente, diceva il diavolo. Se c’era un pensiero pio e buono questo nello specchio diventava una smorfia, così il diavolo doveva per forza ridere della sua divertente invenzione. Tutti quelli che andavano a scuola di magia, perché lui teneva una scuola di magia, raccontavano in giro che era successo un prodigio: adesso finalmente si poteva vedere, dicevano, come erano veramente il mondo e gli uomini. Corsero intorno con lo specchio e alla fine non ci fu più un solo paese o un solo uomo che non fosse stato deformato nello specchio.

Ora volevano volare fino al cielo per prendersi gioco degli angeli e «di nostro Signore». Più volavano in alto con lo specchio, più questo rideva con violenza: riuscivano a malapena a tenerlo; volarono sempre più in alto, vicino a Dio e agli angeli; a un certo punto lo specchio tremò così terribilmente per le risate, che sfuggì loro di mano e precipitò verso la terra, dove si ruppe in centinaia di milioni, di bilioni di pezzi, e ancora di più.

E così fece molto più danno di prima, perché alcuni pezzi erano piccoli come granelli di sabbia, e volavano intorno al vasto mondo, e quando entravano negli occhi della gente vi rimanevano, così la gente vedeva tutto storto, oppure vedeva solo il lato peggiore delle cose, perché ogni piccolo pezzettino dello specchio aveva mantenuto la stessa forza che aveva lo specchio intero.

A qualcuno una piccola scheggia dello specchio cadde addirittura nel cuore, e questo fu veramente orribile: il cuore divenne come un pezzo di ghiaccio. Alcune schegge dello specchio erano invece così grandi che vennero usate per farne vetri da finestra, ma non era il caso di guardare i propri amici attraverso quei vetri; altri pezzi diventarono occhiali, e questo fu proprio un male, quando la gente metteva gli occhiali per vedere meglio e per essere obiettiva. Il maligno rideva tanto che lo stomaco gli ballava tutto, e gli faceva il solletico. Ma fuori volavano ancora piccoli pezzi di vetro nell’aria. Ora sentiamo cosa accadde.

Continua a leggere la seconda storia…

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La regina della neve: seconda storia

Seconda storia. Un bambino e una bambina

Testo di: H. C. Andersen

Nella grande città, dove ci sono tante case e tanti uomini che non resta posto perché tutta la gente possa avere un giardinetto, e dove per questo la maggior parte della gente deve accontentarsi dei fiori nei vasi, abitavano due bambini poveri, che avevano però un giardino appena più grande di un vaso di fiori. Non erano fratelli, ma si volevano bene come se lo fossero stati. I genitori erano vicini di casa, abitavano in due soffitte nel punto in cui i tetti delle due case confinavano e le grondaie si univano si affacciava da ogni casa una finestrella; bastava solo scavalcare la grondaia, per poter passare da una finestra all’altra.

I genitori avevano messo lì fuori ognuno una grossa cassa di legno e in questa crescevano le erbe aromatiche che usavano in cucina, e un piccolo roseto; ce n’era uno in ogni cassa e cresceva proprio bene. Un giorno i genitori pensarono di mettere le casse in modo trasversale sulla grondaia, così da unire quasi le due finestre e creare come un terrapieno di fiori. I rametti del pisello pendevano dalle casse, i roseti allungavano i rami e si arrampicavano intorno alle finestre, intrecciandosi in un arco di trionfo di verde e di fiori. Poiché le cassette erano molto alte e i bambini sapevano che non potevano scavalcarle avevano avuto il permesso di uscire dalla finestra, sedersi sui loro piccoli seggiolini sotto le rose e lì giocare beatamente.

D’inverno però questo divertimento non c’era. Le finestre erano gelate, ma allora i bimbi scaldavano una monetina di rame e la mettevano sulla finestra gelata, perché si formasse un piccolo spiraglio rotondo; dietro ogni spiraglio faceva capolino un dolcissimo occhio, uno da ogni finestra; erano il bambino e la bambina. Lui si chiamava Kay e lei Gerda. D’estate con un balzo potevano incontrarsi; d’inverno dovevano invece scendere molte scale e poi salirne altrettante; c’era tempesta di neve.

