La strategia ABC di Alan Kazdin

In questo articolo vi presenteremo la strategia ABC di Alan Kazdin, Professore di Psicologia Psichiatria Infantile presso l’Università di Yale. Con le lettere A, B e C, il Professor Kadzin indica le tre fasi del processo educativo: in inglese, Antecedents, Behaviour, Consequences. In italiano traduciamo questi termini con Antecedenti, Comportamento, Conseguenze, ma per comodità useremo le iniziali in inglese.
Il punto di partenza di questo approccio è che, per cambiare un comportamento nel bambino (ma, volendo, anche in noi stessi), è necessario focalizzarsi non soltanto sul momento in cui l’azione si verifica, ma anche su ciò che precede e segue l’azione.
Facciamo un esempio: se l’azione su cui intervenire è un capriccio, per evitare che ricapiti, bisogna lavorare su ciò che anticipa il capriccio e su ciò che lo segue. La strategia ABC è di evidente matrice comportamentista ma, al netto dell’ispirazione iniziale, non si limita a creare un nesso causa-effetto tra le sequenze temporali. Con questo approccio il Professor Kazdin vuole farci lavorare sulla comunicazione, verbale e non, con interventi mirati nel “prima-durante e dopo” del comportamento.
Di seguito approfondiamo, sequenza per sequenza, come intervenire su un comportamento e modificarlo. Partiamo dagli Antecedenti, ovvero azioni e frasi che precedono il comportamento da correggere e hanno l’obiettivo di guidare il bambino nel cambiamento.

A (Gli Antecedenti)

Come dicevamo, la strategia ABC è composta da tre componenti fondamentali. Gli Antecedents o Antecedenti, fanno riferimento alle azioni da compiere prima del comportamento specifico del bambino. Essi sono molto importanti perché pongono le basi per il cambiamento. Esistono due principali tipologie di Antecedenti:

  • Istruzioni o Prompt
  • Contesto o Settings Events

Possiamo avere diversi tipologie di Antecendenti, verbali e non verbali. Gli Antecendenti verbali sono le “istruzioni” (in inglese Prompt) che forniamo affinché un’azione avvenga e possono essere accompagnate da azioni o dalla comunicazione non verbale.
Facciamo un esempio: vogliamo che il nostro bambino si lavi i denti. Ovviamente glielo chiediamo, ma possiamo anche scegliere di rinforzare la richiesta accompagnandolo verso il bagno e sorridendogli. Un ulteriore Antecedente da non sottovalutare è l’esempio: una volta arrivati in bagno, si può mostrare al bambino come si usa correttamente lo spazzolino, utilizzando in questo caso una strategia di Modeling su cui torneremo in seguito. Questi Antecedenti sono diretti, poiché veicoliamo il comportamento attraverso le nostre parole o azioni. Volendo creare un collegamento con l’Esercizio degli Opposti Positivi della precedente lezione, essi sono l’opposto positivo della frase “Fai questo perché lo dico io”.
La seconda tipologia di Antecedenti riguarda il contesto: molti studi evidenziano come, in un ambiente positivo, sia più facile imparare e cambiare. In questo caso, il nostro modo di dire le cose, il tono di voce, il linguaggio del nostro corpo, giocano un ruolo fondamentale. Quindi, oltre alla comunicazione verbale, bisogna considerare la comunicazione non verbale, ossia tutti i segnali che lanciamo, anche inconsapevolmente. Su questo tema abbiamo scritto un mini saggio specifico, che vi invitiamo a leggere.
Ora, proviamo a combinare le due tipologie di che abbiamo preso in considerazione e creiamo il nostro Antecedente, dato dalla somma di Istruzioni e Contesto. Possiamo dire che l’efficacia del nostro intervento educativo è direttamente proporzionale alla somma di Istruzioni e Contesto: più siamo in grado di dare istruzioni chiare ed efficaci e trasmettere positività con i nostri gesti, maggiore sarà la probabilità di riuscire a intervenire su ciò che vogliamo cambiare, nel nostro bambino e negli adulti.

