La leggenda del pettirosso di Natale è un breve racconto natalizio per grandi e piccini.
La leggenda del pettirosso di Natale
A cura di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle
Era Natale. Il bambino Gesù era nato da poco e tutti si stringevano intorno a lui. Mentre il bue e l’asinello lo riscaldavano con il calore dei loro corpi, Giuseppe accese un braciere, con i ramoscelli e gli sterpi che riuscì a trovare. Nella stalla, era rintanato anche un piccolo uccellino dalle piume stinte e dal petto chiaro; era ancora giovane e non aveva un nome. Nel cuore della notte, tutti si addormentarono, sfiniti dalla fatica e dalle emozioni di quel giorno straordinario. Fu allora che l’uccellino, nascosto su una trave, si accorse che il braciere stava per spegnersi. Volò di sotto e cominciò a battere le ali per attizzare la brace; poi, sfrecciò fuori dalla capanna, a cercare dei ramoscelli, per tenere viva la fiamma. per tutta la notte l’uccellino si diede da fare e tenne acceso il braciere. All’alba, Giuseppe si svegliò e accorse ad aiutarlo. Finalmente, l’uccellino poté fermarsi e riprendere il fiato. Quando risalì sulla trave, tuttavia, si accorse di essere cambiato: al centro del petto, aveva una macchia rossa, proprio come il fuoco che aveva alimentato quella notte. Era il fuoco dell’amore e dell’impegno; quella notte, l’uccellino scoprì qual era il suo nome: era un pettirosso.
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Conoscete la leggenda di San Nicola? Questo santo è il personaggio storico da cui è nata, molti secoli dopo, la figura di Babbo Natale.
La leggenda di San Nicola
C’erano una volta tre fratelli; il padre, un nobile della città, aveva deciso di mandarli ad Atene, per studiare il greco e la filosofia e completare così la loro istruzione. “La strada che porta ad Atene è pericolosa, figli miei; tuttavia, a Mira, poco distante da qui, abita il vescovo Nicola. È un sant’uomo, e se vi darà la sua benedizione, arriverete a destinazione sani e salvi. Prima di mettervi in viaggio, andate a cercarlo”. I bambini prepararono i bagagli, li caricarono su un carro e partirono; tuttavia, quando arrivarono a Mira, era già scesa la notte. “Cerchiamo subito il vescovo Nicola” disse agli altri il più piccolo. “È tardi; il vescovo starà già dormendo. Cerchiamo una locanda per riposare, andremo da lui domani” disse il più grande. “Ha ragione tuo fratello; cerchiamo una locanda”, disse quello di mezzo. I tre cercarono una locanda ed entrarono. Vedendoli entrare, l’oste capì subito che erano dei nobili: indossavano vestiti di velluto ricamato e gioielli preziosi. L’oste servì la cena ai ragazzi e li accompagnò nella loro stanza, poi chiuse la porta e rimase fuori ad aspettare. L’oste aspettò che i bambini fossero addormentati, poi tornò nella loro stanza, li uccise e rubò tutte le loro ricchezze. Per evitare che qualcuno scoprisse i loro corpi, li nascose in dispensa, sul fondo dei barili con la carne in salamoia. Quella notte un angelo apparve al vescovo Nicola e gli disse: “Domani va’ dall’oste e fatti portare nella dispensa: poi, chiedigli di aprire i barili della salamoia”. Il giorno seguente, Nicola entrò nell’osteria e chiese all’oste di fargli vedere la carne, per decidere cosa mangiare. Il vescovo sperava che l’oste, a quella richiesta, si pentisse e chiedesse il suo perdono; ma quello lo portò nella dispensa e gli mostrò la carne nei barili. Nicola recitò una preghiera e per miracolo, i bambini uscirono dal fondo dei barili, sani e salvi. Vedendo quel miracolo, l’oste si convertì; restituì loro tutto ciò che aveva rubato e da quel giorno visse da buon cristiano. Da allora, tutti i bambini, quando hanno bisogno di aiuto, pregano chiedendo a San Nicola di proteggerli, proprio come aveva fatto in quell’occasione.
Nota storica: La leggenda di San Nicola è tramandata secondo molte versioni differenti. Secondo una delle più comuni, il fatto accadde mentre il vescovo Nicola era in viaggio per raggiungere il concilio di Nicea. Queste leggende sono di origine medievale e si basano su un fatto storico: durante la sua vita, Nicola salvò tre cittadini di Mira da un’ingiusta condanna a morte, liberandoli dalle catene e offrendo la sua vita al carnefice, in cambio di quella dei tre innocenti.
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La leggenda della stella di Natale è un racconto di Natale per grandi e piccini, senza limiti d’età.
