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Vanessa

Vanessa è un nome femminile italiano.

VANESSA: SCHEDA DEL NOME

Questa è la scheda del nome Vanessa di Portale Bambini; una simpatica scheda stampabile in cui puoi trovare un riepilogo di tutte le principali informazioni legate a questo nome:

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ORIGINE E SIGNIFICATO DEL NOME VANESSA

Il nome Vanessa è di origine letteraria: questo significa che non deriva da una parola greca, latina o germanica, ma che uno scrittore se l’è inventato di sana pianta! Lo scrittore in questione è Jonathan Swift (quello de “I viaggi di Gulliver”), che lo usò per il suo romanzo “Cadenus and Vanessa“. In seguito, un entomologo e grande ammiratore di Swift utilizzò il nome Vanessa per indicare un particolare genere di farfalle, le vanesse. Per qualche anno, questo nome è rimasto relegato al mondo delle farfalle, mentre a partire dal XX secolo si è diffuso come nome proprio femminile.

ONOMASTICO DEL NOME VANESSA

Trattandosi di un nome letterario recente, non esistono sante e beate col nome di Vanessa e la Chiesa Cattolica non festeggia il suo onomastico. Come tutti gli altri nomi adespoti (ovvero i nomi privi di santi e di onomastico) si può festeggiare vanessa il 1 novembre, giorno di Ognissanti.

CURIOSITÀ

Il colore legato al nome Vanessa è l’azzurro, mentre la pietra portafortuna è l’Acquamarina.

SCOPRI I LIBRI DEI NOMI DI PORTALE BAMBINI

Questa scheda fa parte del progetto “Libro dei nomi” di Portale Bambini: una raccolta open source di nomi maschili e femminili completi delle loro schede illustrate da stampare. Ci auguriamo che queste schede possano essere donate a migliaia di bambini, aiutandoli a non dimenticare le proprie radici. Il diritto al nome (e alla conoscenza di esso), infatti, è incluso tra i diritti fondamentali dei bambini.

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I BAMBINI SONO STRESSATI DALL’ECCESSO DI ATTIVITA’

noia e attività

Con l’autunno, come ogni anno, si ripresenta il problema della scelta delle attività extrascolastiche. Da un lato, occorre dirlo, i corsi rappresentano un aiuto per occupare i lunghi pomeriggi invernali e far distrarre i bambini. Dall’altro però, possono diventare una fonte di stress, sovraccaricando i piccoli già impegnati dalle incombenze scolastiche.

Come risolvere questo problema? Fino a qualche decennio fa la risposta era semplice: finiti i compiti si esce a giocare! Oggi invece si tende a vivere secondo un modello decisamente più competitivo, basato sulla pressione al successo e sull’idea che il futuro dei bambini e la felicità dipendano da un piano di investimenti che valorizzi il più possibile il talento e le potenzialità. Ecco allora spuntare corsi di lingue, di strumenti musicali, degli sport più disparati. I genitori sono sempre più convinti che organizzare il tempo libero dei figli riempiendolo di corsi li aiuti a sviluppare abilità ed essere più preparati. Nulla di più sbagliato!

Iperstimolare i bambini con mille attività non li aiuta ad affrontare meglio ciò che il futuro riserverà loro. Si rischia l’esatto contrario: il genitore che fa il manager del tempo dei figli, infilandoli in una serie di impegni scanditi da orari martellanti, sballottandoli qua e là come pacchi, rischia di privarli della possibilità di vivere un’infanzia serena. L’ansia da prestazione che deriva da un sovraccarico di attività ed aspettative rischia di rendere i piccoli emotivamente fragili e incapaci di tollerare qualsiasi frustrazione. La società contemporanea vuole formare un bambino che abbia prestazioni ottimali in tempi rapidi; in realtà bisognerebbe fornire gli strumenti perché possa scoprire una propria soggettività, fatta di desideri, inclinazioni, motivazioni, pensieri, decisioni, scelte, gesti.