Come possiamo lavorare sugli Antecedenti? Kazdin individua sei ingredienti chiave:

  1. Essere chiari e specifici
  2. Usare Un tono di voce gentile
  3. Offrire scelte
  4. Chiedere “Per favore”
  5. Offrire aiuto
  6. Usate l’elemento ludico per creare una “sfida”

Vediamo un po’ più in dettaglio ciascun «ingrediente».
Abbiamo già visto nelle precedenti lezioni, parlando di cambiamento ed obiettivi, quanto sia importante avere le idee chiare e formulare una richiesta specifica: un generico “sii più ordinato” otterrà molti meno effetti di un più dettagliato “Per favore, raccogli i giochi che sono per terra e mettili nel cesto dei giochi”.
Al primo ingrediente si collega molto direttamente il secondo: la gentilezza crea una risposta più positiva di toni bruschi ed imperativi: attenzione, non stiamo mettendo in gioco l’autorevolezza, ma solo il modo in cui essa viene manifestata.
Sul terzo ingrediente vale la pena soffermarsi qualche minuto. Offrire scelte non è in concetto antitetico alla chiarezza e alla coerenza. Si tratta piuttosto di creare un Positive Setting, un contesto positivo. Facciamo un esempio: dobbiamo uscire con il nostro bambino, che però si dimostra reticente. Possiamo provare a formulare un Prompt di questo tipo: “Dobbiamo uscire, per favore indossa il tuo giubbotto verde o, se preferisci, quello rosso”. In questo modo non viene messo in discussione il fatto di dover uscire, ma si lascia aperta la possibilità su come farlo. Sembra banale, ma questa piccola apertura è un modo per creare un contesto positivo.
Veniamo ora al “Per favore”: sicuramente rafforza la richiesta, ma deve essere motivante. Dire per favore e sbuffare o mostrarsi infastiditi non provoca alcun effetto: perché la nostra
richiesta sia efficace, la comunicazione verbale e quella non verbale devono essere in linea.
Anche offrire aiuto costituisce un valido Antecedente: attenzione, non stiamo dicendo che dovete sostituirvi al bambino o bloccarne l’autonomia. Semplicemente, creare un ambiente collaborativo può incentivare lo sviluppo di un comportamento. Anche qui, un esempio può essere d’aiuto: dobbiamo chiedere a nostro figlio di riordinare la cameretta. Possiamo dirgli, come abbiamo visto in precedenza, “Per favore raccogli i giochi da terra e mettili nel cesto dei giochi”. Se c’è bisogno di un ulteriore incentivo, possiamo offrire aiuto dicendo: “Per favore raccogli i giochi da terra e mettili nel cesto dei giochi; se non ci stanno tutti nel cesto sul pavimento, chiamami che ti prendo la scatola in alto nell’armadio”. In questo modo, la richiesta resta “Metti in ordine”, ma ci sono due elementi positivi: si tratta di un’azione circoscritta che richiede autonomia, ma è coadiuvata dal nostro supporto, SE e SOLO SE necessario.
Infine l’elemento ludico, forse l’ingrediente più inusuale. Kazdin propone di creare una sorta di sfida per incentivare il bambino a fare ciò che chiediamo. Se ad esempio ci sono molti giochi da raccogliere per terra, possiamo dire: “Per favore raccogli i giochi e mettili nel cesto. Scommettiamo che riesci a farlo in dieci minuti, più veloce di Superman?”. Anche questa frase può apparentemente sembrare una sciocchezza o un futile excamotage. In realtà l’obiettivo è di creare un ambiente positivo, basato anche sul sorriso, o appunto sull’elemento ludico.

B (Il comportamento)

Come si fa a modificare un comportamento? Ad esempio, ricollegandoci a quanto dicevamo ieri, come faccio ad insegnare a riordinare la camera, senza urlare, innervosirmi o altro? Il Professor Kazdin suggerisce a questo proposito alcune tecniche, che di seguito andremo ad analizzare: Shaping, Modeling, Simulation.

La tecnica della biciclietta

Nella visione di Kazdin, lo shaping prevedere di lavorare su un comportamento e modificarlo attraverso dei piccoli progressi sequenziali. Noi abbiamo scelto di utilizzare la metafora della bicicletta per spiegare meglio il concetto: quando impariamo ad andare in bicicletta, solitamente utilizziamo prima le rotelline supplementari, poi le togliamo e utilizziamo le gambe per trovare l’equilibrio ed infine impariamo ad andare senza supporti.
Per imparare ad andare in bicletta abbiamo dunque bisogno di passare attraverso alcune fasi. Magari c’è chi impara più velocemente e chi meno, ma in linea generale non si inforca una bici e si parte in discesa. La stessa cosa accade quando lavoriamo su un comportamento da modificare: può essere necessario fare alcuni aggiustamenti successivi o suddividere l’obiettivo finale in obiettivi più piccoli.