La leggenda della stella di Natale
Leggenda messicana. Testo (a cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
Tanto tempo fa, in Messico, durante la vigilia di Natale si offrivano in dono al bambino Gesù un mazzo o una corona di fiori.
In un piccolo villaggio abitava Pepita, una bambina, così povera che non poteva permettersi di acquistare neppure una margherita. Pepita, in lacrime, entrò nella chiesa del suo villaggio, si inginocchiò in un angolo e pregò: “Signore, come posso dimostrare al bambino Gesù che lo amo? Sono tanto povera e non ho niente da donargli”. All’improvviso la bambina fu avvolta dalla luce e comparve accanto a lei un angelo. “Gesù sa bene che lo ami” disse l’angelo, “sa quello che fai per gli altri e sa che sei una bambina dal cuore d’oro; non preoccuparti se non hai nulla da donargli. Domani, raccogli le erbacce che crescono ai margini della strada, legale insieme e portale qui; saranno il tuo dono”.
Pepita fece come aveva detto l’angelo: uscì e raccolse tutte le erbacce che trovò lungo la strada, formò un mazzo, poi tornò nella cappella della chiesa; gli altri abitanti la guardavano con sospetto mentre posava il suo dono accanto alle corone di fiori: possibile che quella bambina volesse regalare al bambino Gesù un mazzo di erbacce cattive? Appena la bambina si raccolse in preghiera, le erbacce fiorirono e ne nacquero dei fiori bellissimi, con i petali rossi come il fuoco; erano sbocciate le Stelle di Natale.
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La leggenda del vischio di Natale è un racconto di Natale per grandi e piccini, senza limiti d’età.
La leggenda del vischio di Natale
(A cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
Si narra che un tempo, in un paese lontano, vivesse un vecchio mercante. L’uomo non si era mai sposato e non aveva amici; era avido e avaro: per lui il guadagno veniva prima dell’amore e dell’amicizia. Si preoccupava soltanto dei suoi affari; dormiva poco e ogni notte si alzava per andare a contare il suo denaro. Faceva ottimi affari imbrogliando gli ingenui, ma non se ne preoccupava: non gli interessavano le storie e i problemi delle altre persone. Per queste ragioni, nessuno gli voleva bene. In una notte di dicembre, poco prima di Natale, il vecchio mercante decise di uscire per fare una passeggiata, perché non riusciva ad addormentarsi. Lungo la strada, gli parve di sentire delle voci: c’erano bambini che cantavano, donne che ridevano e uomini che urlavano di gioia. “Che strano” si disse il vecchio, che non aveva incontrato nessuno per strada. Ad un certo punto udì qualcuno che lo chiamava: “Aiutami, fratello”. Il vecchio non aveva fratelli e si stupì. Durante la sua passeggiata udì molte altre voci e ciascuna di esse gli raccontò una storia: storie tristi, storie d’amore, storie di solitudine, storie di povertà, di famiglie che sfamavano a fatica i propri figli e storie di ricchezze inaspettate. In un attimo, il vecchio si rese conto che non aveva mai ascoltato nessuno nella sua vita, che non conosceva nessuno. I suoi vicini erano come fantasmi per lui: non ricordava nemmeno che aspetto avessero. L’uomo si pentì, perché in tutta la sua vita non era riuscito a vedere cosa si nascondeva nell’animo delle persone; si mise a sedere su una panchina e cominciò a piangere. Le sue lacrime si sparsero sui cespugli sotto di lui. Quando spuntò il sole, le sue lacrime risplendevano come perle: si erano trasformate in vischio. Il vecchio lo raccolse e lo donò a tutti coloro che incontrò lungo la strada di casa e, da quel giorno, la sua vita cambiò.
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Il ceppo di Natale è un racconto di Natale per grandi e piccini, senza limiti d’età.
Il ceppo di Natale
Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle
Parte prima
L’inverno era arrivato da poco e aveva coperto di neve il fianco della montagna. Era quasi Natale. In una piccola baita di legno, vivevano un ragazzo e la sua sorellina, di qualche anno più piccola; insieme a loro, nella stalla sul retro della casetta, c’erano sei mucche e quattro caprette.
Dei genitori, nemmeno l’ombra. La loro mamma era scomparsa quando erano piccini; il padre, che si era sempre preso cura di loro, qualche giorno addietro era uscito di casa per fare la legna e non aveva più fatto ritorno. Forse era stato aggredito da un animale, o forse era scivolato in un crepaccio; quale che fosse il motivo della sua scomparsa, i bambini erano rimasti da soli e avevano dovuto arrangiarsi.
Per fortuna, il fratello maggiore sapeva come accendere il camino, come mungere gli animali e come preparare polenta e stufato. “Non preoccuparti” diceva sempre alla sua sorellina, “resisteremo fino a quando tornerà il papà”. Si sforzava di sorridere ma, per ogni giorno che passava, sempre più neve cadeva sulla montagna e seppelliva anche la sua speranza di rivederlo.
