L’analfabetismo funzionale è una piaga diffusa, in Italia e all’estero. Colpisce senza distinzione di fascia, ceto e cultura. In cosa consiste? Lo ha chiarito l’Unesco nel 1978:

Una persona è funzionalmente alfabetizzata se può essere coinvolta in tutte quelle attività nelle quali l’alfabetizzazione è richiesta per il buon funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per permetterle di continuare a usare la lettura, la scrittura e la computazione per lo sviluppo proprio e della sua comunità.

Ancora più dettagliata l’Enciclopedia Treccani, che così definisce l’analfabetismo funzionale:

Espressione riferita a quella quota di alfabetizzati che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi. L’analfabetismo di ritorno ha dunque effetti determinanti sulla capacità di un soggetto di esprimere il proprio diritto alla cittadinanza (dal voto al diritto all’informazione, alla tutela sul lavoro ecc.) e di potersi inserire socialmente in modo autonomo.

In pratica, un analfabeta funzionale legge e scrive, ma spesso non capisce a pieno il senso del testo che si trova davanti. Risultato? Il proliferare di bufale sul web, di pareri dati sull’onda dell’impulso emotivo, senza in realtà documentarsi adeguatamente. Ma anche, come evidenziato dalla Treccani, la difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale ed esprimere a pieno i propri diritti.

A lanciare l’allarme, già qualche anno fa, era stato il linguista Tullio De Mauro, per il quale gli analfabeti funzionali in Italia sarebbero addirittura l’80 per cento.
De Mauro sostiene, sulla base di indagini statistiche condotte tra il 2000 ed il 2006, che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
In Italia, secondo quanto segnalato da Il Corriere della sera, i dati Ocse-Piaac del 2016 evidenziano come l’analfabetismo funzionale riguardi il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni, nella drammatica percentuale di uno su tre.
Già in precedenza il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills – Letteratismo e abilità per la vita), aveva condotto ricerche tra il 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni, denunciando uno scenario sconfortante il 46,1% del campione era al primo livello, il 35,1% al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di competenza più elevata. Insomma, c’è parecchio da fare.


Perché esiste l’analfabetismo funzionale

L’analfabetismo funzionale trova terreno fertile nella disaffezione alla cultura. Anche chi ha le competenze minime di lettura e scrittura, se non le stimola adeguatamente, finisce per perdere la capacità di utilizzarle in maniera costruttiva.

Purtroppo l’analfabetismo funzionale ha delle conseguenze molto preoccupanti: scarsa integrazione nel mondo del lavoro, una socializzazione più difficile ma anche, una incapacità di vivere a pieno la propria vita. Spesso ad incentivare questo degrado mentale ci sono i flussi di informazione sempre più parziali e superficiali, nonché la mancanza di allenamento mentale. Le nostre competenze non sono statiche, vanno coltivate e stimolate. Il modo migliore per farlo è leggere e documentarsi, non perdere la curiosità ed il senso critico.

Come combattere l’analfabetismo culturale

Come dicevamo, l’alfabetizzazione è dinamica e va allenata. Per farlo, occorre insistere sulle competenze di “letteratismo”, un insieme di abilità fa applicare nei diversi contesti della vita quotidiana. In particolare citiamo:

Prose e document literacy: significa saper comprendere testi, grafici, tabelle, raggiungendo i propri obiettivi e accrescendo le proprie potenzialità;

Numeracy: vuol dire saper utilizzare strumenti come rappresentazioni dirette, simboli, formule che modellizzano relazioni tra grandezze e variabili;

Problem solving: è capacità di analisi e soluzione di problemi, ovvero l’attività ragionata in azione, quella del pensiero orientato ad uno scopo in una situazione per cui non esiste soluzione precostituita.

La psicologa Sylvia Scribner, in un saggio del 1984, sintetizzò utilizzando tre metafore le diverse nozioni di alfabetismo (literacy), catturando tre aspetti importanti, seppur non esaustivi:

  • alfabetismo come adattamento, valorizzando la capacità di problem solving e senso critico
  • alfabetismo come forma di potere: anche in senso non egemonico significa poter produrre significati fruibili e comprensibili
  • alfabetismo come stato di grazia, come forma di crescita personale.

A noi piace l’idea di riprendere la metafora adattiva perché valorizza il significato universale di alfabetizzazione: una forma di rispetto e contatto, che favorisce dialogo e confronto.

Analfabetismo funzionale e social network

I social network, fin dalla loro nascita, sono stati nell’occhio del ciclone a proposito del collegamento con l’analfabetismo funzionale. Per la stessa struttura e logica di funzionamento dei social media, è inevitabile che le informazioni spesso non siano accurate o palesemente false o fuorvianti, come le famigerate fake news.

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

U. Eco

Di recente Enrico Mentana ha coniato il neologismo “webete”, crasi tra le parole web ed ebete, per indicare le caratteristiche antropologico-sociali dell’analfabeta funzionale che si affaccia al mondo dei social network.

Con la media education combattiamo l’analfabetismo funzionale

Come fare a porre un freno a questo fenomeno dilagante che vede protagonisti in prima persona adulti e adolescenti alle prese con il mondo virtuale e non dell’informazione? La soluzione si chiama media education ed è una disciplina spesso bistrattata ma, ora più che mai, estremamente valida.
Il potere dei media va controllato, non demonizzato, allenando il nostro senso critico e quello dei bambini. Leggere insieme un quotidiano, commentare una notizia, confrontarsi, lasciare sempre aperto il dialogo:ecco  i pilastri per trasformare la media education in uno strumento di crescita e confronto per la famiglia partono dal quotidiano. D. Buckingham, uno dei principali teorici di questa disciplina, sostiene che la media education dovrebbe essere un metodo per esplorare la conoscenza in modo trasversale, critico e creativo.

Gio-Coaching contro l’analfabetismo funzionale

Qui trovate un esercizio di Gio-Coaching da fare in famiglia:

Si tratta di alcuni esercizi di analisi delle fonti e di pensiero critico, particolarmente utili nel mondo del web. Non dimentichiamo, in questo contesto, l’importanza di lettura e creatività per sviluppare un senso critico-creativo utile a vivere bene. Coltivandole in parallelo, combatterete l’analfabetismo funzionale e contribuirete a costruire una società più evoluta e rispettosa, grazie alla consapevolezza e al senso critico.






a cura di Alessia de Falco 

   

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