Lo Shaping consiste proprio nell’individuare gli step che compongono l’obiettivo finale e raggiungerli progressivamente. Torniamo all’esempio del disordine: Shaping significa che, anziché aspettarmi che il bambino riordini tutta la camera, possa farlo in due o tre passaggi: oggi la scatola dei giochi, domani la scrivania, dopodomani i libri. L’esempio forse più emblematico è la musica: per imparare a suonare il piano, prima dovrò saper leggere lo spartito e riconoscere le note, poi esercitarmi sulle scale ed infine lavorare sui brani musicali.
Ovviamente, nello Shaping, così come nelle altre tecniche che abbiamo visto, è fondamentale l’ambiente positivo: parole di incoraggiamento, rinforzo positivo, gratificazione. Su questi aspetti specifici vi invitiamo a leggere la lezione dedicata alle lodi e a come farle in modo efficace (Non basta dire bravo per creare una Mentalità di crescita).

Lo Shaping è composto da sei elementi, che trovate illustrati nella nostra scheda per il Quaderno della Crescita e che possono essere utilizzati anche per le altre due tecniche che prenderemo in esame. In estrema sintesi:

  1. Selezionare un comportamento su cui lavorare
  2. Scomporre il comportamento in una serie di obiettivi su cui lavorare
  3. Incoraggiare il bambino a concetrarsi su ciascun «micro-obiettivo»
  4. Ipotizzare un «premio» o un incentivo al conseguimento dell’obiettivo
  5. Lodare l’impegno e lo sforzo per conseguire il risultato
  6. Aumentare progressivamente la difficoltà dell’obiettivo da raggiungere

La tecnica del palcoscenico

La Simulation è una sorta di role playing: in pratica, immaginiamo in condizioni «artificiali» ciò che potrebbe accadere a seguito di un determinato comportamento. Noi la chiamiamo tecnica del teatro, perché prevede l’interazione tra gli attori, dato che genitore e bambino lavorano insieme, attraverso il dialogo, per costruire lo scenario. Facciamo il solito esempio del disordine. Attuando la Simulation, un genitore potrebbe chiedere al suo bambino: “Ti immagini quanto spazio per giocare ci sarebbe in camera se per terra non ci fossero tutti quei giochi? Pensa, potremmo addirittura fare una merenda con gli amici, mettendo un tavolino in mezzo alla stanza”. Si tratta di un esempio molto intuitivo, ma possiamo anche ipotizzare altri contesti di applicazione. Ad esempio, vogliamo evitare che il nostro bambino esploda in un capriccio isterico. Per farlo, possiamo lavorare con lui quando è calmo, immaginandoci la situazione critica ed ipotizzando delle soluzioni che anticipino e mitighino il capriccio.

La tecnica del camaleonte

Il Modeling è l’ultima tecnica che prendiamo in esame in questa lezione. In questo caso è il genitore a dare l’esempio diretto, guidando il comportamento in modo esplicito. Abbiamo ribattezzato questo esercizio Tecnica del Camaleonte perché, proprio come il camaleonte si adatta all’ambiente cambiando colore, così il bambino dovrebbe adattarsi all’ambiente positivo, seguendo l’esempio che gli viene dato. Riprendiamo l’esempio dell’ordine: se noi adulti siamo disordinati, difficilmente nostro figlio potrà trovare stimoli per sistemare la cameretta. Ma se gli diciamo “Ehi, oggi devo dedicare un po’ di tempo a mettere a posto la camera, è un po’ che non lo faccio e c’è tanta roba da buttare”, è più semplice che anche il bambino provi il desiderio di riordinare. Idem per il lavaggio dei denti o le famigerate verdure: se siamo noi i primi a seguire una scrupolosa igiene orale o assaggiare le melanzane anche se non ci piacciono, ma motivando queste cose con ragionevolezza, è probabile creare un coinvolgimento positivo, uno stimolo a provare.

C: le conseguenze

Oggi andremo ad esaminare l’ultima parte del processo, ossia le conseguenze del comportamento. Come potete immaginare, avremo davanti a noi due scenari:

  • il bambino si impegna ad ascoltare le nostre richieste e si comporta come desideriamo;
  • il bambino non ascolta le nostre richieste e continua a comportarsi in modo non corretto.

