leadership

“La grandezza di una leadership si fonda su qualcosa di molto primitivo: la capacità di far leva sulle emozioni”.
Daniel Goleman

“I leader creano squadre. Non emanano ordini dall’alto”.
Dale Carnegie

“Ci accorgiamo di essere prossimi alla grandezza, quando riusciamo ad essere veramente umili”.
Rabindranath Tagore

COS’È LA LEADERSHIP

Oggi si parla molto di leadership e leader. Spesso però questi due termini vengono collegati a un concetto sbagliato: stare al comando, essere capo.
Nella letteratura scientifica psico-sociale il termine leadership tende ad indicare spesso la capacità di influenzare e mobilitare i membri di un gruppo sociale verso il raggiungimento degli obiettivi fissati da un’organizzazione. Si tratta tuttavia di una definizione parziale, che non esprime la complessità del ruolo del leader e la molteplicità dei compiti che è chiamato a svolgere.

In una società focalizzata sulla competizione ed il successo, questa visione non ha portato grandi benefici. incrementando stress, frustrazione, invidie.
E’ per questo che oggi si tende a rivedere la figura del leader e ciò che la leadership comporta, sul lavoro, in famiglia e, più in generale, in gruppo.
Lo studioso statunitense Peter Drucker, considerato tra i fondatori del management moderno, pone l’attenzione sul fatto che i nuovi leader non debbano dire “io”, perché non devono pensare “io”. Un leader moderno accetta la responsabilità, dando credito al “noi”. Si parla di leadership prevalentemente nei contesti aziendali, ma questa concezione collaborativa è utile anche in ambiti extra-lavorativi. Per questo motivo abbiamo pensato di approfondirla sulle pagine di un sito che si rivolge a genitori e bambini.
Partiamo dagli albori della sociologia e della psicologia, per poi tornare ai giorni nostri.

Uno degli autori che più vengono menzionati a riguardo nelle scienze sociali è Max Weber che ha studiato approfonditamente la figura carismatica come fattore di leadership e di mutamento sociale. In parallelo possiamo citare W.F. Whyte, che studiò, con la metodologia dell’osservazione partecipante, la funzione del leader all’interno delle dinamiche di un gruppo di pari. Nell’ambito degli studi psicologici K. Lewin, R. Lipitt e R.K. White hanno contribuito a creare una distinzione dei tre tipi di leadership sulla base dello stile adottato dal leader nel gestire la partecipazione dei membri del gruppo nelle sue attività:

  • autoritario, volto ad accentrare le decisioni e ridurre la partecipazione attiva degli altri
  • democratico, volto a favorire la partecipazione dei membri, richiedendone il contributo
  • laissez-faire, con alto potere di deroga sulla gestione e coordinamento dei membri

Gia ai tempi dello studio, pionere nell’ambito della psicologia sociale e risalente alla prima metà del secolo scorso, era emerso l’aspetto cruciale della leadership che, per essere efficace, deve integrare i tre stili e scegliere quale adottare a seconda del contesto.

ESSERE LEADER: ECCO LE COMPETENZE IN GIOCO

In passato, gli studi in materia hanno evidenziato principalmente l’aspetto strumentale della leadership, cioè il raggiungimento dello scopo prefissato per il gruppo. Tuttavia nel tempo sono emersi altri fattori cruciali e più relazionali, come ad esempio la coesione sociale ed il rafforzamento dell’identità collettiva. L’attenzione si è progressivamente spostata sulle interazioni tra leader e gruppo, sulle caratteristiche socio-caratteriali che definiscono un membro come leader e sulle aspettative e condotte caratterizzanti la leadership. La leadership si è trasformata, diventando collaborativa.

Riportiamo le parole scritte dall’economista Jeremy Rifkin nel 2014:

“Nell’era che si sta affacciando, impegnarsi a fondo nel Commons collaborativo assumerà la stessa importanza che nell’economia di mercato ha avuto lavorare duramente e l’accumulazione di capitale sociale diventerà preziosa quanto lo è stata l’accumulazione del capitale di mercato. A definire il grado di realizzazione esistenziale degli individui saranno l’attaccamento alla comunità e la ricerca di trascendenza e significato e non la ricchezza materiale. I ragazzi della generazione di Internet concepiscono se stessi più come giocatori che come lavoratori, considerano le proprie qualità personali più doti che competenze, e preferiscono esprimere la loro creatività in un social network anziché lavorando in postazioni d’ufficio o svolgendo attività autonome in un contesto di mercato. L’internet delle cose libererà gli essere umani dall’economia di mercato per orientarli alla ricerca di interessi comuni e immateriali nel Commons collaborativo”.