«Sono bianche api che sciamano!» disse la vecchia nonna.
«Hanno anche loro un’ape regina?» chiese il bambino, perché sapeva che tra le vere api c’era anche una regina.
«Certo che ce l’hanno!» rispose la nonna. «Vola dove le api sono più fitte! È più grande di tutte, e non si posa mai sulla tena, risale di nuovo nel cielo scuro. Molte notti d’inverno vola attraverso le strade della città e guarda nelle finestre, allora queste gelano in modo stranissimo, come venissero ricoperte di fiori.»
«Sì, l’ho visto!» esclamarono entrambi i bambini, e quindi sapevano che quella era la verità.
«La regina della neve può entrare qui?» chiese la bambina.
«Lascia che venga!» rispose il ragazzo. «La metto sulla stufa calda, così si scioglie.»
Ma la nonna, carezzandogli i capelli, raccontava altre storie.

Di sera il piccolo Kay, già mezzo svestito, si arrampicò su una sedia vicino alla finestra e guardò fuori da quel piccolo buco, un paio di fiocchi di neve caddero là fuori e uno di questi, il più grande, restò posato sull’angolo di una delle cassette di fiori. Crebbe sempre più e alla fine si trasformò in una donna avvolta in sottilissimi veli bianchi che sembravano formati da milioni di fiocchi di neve brillanti come stelle. Era molto bella e fine, ma fatta di ghiaccio, di un ghiaccio splendente e brillante, eppure era viva; gli occhi osservavano come due chiare stelle, ma non c’era pace né tranquillità in loro. Fece cenno verso la finestra e salutò con la mano. Il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia, e allora fu come se là fuori volasse un grande uccello davanti alla finestra.

II giorno dopo tutto era gelato; poi venne il disgelo, e infine giunse la primavera, il sole splendette, il verde spuntò, le rondini costruirono i nidi, le finestre si aprirono e i bambini si ritrovarono nel loro piccolo giardino lassù vicino alla gronda del tetto sopra tutti gli altri piani.
Le rose quell’estate fiorirono meravigliose; la bambina aveva imparato un inno in cui si parlava di rose e arrivata a quel punto pensava alle sue; lo cantava insieme al ragazzino:
Le rose crescono nelle valli, laggiù parleremo con Gesù Bambino!
I piccoli si tenevano per mano, baciavano le rose e guardarono verso il sole di Dio parlando come se Gesù Bambino fosse stato là. Che belle giornate estive, come era bello stare fuori vicino a quei freschi roseti, che sembrava non volessero mai smettere di fiorire.

Kay e Gerda guardavano in un libro di figure immagini di animali e di uccelli, quando la campana batté proprio le cinque dal grande campanile, e Kay esclamò: «Ahi! Ho avuto una fitta al cuore, e mi è entrato qualcosa nell’occhio!».
La bambina gli prese il capo; lui sbatteva gli occhi, ma no, non si vedeva niente.
«Non credo che sia uscita» disse, ma non era così. Era proprio uno di quei granellini di vetro che si erano staccati dallo specchio, dallo specchio magico, ce lo ricordiamo quell’orribile specchio che rendeva tutte le cose grandi e buone che vi si specchiavano piccole e orribili, mentre le cose cattive e malvage risaltavano molto e di ogni cosa si vedevano subito i difetti. Povero Kay, anche lui aveva ricevuto un granello, proprio nel cuore. E il cuore gli sarebbe presto diventato di ghiaccio; ora non sentiva più male, ma il granello era sempre là.

«Perché piangi?» chiese. «Sei brutta quando piangi, e poi io non ho niente!» E improvvisamente gridò: «Uh! quella rosa è stata morsicata da un verme! E guarda: quell’altra è tutta storta! In fondo sono rose orribili! assomigliano alle cassette in cui si trovano!». E intanto col piede colpì duramente la cassetta e strappò due rose.
«Kay! che cosa fai?» gridò la bambina, e quando lui vide che lei si era spaventata, strappò un’altra rosa e corse via nella sua finestra, lontano dalla brava Gerda.

Quando poi lei arrivava col libro illustrato, lui diceva che era un passatempo per bambini, e quando la nonna raccontava le storie, lui interveniva sempre con un «Mah», e addirittura si metteva a camminare dietro di lei, si metteva i suoi occhiali e parlava proprio come la nonna; era bravissimo a imitarla e la gente rideva. Presto imparò a imitare la gente della strada. Tutto quello che c’era in loro di strano e brutto, Kay lo sapeva imitare, e così la gente diceva: «È proprio in gamba quel ragazzo!». Ma in realtà tutto accadeva per quel vetro che gli era entrato nell’occhio, quel vetro che gli stava sul cuore: per questo si comportava così, prendeva in giro persino la piccola Gerda, che gli voleva un bene dell’anima.