Che cosa possiamo fare nel primo caso, per incentivare il bambino a continuare sulla strada intrapresa? Che misure è opportuno adottare, se invece il bambino si rifiuta di ascoltarci? Approfondiremo i due differenti scenari in due paragrafi a se stanti, con esempi specifici che possono essere d’aiuto in ciascun caso.

I RINFORZI POSITIVI: COME IMPOSTARE UN POINT PROGRAM EFFICACE

Partiamo dal caso più auspicabile: abbiamo chiesto qualcosa al nostro bambino e lui ha ascoltato. In questo caso, per incentivarlo a proseguire, possiamo adottare la strategia dei rinforzi positivi. Abbiamo già parlato nella seconda lezione del corso dell’importanza delle lodi e di come, usando un linguaggio positivo, si possa dare un grande impulso al cambiamento.
Oltre agli elogi – impostati proprio come abbiamo suggerito nella scorsa lezione – può essere d’aiuto un sistema di rinforzi. Il professor Kazdin è molto chiaro a questo proposito: il sistema di rinforzo non si basa su premi come regalini o caramelle, giusto per intenderci, ma sull’acquisizione progressiva della consapevolezza dei propri progressi.

Molti studiosi, nell’ambito della letteratura pedagogica, hanno criticato i sistemi premi-punizioni. Kazdin sceglie nel suoi approccio di adottarli, introducendo alcuni correttivi. Nell’ambito dei rinforzi positivi, Kazdin suggerisce di utilizzare un Point Program, una tabella a punti ispirata alla token economy. Nello specifico Kazdin propone di utilizzare i programmi a punti solo laddove serve un intervento di medio-lungo periodo per cambiare un determinato comportamento. Facciamo un esempio pratico: il vostro bambino non vuole dormire da solo. Potete impostare la vostra “strategia di allenamento”, suddividendola in alcune fasi:

  1. individuate chiaramente qual è l’obiettivo: se, ad esempio, volete che il vostro bambino dorma da solo, chiedetevi entro quanto tempo desiderate che ciò avvenga e se siete disposti ad accettare alcuni progressi graduali (tenere la luce accesa, avere la mamma accanto almeno all’inizio), o piuttosto volete che lo faccia subito. Sembrano domande ovvie, ma sono fondamentali per capire cosa siete disposti ad accettare e cosa no, evitando frustrazioni inutili.
  2. se decidete di fare alcuni passaggi successivi, come auspicabile, scomponete l’obiettivo finale in più fasi: ad esempio, la prima settimana proponetevi di far addormentare il bambino stando seduti accanto a lui in cameretta, la seconda lasciate la luce accesa e provare a lasciarlo solo per qualche minuto, per poi aumentare il tempo fino alla completa autonomia.
  3. stabilite i correttivi che siete disposti ad introdurre: se il bambino vi chiede di stare con lui oltre la prima settimana, se la luce non basta, etc
  4. stabilite la gratificazione positiva per ogni punto conseguito, fino ad arrivare all’obiettivo finale.

Come dicevamo all’inizio, quando si parla di premi nel programma a punti suggerito dal professor Kazdin, non si fa riferimento a regali o dolciumi. Il programma è un lavoro di squadra vero e proprio; il premio, dunque, dovrebbe essere un’attività o un momento condiviso. L’obiettivo finale è quello di creare maggior coinvolgimento di tutti i membri della famiglia nel perseguire un obiettivo.

Noi abbiamo rielaborato tutti questi spunti, lavorando sul concetto di caccia al tesoro. In pratica, il tesoro da trovare è il nostro obiettivo e le varie fasi del percorso da sbloccare rappresentano i passaggi intermedi per raggiungerlo. Ovviamente, ognuno è libero di creare una mappa personalizzata, ma ci sembrava bello avere un piano d’azione da appendere in un luogo accessibile a tutta la famiglia. Come strategia alternativa è possibile usare un riadattamento del “barattolo porta-capricci”, di cui vi abbiamo parlato in un approfondimento dedicato. Nello specifico, si tratta di un esercizio di autocontrollo legato appunto ai capricci: il bambino mette un sassolino nel barattolo ogni volta che riesce a trattenere la sua esplosione emotiva. Questo esercizio si può chiaramente adattare per altri obiettivi: si può ad esempio usare un sassolino ogni volta che si riordina la stanza, ogni volta che ci si prepara in autonomia, ogni volta che si va a letto presto. Al raggiungimento di un numero stabilito di sassolini, si ottiene un premio.

