“Se un viaggiatore del tempo dall’Ottocento giungesse ai giorni nostri, scoprirebbe che tutto il mondo è cambiato eccetto una cosa: la scuola, con le sue classi, le sue lavagne e i suoi banchi.”

Questa frase (utilizzata per la prima volta da Luigi Berlinguer nel 2008) è tra le più utilizzate dai sostenitori dell’innovazione e sintetizza bene il pensiero di chi cerca di ricostruire la scuola adeguandola ai tempi. Ma, uno scettico, potrebbe obiettare:

“Perché cambiare qualcosa che funziona?” 

Già, perché abbiamo voluto de-costruire una scuola che, in fondo, funzionava? Certo, non era perfetta, ma la favola del re travicello ci insegna che alle volte, una situazione perfettibile è migliore di una situazione pessima!

QUALI SONO I LIMITI E I PUNTI DI FORZA DELLA NUOVA DIDATTICA?

Provocatoriamente, abbiamo intitolato questo articolo richiamando la vecchia didattica; ma la domanda è tutt’altro che una provocazione: ogni giorno ci capita di discutere con genitori e insegnanti alle prese con problemi di varia natura; problemi che solitamente hanno a che fare con bambini e ragazzi incapaci di studiare da soli e di condurre un ragionamento logico sensato.

E così, siamo andati contro il politically correct perché diciamolo, andare contro l’inclusione, l’innovazione e le nuove tecnologie a scuola è un po’ tabù e abbiamo deciso di lanciare una riflessione critica sull’innovazione a scuola.

  • Davvero imparare a memoria qualche dato è sbagliato?
  • Che rapporto c’è tra memoria, memorizzazione e comprensione degli argomenti?
  • I voti servono?
  • Quale dovrebbe essere il ruolo dell’insegnante?
  • La “vecchia didattica” è da rottamare oppure no?
  • L’insegnante deve essere un’autorità oppure no?
  • È giusto parlare di inclusione nei termini in cui la stiamo considerando?
  • Non è che vorremmo abolire compiti e voti per comodo?

Inutile dirlo, noi siamo abbastanza “tradizionalisti”: secondo noi il bambino ha bisogno dell’autorità adulta e di una serie di paletti, così come ha bisogno dei voti e di una didattica basata sull’impegno e sull’esercizio. Certo, ha bisogno anche di movimento, di tempo per svagarsi e di attività a misura di bambino.
La “buona scuola”, secondo noi, comincia ovunque vi sia un insegnante sensibile, appassionato e fermo: senza queste tre qualità e senza una vera e propria missione educativa non ci sono innovazione e buone pratiche che tengano. Se c’è la missione (intesa nel senso di vera e propria mission), ci saranno i risultati, a prescindere dai metodi che si utilizzano.

Naturalmente, la nostra è un’opinione e come tale ti chiediamo di trattarla ed arricchirla. Anzi, ti preghiamo di farlo: la scuola e l’educazione hanno un futuro solo a patto che vi sia una riflessione critica e argomentata, senza paura di dire quel che si pensa.