Ora i suoi passatempi erano ben diversi da quelli di prima erano molto seri: un giorno d’inverno, mentre nevicava forte arrivò con una grande lente di ingrandimento, sollevò fuori dalla finestra l’orlo della sua giacchetta blu e aspettò che i fiocchi di neve vi si posassero.
«Guarda in questa lente, piccola Gerda!» disse, e ogni fiocco di neve divenne molto grande e sembrò un meraviglioso fiore o una stella a dieci punte; era proprio meraviglioso.
«Vedi come è ben fatto!» disse Kay «è molto più interessante dei fiori veri. Non c’è neppure un difetto, sono tutti identici, se solo non si sciogliessero!»
Poco dopo ritornò con dei grossi guanti e con lo slittino sulla schiena, gridò nelle orecchie a Gerda: «Ho avuto il permesso di andare nella piazza grande dove giocano anche gli altri ragazzi!» e se n’era già andato.

Là nella piazza i ragazzi più arditi legavano i loro slittini ai carri dei contadini, così venivano trascinati per un bel pezzo: era molto divertente. Stavano giocando così quando giunse una grande slitta, tutta dipinta di bianco, dove sedeva una persona avvolta in una morbida pelliccia bianca e con un cappuccio in testa; la slitta fece due volte il giro della piazza e Kay vi legò svelto lo slittino, così si fece trascinare. Andò sempre più forte fino alla strada successiva; la persona che guidava voltò la testa e fece un cenno molto affettuoso a Kay, come se si conoscessero già; ogni volta che Kay voleva sciogliere il suo slittino quella gli faceva di nuovo cenno, e così Kay rimaneva seduto; corsero fino alla porta della città.

Allora la neve cominciò a precipitare così fìtta che il fanciullo non poteva vedere a un palmo davanti a sé, mentre veniva trascinato via così sciolse velocemente il laccio per staccarsi dalla grande slitta, ma non servì a nulla, la sua piccola slitta rimase attaccata, e andava alla velocità del vento. Allora urlò forte, ma nessuno lo sentì e la neve continuava a cadere e la slitta continuava a correre, ogni tanto dava un balzo, era come se stesse passando sopra fossi o siepi. Kay era spaventatissimo, voleva recitare il Padre Nostro, ma riusciva solo a ricordare la tavola pitagorica.

I fiocchi di neve diventavano sempre più grandi, alla fine sembravano grosse galline bianche; improvvisamente la slitta balzò di lato, si fermò e la persona che la guidava si alzò; la pelliccia e il cappuccio erano fatti di neve, e lei era una dama, alta e snella, di un candore splendente, era la regina della neve.
«Abbiamo fatto un bel giro!» esclamò «ma che freddo! Riparati nella mia pelliccia di orso!» e se lo mise vicino sulla slitta e gli avvolse intorno la pelliccia, e a lui sembrò di affondare in una montagna di neve.
«Hai ancora freddo?» chiese, baciandolo sulla fronte. Oh! il bacio era più freddo del ghiaccio, e gli andò direttamente al cuore, che già era un pezzo di ghiaccio. Gli sembrò di morire. Ma solo per un attimo, poi si sentì bene; e non notò più il freddo tutt’intorno.

«Lo slittino? Non dimenticare il mio slittino!» fu la prima cosa che ricordò; lo slittino venne legato a una delle galline bianche, che seguivano volando la slitta della regina. La regina della neve diede un altro bacio a Kay e subito lui dimenticò la piccola Gerda e tutti quelli che erano a casa.
«Non ti darò più baci!» esclamò lei «altrimenti ti farei morire.»
Kay la guardò: era così bella, un viso più bello e intelligente non lo avrebbe potuto immaginare; ora non sembrava più di ghiaccio, come quella volta che l’aveva vista fuori dalla finestra mentre gli faceva cenno: ai suoi occhi appariva perfetta, non sentì affatto paura, le raccontò che sapeva fare i calcoli a memoria, anche con le frazioni, che conosceva l’estensione in miglia quadrate dei vari paesi e il numero degli abitanti; lei continuava a sorridergli.

Allora Kay pensò che non era abbastanza quello che conosceva, così guardò in alto, nel grande spazio dell’aria, e la regina volò con lui, volò in alto su una nera nuvola, mentre la tempesta infuriava e fischiava, sembrava che cantasse vecchie canzoni. Volarono sopra boschi e laghi, sopra giardini e paesi, sotto di loro soffiava il freddo vento, ululavano i lupi, la neve cadeva, sopra di loro volavano neri corvi gracchianti, ma sopra a tutto brillava la luna, grande e luminosa, e alla luna Kay guardò in quella lunghissima notte d’inverno; quando venne il giorno dormiva ai piedi della regina della neve.