Lasciamo che i bambini facciano i bambini e sperimentino la noia

Non dobbiamo dimenticarci che il bello dell’infanzia è l’infanzia stessa. Oggi è molto diffusa la convinzione che l’infanzia sia solo una fase della vita preparatoria all’età adulta. In realtà essere bambini non significa essere incompleti, piccoli adulti imperfetti. Non c’è nulla da correggere nell’essere piccoli, per cui lasciamo esprimere il potenziale che ne deriva: spontaneità, assenza di filtri morali, curiosità, attenzione alla dimensione “magica” e intuitiva. Si tratta di qualità del “pensiero bambino” che si manifesta al meglio se non si cerca di trasformare i piccoli in brutte copie degli adulti, proiettando su di loro frustrazioni, ansie e luoghi comuni.

La ricetta è semplicissima: meno impegni “utili”, più gioco, più creatività. Questo significa in primo luogo rallentare il ritmo e la pressione sui bambini. E’ fondamentale trovare un sano equilibrio tra un eccesso di impegni e il vuoto totale, in modo da stimolare la creatività dei bambini lasciando loro non solo la possibilità di sviluppare in modo autonomo le loro inclinazioni personali, ma anche il tempo di scoprire quali siano. Come già detto in precedenti approfondimenti, occorre alternare ai tempi pieni, spazi di tempo vuoto, di puro ozio. L’agenda dei bambini non deve essere ferrea: serve tempo per restare soli a fantasticare, a immaginare mondi, a osservare il volo di un uccello o semplicemente svagarsi.

Serve il tempo per annoiarsi, sfatando il falso mito della noia intesa come sciagura da scansare a ogni costo e in qualsiasi modo. Spesso è proprio il dolce far niente il motore primo della creatività. Insegniamo ai bambini a scoprire l’antidoto alla noia dentro di sé, senza necessariamente dover trovare stimoli all’esterno.

PAROLA D’ORDINE: RALLENTARE

Se ci fermiamo un attimo a riflettere, ci accorgiamo che stiamo sprecando il piacere di essere bambini, il senso di spensieratezza che spesso deriva anche solo dalle giornate trascorse a giocare con gli amichetti. Sicuramente i genitori che scelgono di iscrivere i figli a delle attività extrascolastiche lo fanno alimentati dai migliori propositi, senza però rendersi conto che i corsi richiedono tanto impegno, soprattutto dopo otto ore di scuola.

Non sempre, specialmente in città, è possibile farlo, ma bisognerebbe lavorare sul silenzio, sul contatto con la natura che predispone a un maggiore contatto con se stessi e con gli altri. Occorre che i genitori vincano la paura di vedere i propri bambini annoiarsi: non serve riempire tutto il tempo con attività sempre nuove e stimolanti. Lo psicoanalista Massimo Recalcati ci ricorda nel suo libro L’ora di lezione che non bisogna chiedere ai giovani di pensare, ma occorre interagire con loro, farli divertire, distrarli. Un’educazione di questo tipo richiede Tempo, il cosiddetto Tempo dell’attesa che il mondo contemporaneo sembra non conoscere più. Ogni bambino dovrebbe potere cercare se stesso con le modalità che ritiene migliori: solo così sarà un domani un adulto appagato, soddisfatto e di successo.

EDUCHIAMOCI AL SILENZIO E ALL’ASCOLTO

In un mondo pervaso da chiacchiere e rumore, il silenzio è un bene prezioso da riscoprire e anche una forma di comunicazione non verbale. Attraverso il silenzio, possiamo guardare meglio dentro noi stessi e ascoltare gli altri, migliorando le nostre relazioni sociali. Gli insegnanti che vivono l’esperienza didattica sanno quanto oggi sia complesso educare all’ascolto i bambini. Ecco perché è importante riscoprire il gioco del silenzio che oggi sembra vetusto e superato: ne aveva parlato a suo tempo Maria Montessori che non lo considerava un espediente per favorire uno stato di quiete, ma di un vero e proprio esercizio, volto a sospendere le normali attività e controllare ogni minimo movimento per arrivare a un livello superiore, in grado di staccare il bambino dai rumori del mondo esterno. Proviamo anche a casa ad inserire tra le attività dopo scuola un momento di ascolto e silenzio, con l’obiettivo di rilassarci e riscoprire la gioia di riposare e giocare senza un obiettivo preciso. Gioverà ai bambini, ma anche agli adulti.