Una mattina, il giovane portò fuori di casa il secchio della cenere, poi andò nella stalla per cambiare il fieno agli animali. La sua sorellina si coprì con una spessa coperta di lana e uscì per aiutarlo ma, passando accanto alla legnaia, vide qualcosa che brillava tra la cenere: era carbone ardente, ma sembrava una stella luccicante. La bambina infilò una manina nel secchio, per afferrarla; del resto aveva appena cinque anni, cosa poteva saperne del fuoco e dei suoi pericoli? Non riuscì nemmeno a sfiorare la brace, perché si scottò la punta delle dita.
“Ahi” strillò, lasciando cadere la coperta sul secchio, poi corse nella stalla, per farsi medicare dal suo fratellone. “Cos’è successo?” chiese lui. “C’era qualcosa nella cenere: brillava come le stelle. Volevo raccoglierlo, ma scottava”. “Erano carboni ardenti” disse secco il ragazzo, alzando la voce. “Potevi farti male”. Abbracciò la sorella, che tremava, in silenzio, poi si sfilò il maglione di lana per coprirla. “Per fortuna non è niente di grave”. In quel momento, la stalla si riempì di fumo.
Il ragazzo uscì a passo svelto e si fermò sulla soglia, immobile. La legnaia andava a fuoco; quando sua sorella era corsa da lui, aveva lasciato la sua coperta sul secchio con la brace. Il tessuto aveva preso fuoco e in un attimo aveva incendiato anche la legna su cui era posata. Il ragazzo provò a buttare della neve sulle fiamme, ma fu inutile: ormai l’incendio divampava e non c’era modo di fermarlo. Fu così che la legnaia andò distrutta.
“E adesso, come ci scalderemo?” chiese la bambina al fratello. “Non lo so”, rispose lui scuotendo le spalle, con le guance rigate dalle lacrime; “avresti dovuto pensarci prima di giocare con la brace”. Come avrebbe potuto badare a sua sorella se non aveva più legna per accendere il camino?
Parte seconda
Quella notte non chiuse occhio: la passò abbracciato a sua sorella, dopo averla avvolta con tutte le coperte e le pellicce che riuscì a trovare. La mattina seguente il ragazzo si alzò all’alba e si vestì, per uscire. “Andrò a cercare della legna, ma tu devi rimanere qui” disse severo alla sorellina. “Ma ho paura”, piagnucolò lei. “So che hai paura. Ma la nostra legnaia è distrutta, e se non trovo qualcosa da bruciare non sopravvivremo a lungo. So dove andava papà a fare la legna, magari ha lasciato dei rami e dei ciocchi”.
La bambina si asciugò le lacrime e si morse la lingua: non voleva scoppiare a piangere adesso, non dopo il guaio che aveva combinato. Il giovane prese uno slittino e delle corde per caricare la legna, si legò ai piedi le racchette da neve e partì, non appena la luce del Sole rischiarò la strada.
Com’era bello l’inverno: i raggi del Sole si riflettevano sui cristalli di neve e gettavano bagliori dorati qua e là: sembrava di essere in paradiso. Ogni tanto, il vento spazzava la montagna e un sottile velo di neve copriva il volto del ragazzo, come polvere incantata. Certo, sarebbe stato ancora più bello con la legnaia al suo posto, il camino crepitante e mamma e papà insieme a loro, nella baita.
Il ragazzo conosceva bene il sentiero: bastava cercare i tronchi degli alberi con taglio a forma di croce: era stato suo padre a fare quei tagli, per riconoscere la strada che portava al bosco. Dopo due ore di strada, raggiunse i primi alberi: era lì che facevano la legna. Ormai la neve aveva coperto tutto: non c’erano rami, nè ciocchi di legna da portare a casa. La sua fatica era stata inutile? Ad un tratto, fu abbagliato da un luccichio; veniva da un abete.
Tra le fronde verdi, ammantate di bianco si intravedeva il tronco dell’albero, libero dalla neve: sembrava il nascondiglio di una fata. Il ragazzo si avvicinò e pregò. “Fa’ che ci sia una fata vera, di quelle che aiutano i bambini, come nelle storie che ci raccontava papà, accanto al fuoco”.
Tuttavia, l’albero non nascondeva fate o folletti: era stata la lama di un coltello ad accecarlo. Aveva l’aria familiare: sul manico, d’osso, erano incisi dei fiori. Dove lo aveva già visto? “Ma certo, quello è il coltello del papà”. Il giovane allungò un braccio per raccoglierlo e si accorse che era conficcato dentro qualcosa, così cominciò a scavare con le mani per liberarlo e si accorse che la lama era piantata dentro un grosso ceppo di legno, perfettamente rotondo, alto tre piedi e largo almeno un metro.
