Approda alla Camera il disegno di legge per la prevenzione del cyberbullismo. Un fenomeno in crescita, che coinvolge il 58% degli adolescenti (Portale Bambini, 2017). Un fenomeno che causa suicidi, abbandoni scolastici, che rischia di segnare giovani vite a causa della scarsa attenzione che prestiamo alla nostra comunicazione. Titola Il Sole 24ore:

Cyberbullismo, il ministro Fedeli: «Linee guida alle scuole per prevenzione e aiuto»

Ebbene sì, è arrivato finalmente un intervento volto a porre freno al fenomeno del cyberbullismo, dilagante nelle scuole e nelle camerette di ragazzi (anche giovanissimi), di tutto il mondo. Tuttavia, non siamo convinti che il problema si risolva tra le mura delle scuole.

Ma se la responsabilità non fosse della scuola?





Purtroppo, in un mondo che vive di media e popolarità, dire qualcosa di scomodo ai/sui genitori è pericoloso. La scuola, spesso, diventa il nemico comune contro cui scagliarsi, su Facebook come al bar: è arretrata, gestita da incompetenti, rovina i nostri bellissimi bambini. Talvolta le critiche sono condivisibili, ma in altri casi proprio no. Come sul tema del cyberbullismo. In questo caso, la grande responsabilità è – secondo noi – dei genitori, che si disenteressano in modo massiccio all’argomento.

Ed ecco alcune evidenze: è da più di un anno che parliamo di cyberbullismo e di un argomento strettamente correlato, la media education. Perché, diciamolo: non si possono evitare le leggerezze sul web se non sappiamo usarlo consapevolmente. Le nostre riflessioni sono passate sotto silenzio, con numeri che ci hanno fatto riflettere. Perché a fronte di decine di migliaia di lettori per gli spunti sull’empatia e sulla felicità il cyberbullismo si è fermato a numeri nell’ordine delle decine? E’ assurdo. Abbiamo anche pensato che fosse nostro l’errore: un errore di comunicazione, un errore nei toni o nel taglio dato agli articoli.

Poi però, confrontandoci con associazioni e colleghi online, abbiamo capito che il male è comune: parlare di cyberbullismo è altamente impopolare, inutile nella misura in cui le famiglie non partecipano, non hanno il coraggio di esserci, di dire la loro. Non tutte: come sempre non vogliamo generalizzare; ci saranno qua e là iniziative lodevoli, circoli di genitori consapevoli. Noi, purtroppo, non li abbiamo incontrati.

Di più: sono gli stessi dirigenti scolastici a sostenere la difficoltà di informare i genitori: l’81% minimizza il fenomeno (Il Sole 24ore, 2017).

Quindi, il problema è la prospettiva

Non è un problema di leggi, di prevenzione. E’ un problema di prospettiva, di interesse e cultura. Finché non saranno i genitori i primi a comprendere il potenziale pericolo costituito da web, ad ammettere che il rischio c’è ed è molto concreto, finché il cyberbullismo rimarrà “roba da esperti, da pedagogisti che devono scaldare una sedia a qualche convegno” non potremo aspettarci grandi risultati.

Peraltro, come si può insegnare a bambini e ragazzi il “rispetto digitale” se siamo noi adulti i primi a scagliarci con violenza contro gli altri in rete? Basta visitare le pagine di qualche noto personaggio politico o televisivo per trovare le offese più pesanti, candidamente inviate alla luce del sole. Ecco il problema: se i genitori non rispettano, non possono pretendere il rispetto dai/dei piccoli.

Dobbiamo riuscire ad innescare un processo, a far sì che siano le famiglie a muoversi: la scuola, da sola, non ha speranza. Come? Lo chiediamo a voi! Noi, prossimamente, raccoglieremo tutte le buone pratiche e gli articoli già scritti all’interno di un dossier, con l’intenzione di offrire uno strumento completo e fruibile a chi cerca informazioni. Però, ci servono partecipazione e sostegno: ci serve che tutti i nostri lettori ci mettano la faccia, accanto alla nostra.



a cura di Matteo Princivalle

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