CHE FARE SE NON VENGO ASCOLTATO? PROVA IL TERMOMETRO DELLE EMOZIONI

Arriviamo ora al nodo cruciale della lezione. Può capitare che tutto fili liscio e il bambino ascolti la vostra richiesta, adottando il comportamento auspicabile. Ma può anche capitare, cosa non infrequente, che non fili tutto liscio ed il bambino, nonostante i rinforzi positivi, gli elogi ed il point program, continui a non comportarsi come desiderate: tira i capelli alla sorellina, non spegne la TV quando lo chiedete, non riordina la cameretta, scoppia in capricci incontrollabili quando siete al supermercato.
Che fare? In più approfondimenti abbiamo affrontato il tema delle punizioni corporali e delle urla: siamo esseri umani e a tutti, per stanchezza o frustrazione, può capitare di perdere il controllo. Tuttavia gli studi pedagogici, ma anche il buon senso, suggeriscono che castighi e urla non ci aiutano ad educare. Il bambino magari, per paura o per accondiscendenza, interrompe il comportamento sbagliato; ma, se non ha interiorizzato il perché la sua famiglia desidera un determinato cambiamento, probabilmente ricomincerà nel tempo ad utilizzarlo di nuovo.

Per far sì che il bambino capisca dove sta sbagliando, occorre usare quella che noi abbiamo chiamato “tecnica del raffreddamento”. Quando la temperatura è troppo alta, cosa si fa normalmente? Si cerca l’ombra, si accende un ventilatore, si beve un po’ di acqua fredda. Lo stesso accade con le emozioni: quando si perde il controllo, da adulti o da bambini, si aumenta la nostra “temperatura emotiva”, surriscaldandosi. A quel punto è necessario riequilibrarsi, raffreddandosi. In questa fase è possibile introdurre il lavoro sul comportamento da modificare. Il professor Kazdin parla di due possibili correttivi, probabilmente noti anche a voi:

  • time out (una pausa per rifocalizzarsi);
  • attending and ignoring (traducibile con “e ignoro”).

Il time out è una prassi che prevede di interrompere il bambino che si sta comportando male, cercando di lavorare sul riequilibrio della sua temperatura emotiva. Si può scegliere di farlo sedere, di mandarlo in un’altra stanza o di attuare alcune tecniche di rilassamento (ad esempio il lavoro sul respiro libero). L’obiettivo è di far rilassare il bambino, diminuendo progressivamente la sua energia negativa, per poi riprendere a dialogare e lavorare insieme sul comportamento sbagliato.
La tecnica “ascolto e ignoro”, al contrario, agisce sulla nostra temperatura emotiva. Quando stiamo per perdere il controllo di fronte ad un comportamento che ci infastidisce, è utile ignorare. Non significa certamente infilare la testa sotto la sabbia, ma lanciare un segnale al bambino e, contemporaneamente, lavorare sul nostro autocontrollo, dando il buon esempio. Molti comportamenti “fastidiosi” dei bambini vengono messi in atto con l’obiettivo specifico di generare frustrazione nel genitore e farlo cedere: se ignoriamo, è molto probabile che il bambino smetta. Anche in questo caso si lavora progressivamente sul cambiamento. Poiché anche gli adulti vengono coinvolti emotivamente, all’inizio sarà difficile ignorare. Occorre lavorare sulla propria temperatura emotiva, pensando a piccoli progressi successi: la prima volta si può attuare la strategia “Ascolto e Ignoro” per qualche minuto, per poi aumentare. Ovviamente, perché questo approccio sia efficace, è necessario che il bambino abbia ben chiara la contrapposizione tra ascoltare ed ignorare. Per cui, quando si comporta bene, dovete mostrarvi presenti e disponibili a comunicare ed ascoltare.
A volte, si può prendere tempo semplicemente interrompendosi per qualche minuto e provando una tecnica di rilassamento. Con noi funziona molto bene l’ascolto di musica rilassante, ma potrebbe essere un valido ausilio una breve passeggiata o anche solo il silenzio.

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