“Questo ceppo,” pensò il ragazzo, “se solo riuscissi a portarlo a casa, potremmo scaldarci per giorni”. Fece alcuni tentativi, ma era troppo pesante per sollevarlo. Mentre tentava di caricarlo sulla slitta lo osservò: la sua corteccia liscia formava un cerchio perfetto. Fu allora che ebbe un’idea. “Non riesco a sollevarlo da solo, ma forse potrei provare a farlo rotolare fino alla baita. La neve è spessa e lo rallenterà abbastanza perché io riesca a fermarlo”. Legò la corda intorno al ceppo, per assicurarlo, e cominciò a spingerlo giù: lentamente, il legno si smosse e cominciò a muoversi.
Parte terza
Il ceppo rotolava piano, affondando nella neve e talvolta cominciava a traballare, come si avesse dovuto rovesciarsi da un momento all’altro. Allora, il ragazzo si affrettava a fermarlo e a tenerlo in piedi con tutta la sua forza, poi, delicatamente, riprendeva a muoverlo.
Quando arrivò alla baita il giovane aveva le dita delle mani e dei piedi gelate, ma era riuscito a portare quel grande ceppo con sé, fino a casa. Chiamò la sua sorellina e insieme lo spinsero fino al grande camino di pietra, dove lo rovesciarono nella cenere. Insieme, fratello e sorella scavarono il legno, per formare una piccola cavità al centro del tronco. La riempirono con scarti di legno, carta e resina e poi accesero il fuoco. Crepitando, il ceppo si accese: le fiamme illuminarono la baita e il fuoco la riscaldò. Erano salvi.
Il ceppo continuò a bruciare per una settimana intera, e non si era ancora spento quando i ragazzi sentirono qualcuno bussare alla porta; corsero insieme ad aprire e rimasero senza parole. “Papà!”
Fratello e sorella abbracciarono il padre così forte che per poco non si rovesciarono tutti e tre per terra; lo accompagnarono in casa correndo, saltando e cantando per la gioia. Gli raccontarono delle loro disavventure: di come erano sopravvissuti senza di lui, di come, senza volerlo, avevano incendiato la legnaia, della spedizione nella neve e di quel ciocco, che li aveva salvati.
Anche il padre raccontò loro cosa gli era capitato: “Stavo spaccando la legna, quando scivolai in un crepaccio, ferendomi una gamba; ero sul punto di morire quando due cacciatori hanno sentito le mie grida e sono accorsi a salvarmi; mi hanno trasportato su una barella fino a casa loro, dall’altra parte della montagna, poco prima che cominciasse a nevicare. Ero troppo debole per camminare, altrimenti sarei tornato subito da voi; ho implorato i cacciatori di venire a prendervi, ho detto loro che eravate piccoli e soli, e che sareste morti senza il loro aiuto, ma la strada era lunga e con tutta quella neve era impossibile arrivare fin qui. Ieri sono riuscito a rimettermi in piedi e sono subito partito”.
Finalmente insieme, fecero una grande festa intorno al ceppo scoppiettante. Da allora, ogni anno, a Natale, in ricordo di quell’avventura, accendono un grosso ceppo e lo lasciano bruciare per dei giorni interi.
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La leggenda della rosa di Natale
Testo (a cura di): Alessia de Falco e Matteo Princivalle
C’era una volta una giovane pastorella, che aiutava il padre con le greggi. Una notte, la ragazza stava facendo la guardia alle pecore vicino a Betlemme quando vide degli altri pastori che camminavano verso la città. La pastorella si avvicinò e chiese loro dove: “Dove andate?” “Non lo sai? Questa notte è nato il bambino Gesù, il nostro salvatore. Andiamo a rendergli omaggio e a portargli dei doni”. “Vorrei tanto venire con voi”, disse loro la pastorella, “ma sono povera e non ho niente da donare al bambino Gesù, nemmeno un mazzo di fiori”. I pastori proseguirono il cammino e la ragazza rimase da sola, così triste che si sdraiò su un covone di fieno e scoppiò a piangere: le sue lacrime cadevano sulla neve, come piccole perle. Un angelo sentì il pianto della pastorella e decise di aiutarla. Quando la ragazza abbassò gli occhi, si accorse che le sue lacrime si erano trasformate in fiori dai petali bianchi come il latte. Senza perdere tempo, la pastorella raccolse quei fiori, li legò per formare un mazzo, poi corse a Betlemme, per portarli in dono al bambino Gesù. Da allora, la rosa di Natale fiorisce ogni anno, a dicembre, per ricordare al mondo intero quel dono fatto con amore dalla giovane pastorella.
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