Continua a leggere la terza storia…

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Educhiamo i figli a essere onesti, non furbi

Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi“.
Tiziano Terzani

Il nostro regalo per la Festa del Papà è questo brano tratto dall’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, articolo di Italo Calvino pubblicato nel marzo 1980 sulle pagine della Repubblica. Ci piace pensare ai papà (e anche alle mamme, naturalmente,, ma è pur sempre il 19 marzo) come a dei campioni di onestà, pronti a trasmettere i loro valori ai propri bimbi. Nelle parole di Calvino – con tutta l’amarezza di un intellettuale che ha assistito a una delle pagine più tristi della storia socio-politica italiana – si ritrova il senso profondo dell’onestà: l’abito mentale di chi vive serenamente al di là della ricchezza.

APOLOGO SULL’ONESTÀ NEL PAESE DEI CORROTTI

“Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese (l’Italia, ndr), non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”.

Un libro per voi: Almanacco del Cuore

Se siete genitori o educatori che amano mettersi in gioco, vi raccomandiamo il nostro Almanacco del Cuore.
Si tratta di un percorso di crescita della durata di 90 giorni: attraverso 90 pensieri illustrati da colorare (accompagnati da un manuale di istruzioni e vari modi d’uso) potrete focalizzarvi su ciò che conta davvero. Questo libro è un vero e proprio eserciziario di coaching creativo per riscoprire la semplicità del benessere.
Per acquistarlo, cliccate sulla copertina qui sotto:

FONTI
http://temi.repubblica.it/micromega-online/italo-calvino-racconta-la-controsocieta-degli-onesti/

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Educare non significa accontentare

Tutti i genitori e gli educatori sono costantemente alle prese con richieste e piccoli capricci. A volte più contenuti, a volte difficili da gestire, specie se siamo in pubblico. Ciascuno gestisce questi momenti a modo suo, ma c’è un motivo di fondo, un principio che dovremmo sempre ricordare:

Educare non significa accontentare.

Non sempre, non a qualsiasi costo, non se si tratta di cedere a un capriccio. Vale la pena ricordare che non si smette mai di imparare. Un bambino che, di fronte ai capricci, viene accontentato, imparerà che quella è la strada migliore per soddisfare un suo bisogno.

Imparare ad accettare un no, un rifiuto è essenziale per poter vivere felici: non sarà sempre tutto rose e fiori da grandi! La resilienza è indispensabile per una crescita equilibrata.

Non siamo per un’educazione integralista, è giusto che l’eccezione alla regola ci sia, però non bisogna mantenere il controllo sulla situazione. Accontentare si può, ed è giusto, a patto che la richiesta sia ragionevole. O che, se si sta cedendo a un piccolo capriccio, non diventi la routine.

Invece, è bene chiedersi sempre quale sia il bisogno che porta ad una richiesta. Perché se da un lato è importante far valere i propri no, dall’altro bisogna riflettere, mettersi nei panni del bambino e interpretare i suoi bisogni. Abbiamo scelto questo tema per il gioco-esercizio di oggi.

La domanda magica

La prossima volta che i vostri figli vi chiederanno qualcosa (qualcosa per cui valga la pena fermarsi a riflettere un attimo, non certo se si tratta di un fazzoletto o un bicchier d’acqua) provate a porre questa magica domanda:

“Se ti accontento, cosa cambierà in te? Cosa imparerai?”

Rispondete insieme. Fatelo con leggerezza (che non vuol dire senza serietà, ma unicamente senza melodrammi), onestà e schiettezza. E ricordate: siete genitori. Avete il compito di educare, anche quando questo significa scontentare i bambini. Se manca una risposta convincente alla magica domanda, è meglio evitare. Se dietro la richiesta c’è un bisogno reale, con questo gioco-esercizio la porteremo alla luce.

Dopo le prime volte, la riflessione diverrà immediata e non sarà necessario fermarsi a discutere. Non è necessario che diventi un’ossessione per voi né per i bambini. Serve però a ricordarsi l’importanza della riflessione nel proprio compito educativo. Soprattutto, serve ad argomentare insieme ai bambini i motivi di un rifiuto, in modo tale che sappiano, quando si sentiranno dire di no, il perché di quella scelta.