In pratica il leader oggi non è più “colui che guida e comanda”, ma colui che sa sviluppare una cultura collaborativa. Ecco l’identikit del leader contemporaneo:

  • è assertivo
  • è un facilitatore
  • sa ascoltare
  • invia messaggi chiari quando assegna i compiti
  • riesce a valorizzare i talenti

In questo modo, attraverso l’intelligenza emotiva e l’empatia, infonde fiducia e motivazione alla squadra, aumentando l’autostima dei singoli. Non è mica facile essere leader vero? In realtà è molto più semplice di quanto si pensi! Bisogna però fare un attento lavoro su se stessi e poi coltivare il team building, per diventare davvero squadra.

PERCHÉ DOVRESTI DIVENTARE UN GENITORE LEADER?

Come evidenziato nel nostro articolo Genitori leader non si nasce, si diventa: scopriamo le soft skills, l’arrivo di un bebè porta spesso scompiglio in famiglia. Di colpo cambiano le dinamiche familiari e bisogna imparare a gestire un sistema complesso, ottimizzando risorse, stabilendo obiettivi e priorità, eliminando il superfluo. Paradossalmente il genitore è chiamato ad essere leader, in famiglia ancor prima che sul lavoro: dovrà essere una guida autorevole, trasmettere fiducia, comprendere desideri e necessità, aiutare il bambino a crescere in modo autonomo e consapevole

Che cosa fa esattamente un leader? Lo spiega l’origine della parola. “Leader” deriva da to lead che in inglese significa guidare. Parliamo dunque di una persona in grado di dare l’orientamento al gruppo grazie all’esempio e al carisma. Noi più che genitori leader, amiamo parlare di genitori coach, perché pensiamo che, in famiglia, si debba crescere insieme attraverso l’allenamento della squadra. Riteniamo che, per essere un buon leader, un genitore debba lavorare su quattro aree:

  • insegnare il problem solving, anche avvalendosi di approcci “lateralisti”; date un’occhiata a questo proposito ai nostri approfondimenti su pensiero laterale, problem solving e provate con qualche enigma da risolvere, come ad esempio gli indovinelli logici;
  • responsabilizzare, insegnando che ciascuno può contribuire al successo della squadra, anche a casa; fondamentale in questo caso coltivare l’autonomia, sin dalla più tenera età.
  • insegnare a non temere i cambiamenti, che fanno parte della vita, guardando al futuro con fiducia e positività e affrontando le sfide senza abbattersi. Provateci con il gioco del cambiamento
  • vincere la paura dell’insuccesso; spesso non si accettano le proprie imperfezioni o, peggio, quelle dei figli. Il compito di un leader è insegnare la teoria del fallimento, per la quale si può cadere ma, nel rialzarsi, bisogna cogliere nuove opportunità e imparare la lezione

Il compito più arduo per il genitore leader è vincere il senso di colpa, il rimorso per non aver fatto abbastanza: bisogna credere in se stessi, per aumentare l’autostima dei propri bambini. E’ dunque opportuno evitare, dove possibile, l’atteggiamento definito da “genitore spazzaneve”. Anteporci ai figli, tenerli sotto una campana di vetro per evitare loro di scontrarsi con gli ostacoli lungo il cammino, non li renderà più forti. Al contrario, saranno impreparati alla vita.

Prima di andare a vedere nello specifico alcuni spunti operativi, qui vogliamo focalizzare l’attenzione su due aspetti della leadership in famiglia: intelligenza emotiva ed autorevolezza.

I GENITORI LEADER SONO ALLENATORI EMOTIVI

Nella pratica, come possiamo fare ad essere leader in famiglia ed aiutare i bambini nel percorso verso la felicità? Innanzitutto lavorando sulle emozioni E’ fondamentale che i genitori educhino alla disciplina, nell’accezione di saper usare le peculiarità di ciascun individuo in modo positivo, anzichè distruttivo.

