Si perdoni la banalità (ma chi la esprime porta sulle spalle generazioni e generazioni di uomini incapaci perfino di confessare l’affettività): l’amore per i figli non ha condizioni, ma diluirlo in una melassa di indulgenza ipocrita è una sconfitta per tutti. Non possiamo essere amici, padri e figli è già molto di più.

Queste parole chiudono un articolo di Paolo Fallai, apparso qualche anno fa sul blog La Ventisettesima Ora, ma sempre attuale. Del resto, il problema si ripropone in maniera ciclica. Da genitori ci si chiede sempre quale sia la giusta distanza, quale il limite da non oltrepassare.

Un tempo i genitori erano figure severe, a molte non molto espansive con i propri figli, con un rigido sistema di regole e precetti di comportamento a cui attenersi. Certo, non mancavano le eccezioni, ma in linea di massima era molto difficile che mamme e papà si rivolgessero ai propri bambini come se fossero dei “loro pari”, degli amici. Di recente il tema è stato ripreso dal pedagogista Daniele Novara:

Capita spesso di incontrare genitori fieri di essere “amici” dei loro figli. Nulla di più rischioso per mettere in crisi il ruolo educativo dei genitori e creare confusione nei bambini e nei figli adolescenti. Se madri e padri non sanno creare la giusta distanza i figli ne approfittano subito esigendo richieste improprie e tiranneggiando i genitori.

Non amici, ma guide

Troviamo spesso genitori che tentano di essere più amici dei figli, che vere e proprie guide. Eppure, mai come ora, c’è bisogno di quelle guide, di solidi pilastri per avventurarsi in un mondo sempre più pieno di insidie.

Molte delle vulnerabilità giovanili si combattono si dalla più tenera età: il genitore deve essere attento, premuroso, disposto all’ascolto e all’incoraggiamento, ma non deve essere confuso con un compagno di giochi ed avventure, considerato paritario per importanza e ruolo. Perché si manifesta questa tendenza nelle famiglie?

Massimo Ammaniti, professore onorario alla Sapienza di Roma e psicoanalista dell’International Psychoanalytical Association, aveva rilasciato qualche tempo fa una dichiarazione alla stampa che qui riprendiamo:

I ruoli non sono più rigidi, prefissati, e a non sentirli così sono proprio coloro che li incarnano. I genitori di oggi sono soli, sentono così liquido il proprio ruolo che cercano conforto e conferma dai figli, persino una legittimazione.

Genitori, mantenete il vostro ruolo educativo, senza timori

Uno dei problemi che oggi si avverte nelle famiglie è l’inversione dei ruoli: il genitore che non si sente sicuro cerca conferme e finisce per mettere in discussione il ruolo di leader, lasciando un’anarchia affettiva e direzionale che difficilmente può condurre all’equilibrio.

La soluzione è mantenere il proprio ruolo educativo, senza aver paura di trasmettere al figlio le proprie regole, né d’insegnargli che i meriti devono essere conquistati e non pretesi. Il primo nucleo formativo è la famiglia, senza compromessi di sorta. Il collaudo avviene fuori, nella misura in cui il bambino prima, il ragazzo e uomo poi (o la bambina, ragazza e donna poi), si convincerà che nella società e nella convinvenza in generale, esistono regole da rispettare, per essere davvero liberi.

SPUNT-ESERCIZIO: Autorevolezza come educazione alle emozioni

Qualche tempo fa avevamo aperto la riflessione sulle differenze tra due termini spesso confusi tra loro: autorità ed autorevolezza. Lo psicologo Mario Polito, nel suo testo definisce l’autorità come segue:

Il termine autorità deriva dal verbo latino augere che vuol dire “far crescere”. L’autorità ha una dimensione formativa quando è posta al servizio della crescita dei nostri studenti: quando stimola in loro il rispetto delle regole comunitarie, l’abbandono della illusione narcisistica di onnipotenza, l’autocontrollo delle proprie pulsioni, la considerazione dell’altro come noi stessi, con bisogni, desideri e aspettative come le nostre.

E’ una definizione bellissima che racchiude il senso dell’educazione e della famiglia: l’autorità affonda le sue radici nel concetto di “far crescere”, in cui non è coinvolto solo chi cresce, ma anche chi è responsabile di quel processo di crescita.

Educazione emotiva non significa arrendevolezza o accondiscendenza, ma attenzione e autorità, intesa come ferma autorevolezza e non come sterile dominio.

In questo manifestiamo, come genitori ed educatori, il nostro affetto: non nell’essere amici, ma nell’essere responsabili di quel progetto che, in ultima analisi, si chiama educazione alle emozioni. E passa dalle regole e da una sana leadership ispiratrice.

a cura di Alessia de Falco

 

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