Le etichette sono l’altra faccia dell’inclusione. Se da un lato si riconoscono i bisogni speciali di ciascuno, dall’altro si rischia che quei bisogni – che un tempo sarebbero stati ignorati e minimizzati – diventino uno stigma.
A questo proposito, fa bene leggere le parole del Prof. Andrea Canevaro dell’Università di Bologna: “Abbiamo tutti una diagnosi. Io, per esempio, ho problemi di equilibrio. E stare al cellulare mi causa dolori. Ma non mi fermo. E provo a stare bene”.

Diagnosi ed etichette vanno superate: non sono sbagliate, ma non devono tramutarsi in gabbie mentali o peggio in pregiudizi.

Anche prima che vengano al mondo, ci creiamo delle aspettative che, per quanto umane, rischiano di essere troppo rigide. La capacità di accogliere l’inaspettato è un’occasione fondamentale, da non perdere. Ci può restituire solo cose belle…
Un certificato o un’idea troppo fissa di quello che, quel bambino o quella bambina, sarà, sono controproducenti. I più piccoli hanno bisogno, fondamentalmente, di due cose: essere stimati da qualcuno che, possibilmente, apprezza il bello e avere delle basi sicure, quindi allargabili all’esterno. Tutto questo serve ad andare avanti, a vedere in quel bambino un futuro“.

Ma come si supera l’etichetta? Riscoprendo l’empatia e il dialogo; cercando di ascoltare il cuore di colei o colui che ci sta di fronte prima di analizzare il certificato con cui si presenta.

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