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La dipendenza digitale è un problema molto serio

Daniela Lucangeli non ha dubbi e nell’articolo a sua firma pubblicato su “Agenda Digitale” mette in guardia dalla dipendenza digitale sempre più diffusa (e sempre più dannosa): “alla luce degli effetti positivi e negativi dei device digitali c’è da considerare che in Italia il 71% dei bambini preferisce trascorrere il proprio tempo libero utilizzando uno strumento digitale. Questo rappresenta un enorme campanello d’allarme non solo per i fattori di rischio sopraelencati, ma anche perché ci mostra che i bambini preferiscono uno strumento digitale, piuttosto che giocare all’aria aperta, incontrare amici e stare con le figure significative“.

La docente e studiosa ritiene che in questo quadro allarmante, caratterizzato soprattutto dall’assenza – colpevole o incolpevole – dei genitori, tocchi alla scuola cercare un rimedio: “da qui emerge il ruolo decisivo della Scuola. La dipendenza dal sistema digitale nasce quando il processo non è sufficientemente guidato e supportato. C’è una situazione di rischio e di pericolo e bisogna combatterlo e prevenirlo con la piena consapevolezza. In questo la scuola ha una potenzialità immensa“.

La verità è che c’è digitale e digitale: da un lato, un universo costellato di opportunità di lavoro e di innovazione; dall’altro, il mondo oscuro della dipendenza, dei social network utilizzati al peggio (social network che, riporta la Royal Society for Public Health britannica, rischiano di indurre ansia, depressione e di rovinare il sonno) e della ludopatia. Purtroppo, cadiamo spesso nel lato oscuro del digitale.

Il compito del mondo educativo, e non solo della scuola, dovrebbe essere quello di esporre in modo chiaro questi pericoli e di offrire linee guida ragionevoli. Ad esempio, quella di fissare un limite tassativo all’uso dei dispositivi digitali da parte dei bambini.

FONTI

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L’omino di neve

L’omino di neve è un breve racconto invernale per bambini da 4 anni in su.

L’omino di neve

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

Quell’inverno era caduta così tanta neve che i bambini del quartiere costruirono un grosso omino di neve lungo un marciapiede. I ragazzi lo vestirono a festa: aveva un cappello a cilindro, un foulard elegante, un panciotto di ghiaccio coi bottoni luccicanti e mezza carota al posto del naso. Terminato il piccolo capolavoro, i bambini tornarono a casa e si dimenticarono del loro omino di neve.

Dall’altra parte del marciapiede c’era una piccola aiuola riparata dalle intemperie: i suoi proprietari avevano piantato viole ed ellebori rosa, perché sfidassero l’inverno con i loro colori. L’omino di neve rimase incantato da quei fiori. Desiderava attraversare la strada, raggiungere l’aiuola, conoscerli e diventare amico di quelle creature così straordinarie.

Provò a spostarsi, ma i ragazzi non gli avevano fabbricato le gambe! Che terribile errore modellare un pupazzo di neve senza gambe: lo si condanna a rimanere immobile per tutta la vita. I suoi sforzi furono inutili e una volta, rischio perfino di staccarsi la testa, mentre tentava a rotolare fino all’aiuola fiorita.

L’omino di neve rinunciò al suo desiderio e fu colto da una grande tristezza. Ogni mattina gettava un’occhiata malinconica ai fiori, per non dimenticarsi di loro, poi cominciava a sognare a occhi aperti, rimuginando sulla propria sfortuna. Alla fine si convinse che la cosa migliore da fare fosse aspettare che il futuro gli portasse qualcosa di buono.

Il tempo passò e arrivò il sole di marzo; la primavera era vicina. In un pomeriggio particolarmente soleggiato, la neve cominciò a sciogliersi.
Ci vollero tre giorni perché l’omino di neve diventasse acqua: impiegò un po’ ad accorgersene, ma adesso poteva andare dove voleva. L’acqua, infatti, scivola ovunque con grande facilità. Che gioia! Finalmente avrebbe potuto conoscere i fiori dall’altra parte del marciapiede.

L’omino di neve non perse tempo e cominciò a scivolare, facendo attenzione a non perdere gocce qua e là. Attraversò l’asfalto e risalì a fatica sul marciapiede opposto: l’aiuola era lì, davanti a lui. Dopo tanta attesa, incontrò gli ultimi fiori: la stagione delle viole e degli ellebori era quasi conclusa. Quando sentirono la sua storia, le piante lo accolsero come un fratello e lo invitarono a vivere per sempre insieme a loro.

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