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Non vogliamo correggerci perché ci consideriamo perfetti

Basquiat, J-M. (1982). Senza titolo

Oggi vi proponiamo alcune riflessioni di Seneca. Nonostante queste parole siano state scritte migliaia di anni fa, risultano particolarmente attuali. Ed ecco una domanda che sembra quasi un gioco di parole: “Come può imparare quanto serve per combattere i vizi chi si applica nei ritagli di tempo che i vizi gli lasciano?”

Tratto da: Seneca. (I secolo d.C.). Lettere a Lucilio

Perché la stupidità ci domina con tanta ostinazione? Punto primo: non la respingiamo con forza e non tendiamo con slancio alla salvezza; punto secondo: non abbiamo sufficiente fiducia nelle verità scoperte dai saggi, non le accogliamo nel profondo del cuore e ci dedichiamo con scarso impegno a una questione tanto importante. Come può imparare quanto serve per combattere i vizi chi si applica nei ritagli di tempo che i vizi gli lasciano?

Nessuno di noi va a fondo; cogliamo solo quanto è in superficie e i pochi minuti spesi per la filosofia bastano e avanzano per gente tanto affaccendata. L’ostacolo maggiore è che siamo subito soddisfatti di noi stessi; se c’è qualcuno che ci definisce valenti, saggi, virtuosi, gli diamo immediatamente credito. Non ci accontentiamo di lodi misurate: accogliamo come dovuto il cumulo di spudorate adulazioni che ci vengono rivolte.

Concordiamo con chi afferma che siamo gli uomini più virtuosi e saggi, pur sapendo che quelle persone mentono spesso e volentieri; siamo così indulgenti con noi stessi perché vogliamo essere lodati per virtù esattamente opposte al nostro modo di agire.

Il carnefice (proprio mentre tortura) si sente definire l’uomo più mite, chi vive di ruberie l’uomo più generoso, il libertino ubriacone l’uomo più temperante; di conseguenza non vogliamo correggerci perché ci crediamo perfetti.

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Il Bruco Mangianoia e il riccio

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un riccio molto timido, talmente timido che il detto “chiudersi a riccio” è nato pensando proprio a lui. Se ne stava in disparte mente gli altri ricci facevano cose da ricci, come ad esempio girovagare, fare scorpacciate di insetti o intrattenersi a conversare con i gatti rossi che sconfinavano nel bosco.

Vi chiederete como mai fosse così timido; ebbene, il riccio si vergognava dei suoi aculei: gli sembravano troppo piccoli rispetto a quelli dei suoi amici e – anche se non ne aveva la certezza – pensava che gli altri ricci lo prendessero in giro. Per questo motivo, decise di allontanarsi e andò a vivere ai piedi di un castagno. Quando in autunno cadevano i ricci che per mesi avevano protetto le castagne, sembravano così simili a lui e per giunta avevano il grande dono di non parlargli alle spalle.

Un giorno passò di lì il Bruco Mangianoia, con un bel cestino: voleva raccogliete un po’ di castagne per poi farne caldarroste o crema di marroni. Quando fu vicino al riccio, vide che si muoveva. “Ehi, sei forse una castagna magica?” chiese il bruco. “No, sono … sono solo … sono solo un riccio … E in me non c’è nulla di magico!” rispose l’animaletto con una vocina tremula, sporgendo il musetto da sotto gli aculei. Il Bruco si avvicinò al piccolo riccio e gli disse: “Tutti abbiamo un potere che ci rende speciali, dobbiamo solo capire qual è”. “Ti sbagli bruco, io non ho davvero nulla di speciale!” ribatté il riccio piccato, poi si accoccolò vicino alle radici del castagno.

Fu allora che il Bruco Mangianoia tirò fuori da cestini una castagna, la spolverò, poi la porse, tutta lucente, al riccio: “Se mi fossi fermato alle apparenze, non avrei trovato questa castagna gustosa. Tutti abbiamo paura di non piacere agli altri, ma i nostri amici ci vogliono bene per quello che siamo e non per quello che vorremmo essere”.

Poi il bruco ripose la castagna nel cestino e, sotto gli occhi del riccio, agitò una zampetta in aria e apparve uno specchio.
“Guarda”, disse al riccio. L’animaletto si avvicinò un po’ timoroso allo specchio, diede una sbirciatina, sgranò gli occhi e sorrise. Lo specchio era magico: gli stava mostrando i suoi amici che, preoccupati per lui, lo cercavano da giorni.
“Ma allora ci tenevano davvero a me!”, disse al Bruco.
“Certo che sì, ma i pensieri degli altri non sono sempre chiari; per questo è meglio parlarsi, prima di giungere a conclusioni affrettate”.

Il Bruco Mangianoia riportò il piccolo riccio dai suoi amici e, prima di salutarlo, gli regalò il cestino di castagne e gli suggerì un paio di ricette da provare. Il riccio fu accolto dagli altri ricci con grande entusiasmo e da quel giorno imparò a preparare una buonissima marmellata di castagne, la migliore di tutto il bosco.