E’ stato lo psicologo John Gottman a definire quattro macrocategorie di stili genitoriali, come già approfondito nell’articolo Andiamo a scuola di emozioni: sviluppiamo l’intelligenza emotiva nei bambini:

Genitori noncuranti, che sminuiscono, ridicolizzano o addirittura ignorano le emozioni negative dei figli. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Non c’è nulla di cui aver paura. Li ci sono i tuoi amichetti e ti divertirai. Dai su, ora passiamo in pasticceria a comprare un dolcetto, così ti passa.”)

Genitori censori, che criticano le espressioni di sentimenti negativi e che possono arrivare a rimproverare o punire i figli per queste manifestazioni emotive. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Sono stanca di questo comportamento, non sei più un neonato. Agisci da grande! Se continui così questa è la volta buona che le prendi.”)

Genitori lassisti, che accettano le emozioni dei figli e si dimostrano empatici, ma non riescono a offrire loro una guida o a porre limiti al loro comportamento, spesso rimandano il problema, distraendolo ad esempio con un gioco, fino a che si ripresenterà la volta successiva. (“Oh come ti capisco! E’ naturale che vuoi rimanere a casa con la tua mamma. Anche io sono triste. Magari giochiamo insieme dieci minuti e poi usciamo senza piangere però.”)

Genitori allenatori emotivi, che partono come i genitori lassisti, empatizzando con i sentimenti del bambino, ma poi colgono l’occasione per parlare del sentimento, dargli un nome, e imparando a riconoscerlo.

I GENITORI LEADER SONO GENITORI AUTOREVOLI

Prima regola: no a dittatorialità e permissivismo. Sì a un sistema di regole condiviso. Spesso si confonde autorità con autorevolezza: sono due concetti completamente diversi. Facciamo un po’ di chiarezza:

Con il termine autoritarismo (dal latino auctoritas) si fa riferimento a un modello gerarchico in cui il capo ricopre il vertice più alto, con poteri direttivi e funzioni di comando, esigendo obbedienza da parte dei sottoposti. L’autorevolezza (dal latino gravitas) è invece una qualità non imposta, ma riconosciuta a una persona che dimostra un atteggiamento partecipativo piuttosto che direttivo, coinvolgendo gli altri e influenzando i comportamenti del team.

Vi ricordate quando abbiamo menzionato la leadership collaborativa? Ecco, l’autorevolezza ne costituisce un pilastro. Un genitore deve essere guida, non amico, del figlio. Per questo è necessario dare delle regole, come abbiamo evidenziato nel nostro articolo Bambini senza regole: un danno da evitare.

LEADERSHIP IN PRATICA

  • i bambini senza regole sono più stressati e manifestano spesso problemi comportamentali seri
  • i bambini che rispettano regole ragionevoli crescono più sicuri
  • non si è buoni educatori se si lascia fare di tutto, ma se si coltiva l’autorevolezza

Peraltro, l’intelligenza emotiva e l’autorevolezza si combinano nel rispetto delle regole. Leggete a questo proposito lo spunto dedicato, intitolato: Le regole? Insegniamole con l’intelligenza emotiva.

Per allenarci, abbiamo individuato cinque linee guida:

Trovate una soluzione senza necessariamente ricorrere alla violenza: insegnate a gestire le emozioni evitando quanto più possibile le manifestazioni di rabbia e violenza.

Non giudicate dalle apparenze: imparate a guardare dentro le persone, a valorizzare ciò che seriamente conta, trasmettendo questo valore ai vostri figli.

Date e chiedete rispetto: insegnate a motivare le proprie scelte e farsi rispettare, argomentando in maniera equilibrate.

Non rimuginate: è fisiologico sbagliare, ma crucciarsi non serve: uno sbaglio può costituire un’occasione di crescita, basta porsi in modo costruttivo di fronte ai problemi.

Affrontate la vita con la giusta prospettiva: pensate positivo: riuscire a non darsi per vinti, a vedere le opportunità, è il modo migliore per crescere.

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