Così l’emergenza ambientale ha trasformato i nostri bambini

Invece di giocare a pallone, a beach volley o di costruire i castelli di sabbia, la piccola Gaia, 9 anni, pulisce le spiagge e i marciapiedi di Ischia. Il suo sforzo ha catturato l’attenzione dei responsabili dell’area marina protetta, che hanno conferito a lei e alla sua amichetta un attestato di merito.
Storie come quella di Gaia – riportata dalla sezione locale di Repubblica – sono sempre più frequenti, sulle pagine dei media come nella nostra esperienza personale. Durante le nostre vacanze al mare abbiamo buttato decine di rifiuti di plastica, su ferma indicazione dei bambini.

L’emergenza ambientale ci sta trasformando
I bambini dovrebbero giocare, ridere e scherzare. Fare i bambini, insomma. Almeno nell’immaginario comune: infatti, parlando con loro possiamo scoprire che un buon numero preferisce impegnarsi per difendere l’ambiente. E così, al posto di giocare tra le onde del mare, si cercano i rifiuti per buttarli. È evidente che l’emergenza ambientale in atto sta trasformando i nostri bambini e le nostre famiglie (sempre più impegnate nell’adozione di stili di vita eco-sostenibili).
I cambiamenti in atto presentano rischi e opportunità: da un lato, l’ansia di vivere in un mondo che sta esaurendo le sue risorse e che potrebbe trasformarsi radicalmente, ansia ed incertezza alimentate dai media. Questo potrebbe riflettersi sul benessere dei più piccoli, suscitando preoccupazioni eccessive. D’altra parte, i valori legati alla tutela ambientale offrono una grande motivazione ad agire e ad impegnarsi, a stringere relazioni sociali significative, a studiare e a porsi degli obiettivi. La necessità di salvare il nostro pianeta può trasformarsi, da fonte di preoccupazione, in un obiettivo capace di produrre benessere e di dare significato alle vite dei bambini e dei loro genitori.

La necessità di sviluppare un’abito mentale ottimistico
Il rischio più grande è il nichilismo: per i giovani, pressati dai dati allarmanti sull’ambiente, è facile arrendersi al pensiero di non poter far nulla, all’impotenza. Si tratta di una deriva pericolosa, per le sue conseguenze: disinteresse a abbandono scolastico, apatia, abuso tecnologico e di sostanze.
La soluzione c’è già, ed è l’educazione all’ottimismo. L’ottimismo non è un dono, ma un vero e proprio stile di pensiero, che si può apprendere e rafforzare. Promuoverlo nei bambini e nei ragazzi significa dotarli dell’antidoto necessario per affrontare la vita con speranza, con entusiasmo e col desiderio di fare la differenza.

FONTI

  • Ann V. Sanson, Susie E. L. Burke & Judith Van Hoorn (2018) Climate Change: Implications for Parents and Parenting, Parenting, 18:3, 200-217, DOI: 10.1080/15295192.2018.1465307