LA VALUTAZIONE COME STRUMENTO PER CRESCERE

Come ogni anno, si avvicina il momento degli esami e della consegna delle pagelle e, come ogni anno, ci troviamo di fronte all’eterno dilemma della valutazione: i voti fanno bene ai ragazzi oppure no? Sono uno sprone o una fonte di mortificazione? È vero che producono dispersione scolastica e mandano a pazzi l’autostima?
Cominciamo dicendo che il voto non è altro che una forma di valutazione dell’apprendimento.

Dietro il problema della valutazione si nasconde qualcosa di più grande: il problema non è il voto/non voto, ma trovare in noi le risorse necessarie a trasformare la valutazione in una risorsa e non in un peso.
Un mondo privo di valutazioni è impossibile: il nostro cervello compie ogni giorno migliaia di valutazioni (noi siamo inconsapevoli della maggior parte di esse). Nelle interazioni umane, la valutazione è un processo sempre presente, che coinvolge conoscenze, valori e credenze di coloro che elaborano giudizi e ne sono destinatari e che ha un carattere interattivo e dinamico. Si può dire che la valutazione sia un processo simmetrico, per cui ogni persona tende ad elaborare giudizi su un’altra persona mentre è al contempo da questa giudicata, e ril essivo, in quanto ognuno, anche in relazione ai giudizi ricevuti dagli altri, costruisce un giudizio su di sé (Pellerey, 1994).

La valutazione, se viene posta in atto con una modalità corretta, è uno strumento per crescere! Il rapporto tra docente e discente […] dev’essere caratterizzato dalla fiducia reciproca, dalla convinzione che la  fiducia in sé, la stima per le proprie possibilità sono elementi base perché si sviluppi una personalità equilibrata nell’alunno, perché si traducano in atto le capacità creative e di buon rapporto umano. La valutazione deve incarnare, esprimere, questa fiducia che l’educatore ha nell’alunno, deve’essere attuata in modo da infondere nell’altro questa fiducia, deve contribuire a creare nel ragazzo questa sicurezza. Sarebbe un sistema sbagliato di valutazione quello che provocasse nell’alunno giudizi negativi su se stesso, la convinzione che è un mediocre, che per quanto faccia non riuscirà. Questo tipo di valutazione continuato molte volte al giorno (l’insegnante rilascia giornalmente uno stillicidio di valutazioni, con voti, lodi, atteggiamenti…) finirebbe per convincere l’alunno, per lasciare tracce d’insicurezza, d’incostanza nelle decisioni e nello sforzo. (Calonghi,1990, 24-25). Nessuna valutazione dovrebbe diventare un giudizio sui ragazzi: in questo modo, il suo potenziale è perso, ed essa diventa nociva.

I criteri che si usano nella valutazione, presto o tardi, in forma cosciente o no, in maniera più o meno esplicita,
diventano di fatto i fini dell’educazione, della formazione culturale (Calonghi, 1983, 15). Eliminare i voti dalla scuola non è una soluzione a questo problema, perché non rinnova veramente le modalità di valutare. Eliminando i voti non generiamo una “nuova scuola”: semplicemente, rimuoviamo un ostacolo. Con una metafora: facciamo rotolare giù da un crepaccio il masso che ostruisce la strada, senza pensare che quel gesto – inconsapevolmente – potrebbe provocare una frana.

Dobbiamo cambiare obiettivo: non già eliminare la valutazione, ma costruire nuove forme di valutazione, che possano valorizzare i nostri ragazzi e spingerli a fare del loro meglio, trasformando in atto il loro potenziale.
Per farlo, dobbiamo integrare la valutazione con l’intelligenza emotiva, dando vita ad una relazione di apprendimento che sia empatico: è questo il rapporto che i grandi maestri sanno instaurare con i loro allievi.

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