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I pensieri diventano cose: scegliete quelli giusti

Knight L. (1913). Sulle scogliere. Collezione privata

In questa lettura partiamo dalle parole di Friedrich Nietzsche per “smascherare” la vera essenza di ottimismo e pessimismo: si tratta solo di categorizzazioni vuote, se l’uomo, con la sua volontà, si impone di cambiare le cose ed affrontare la vita senza l’alibi della passività o dell’apatia.

Tratto da: Nietzsche, F. (1878). Umano troppo umano

Basta con le parole «ottimismo» e «pessimismo», abusate fino al disgusto! Poiché di giorno in giorno manca sempre più la ragione di usarle; solo i chiacchieroni ne hanno ancora oggi cosi indispensabilmente bisogno. Giacché, per quale ragione al mondo dovrebbe qualcuno voler essere ottimista, se non ha da difendere un Dio che deve aver creato il migliore dei mondi, se egli stesso è la bontà e la perfezione?

Ma quale pensatore ha ancora bisogno dell’ipotesi di un Dio? Manca, però, anche qualsiasi motivo per una professione di fede pessimistica, se non si ha interesse a far arrabbiare gli avvocati di Dio, i teologi o i filosofi teologizzanti, e a porre con forza l’affermazione contraria : che il male governa, che il dolore è più grande del piacere, che il mondo è un’abborracciatura, il prodotto di una malvagia volontà di vita.

Ma chi ancora oggi si cura dei teologi – all’infuori dei teologi? Prescindendo da ogni teologia e confutazione di essa, è chiaro come il sole che il mondo non è né buono né cattivo, e meno ancora il migliore o il peggiore, e che questi concetti di «buono» e «cattivo» hanno senso solo se riferiti agli uomini, e anzi forse neanche qui sono giustificati nel senso in cui vengono comunemente impiegati: della concezione del mondo denigratoria o esaltatrice, dobbiamo in ogni caso sbarazzarci.

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Il bicchiere è mezzo pieno o vuoto? Siamo noi a deciderlo

Van Gogh, V. (1888). Barche da pesca sulla spiaggia di Saintes Maries de la Mer

In questa lettura si pone l’attenzione su ciò che non è l’ottimismo: sicuramente non è una visione edulcorata della vita o un non voler vedere la realtà. Ciò che invece è lo analizzeremo nelle prossime letture.

Tratto da: Bierce A. Aforismi

Ottimismo. Dottrina o credo che vede tutto bello, incluso il brutto; tutto buono, soprattutto il male; e tutto giusto, particolarmente ciò che è sbagliato. È professato con la più grande tenacia da coloro che sono abituati a cadere in disgrazia, e si rivela il più delle volte in stolidi sorrisi e sogghigni scimmieschi. Essendo una fede cieca e assoluta, non si può confutare in alcun modo, per quante prove in contrario si adducano; in breve, si tratta di una malattia dell’intelletto che viene curata solo dalla morte. È anche ereditaria, ma per fortuna non contagiosa.

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Sapete perché si dice: “salvare capra e cavoli”?

Sapete qual è l’origine del detto popolare “salvare capra e cavolo”? Ce lo spiega Carlo Lapucci:

Salvare capra e cavolo: In una situazione che pare obblighi a una rigorosa alternativa bisogna studiare il mezzo, trovare il modo di raggiungere contemporaneamente i due scopi; bisogna barcamenarsi in maniera tale da sfuggire al dilemma di una scelta che escluda l’altra.

All’origine del detto c’è una storiella che pone un problema d’intelligenza. Un contadino doveva traghettare un lupo, una capra e un cavolo attraverso un fiume, sopra una barchetta che poteva portare solo una cosa per volta, salvando la capra dai denti del lupo e il cavolo da quelli della capra.

Il contadino traghettò prima la capra, tornò a prendere il cavolo, portato il quale, prese indietro la capra, sbarcandola di nuovo sulla riva dove l’aveva presa la prima volta. Da qui traghettò il lupo, quindi tornò a prendere la capra e salvò capra e cavolo, arricchendo inoltre alcune lingue europee di un proverbio e di un modo di dire.
Carlo Lapucci, Dizionario dei proverbi italiani, 2007

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L’amore non è dipendenza, ma libertà!

Van Gogh, V. (1888). Il mare a Saintes-Maries-de-la-Mer

Una breve lettura per ricordarci che l’amore è libertà, altrimenti si trasforma in una dipendenza che ci imprigiona.

Tratto da: Thibon,G. (1943). Ritorno al reale

L’individualismo – l’abbiamo visto anche troppo – è soltanto un rifugio provvisorio; noi non siamo soli; non possiamo astrarci gli uni dagli altri, e, ben prima della suprema uguaglianza della morte, ci trasporta il medesimo destino. Dipende da noi soli il rendere questo comune destino favorevole o nefasto.

Se non viviamo insieme, come gli organi di uno stesso corpo, appassiremo e imputridiremo insieme, come quelle foglie senza linfa, così indipendenti le une dalle altre, così individualiste, ma che il medesimo vento d’autunno strappa e rivoltola a suo piacere. […]

L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore.

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