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Stefano

Stefano è un nome maschile  di origine greca. Deriva da un antico nome greco, Stefanòs e significa “incoronato”. Nell’antica grecia si chiamava Stefanefòros (“portatore della corona”) il sacerdote che fungeva da intermediario tra gli uomini e le divinità.

ONOMASTICO DEL NOME STEFANO

L’onomastico si festeggia il 26 dicembre, giorno in cui viene commemorato Santo Stefano martire.

CURIOSITÀ

Il colore legato al nome Stefano è il verde, mentre la pietra portafortuna è lo Smeraldo.

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Eleonora

Eleonora è un nome femminile italiano.

ELEONORA: SCHEDA DEL NOME

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ORIGINE E SIGNIFICATO DEL NOME EMANUELA

L’etimologia del nome Eleonora non è chiara. Probabilmente deriva da un’alterazione del nome Elena. Esistono altre interpretazioni possibili, basate su un antico nome “Alienor” o “Alinor”.
Sicuramente il nome Eleonora si è diffuso a partire dal Medioevo, grazie alla fama di Eleonora d’Aquitania e di Eleonora di Provenza.

ONOMASTICO DEL NOME EMANUELA

L’onomastico si può festeggiare il 21 febbraio, giorno in cui si ricorda Eleonora di Provenza.

CURIOSITÀ

Il colore legato al nome Eleonora è l’arancio mentre la pietra portafortuna è il Berillo, specialmente nella colorazione gialla.

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Domenico

DOMENICO: SCHEDA DEL NOME

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ORIGINE E SIGNIFICATO DEL NOME CATERINA

Domenico deriva da una forma del tardo latino, “Dominicus”. Questo aggettivo significa “del padrone”, ma viene utilizzato in ambito cristiano con il significato “del Signore”. Il nome Domenico viene utilizzato proprio in questa seconda accezione: è un nome di devozione per consacrare un bambino al Signore.

ONOMASTICO DEL NOME DOMENICO

L’onomastico del nome Domenico si festeggia l’8 agosto, giorno in cui la Chiesa Cattolica commemora San Domenico di Guzman.

CURIOSITÀ

Il colore legato al nome Domenico è il verde, mentre la sua pietra portafortuna è lo Smeraldo.

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I NO SONO FONDAMENTALI: AIUTANO A CRESCERE

Ti sei mai domandata/o se esiste un modo giusto di dire un NO ai bambini?
Secondo la pedagogia, è fondamentale chiarire le proprie ragioni, in modo che al bambino siano comprensibili. Non occorre convincerlo, perché, muovendoci contro un suo desiderio, sarà quasi impossibile ottenere la sua approvazione (se non più tardi), ma dimostrare di essere risoluti.

In questo modo, gli faremo capire che per noi le regole sono indiscutibili; trasmetteremo anche l’idea che non agiamo in modo tirannico e volubile, ma seguendo dei principi precisi, che perfino un bambino può capire. La maggior parte degli esperti di psicologia infantile concorda sull’effetto positivo che si ottiene quando un divieto viene motivato in modo chiaro e comprensibile.

Sentirsi rifiutare qualcosa non danneggerà il bambino (ma questo, parliamoci chiaro, lo sappiamo tutti). Al contrario, lo aiuterà ad esplorare se stesso sotto una luce diversa.

“Se un bambino lega la propria importanza a quello che possiede, la sua immagine di sé sarà sempre a repentaglio. Tollerando di non avere, invece, acquista più fiducia in se stesso e più consapevolezza di essere la persona che è, con un suo carattere, che è la cosa più preziosa di tutte, che nessuno gli può togliere.” 
Asha Phillips, I no che aiutano a crescere

La conclusione di questa breve riflessione, è un po’ amara: dire di “NO” ad un bambino è più doloroso per noi adulti che per il bambino stesso: ci espone alle sue emozioni, al suo giudizio e alle sue piccole ed innocenti ritorsioni. Ci fa sentire dei “pessimi genitori”, oltre a sottoporci a una terribile seccatura.
È in questi momenti che avere un supporto empatico diventa cruciale. Già, la verità è che per dire un NO efficace, occorre essere circondati da una rete di sostegno coerente e accogliente. Costruiamola!

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