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Perché le punizioni non funzionano

Lettura scelta da “Un genitore quasi perfetto”, di Bruno Bettelheim:


C’è una differenza abissale tra l’acquisire l’autodisciplina attraverso l’identificazione con le persone che si ammirano, ed essere irreggimentati a forza, o addirittura con la violenza. Imporre la disciplina ai bambini tende a essere controproducente, se non addirittura nocivo ai fini che il genitore si propone. Quanto ai castighi, può darsi che trattengano il bambino dal fare quello che non dovrebbe, ma non gli insegnano l’autodisciplina; per fare questo esistono metodi certamente più efficaci.
Il genitore che, lasciandosi trasportare dalle emozioni suscitate in lui dalla cattiva condotta del figlio, lo punisce, ci penserebbe due volte a farlo e non si sentirebbe più dalla parte della ragione, se invece di camuffare il suo gesto da metodo educativo, ammettesse con se stesso di essersi lasciato trascinare dall’emozione. In caso contrario, riuscirà forse a ingannare se stesso, ma non il figlio.
Quello che i bambini imparano dalle punizioni è che forza e diritto coincidono, quando saranno abbastanza grandi e forti, cercheranno di rifarsi; perciò tanti bambini “puniscono” i loro genitori comportandosi in un modo che sanno li addolora.

[…]

Qualsiasi punizione, fisica o psicologica, ci pone contro la persona che l’ha inflitta. E a questo proposito non dobbiamo dimenticare che le ferite psicologiche possono fare più male e durare più a lungo di un dolore fisico. […]
In genere si impara in fretta a evitare le situazioni che ci mettono in condizione di venire puniti: in questo senso si può dire che le punizioni siano efficaci. Tuttavia, come insegna la storia della criminalità, esse non costituiscono un deterrente adeguato per chi ritiene di poterla fare franca; cioè, il bambino che prima agiva apertamente, ora imparerà a fare le cose di nascosto, e più severamente verrà punito, più diventerà subdolo.

[…]

È molto meglio dire a nostro figlio che siamo sicuri che non si sarebbe comportato male se avesse saputo che era male comportarsi così. Il che, tra l’altro, il più delle volte corrisponde a verità; […]
Se facciamo capire al bambino che, pur disapprovando quello che ha fatto o proibendo quello che vorrebbe fare, siamo certi che non intendeva dare nulla di male, la nostra disponibilità susciterà in lui un’analoga disponibilità a darci ascolto. E anche se le nostre obiezioni non gli fanno piacere, gli farà piacere continuare a meritare la nostra stima, tanto da essere disposto a rinunciare a qualcosa che voleva fare.


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IL CONFLITTO TRA ADULTO E BAMBINO

Lettura scelta da “Il bambino in famiglia”, di Maria Montessori:


I cosiddetti problemi dell’educazione, specialmente quelli riguardanti l’individualità, il carattere, lo sviluppo dell’intelligenza, hanno una loro origine nel conflitto permanente tra l’adulto e il bambino. Gli ostacoli che l’adulto oppone al bambino sono numerosi e gravi, ed essi diventano tanto più pericolosi, quanto più l’adulto si rivolge di continuo verso il bambino, e quasi si arma contro di lui, col diritto, con la scienza, con la volontà di dirigerlo secondo le proprie convinzioni.

Quindi l’adulto più vicino al bambino, come la madre o l’educatore, è quello appunto che rappresenta il massimo pericolo per la formazione della personalità infantile. La questione di questo conflitto primitivo tra il forte e il debole, non riguarda soltanto l’educazione, ma si riflette sulla vita psichica dell’uomo, dando la chiave di molte psicopatie e anomalie del carattere e del sentimento; quindi la questione è di ordine universale, o meglio ciclica, passando dall’adulto al bambino e dal bambino all’adulto. Il primo passo per risolvere integralmente il problema dell’educazione non deve dunque essere fatto verso il bambino, ma verso l’adulto educatore: occorre chiarire la sua coscienza, spogliarlo di molti preconcetti: infine cambiare i suoi atteggiamenti morali. A questo primo passo segue l’altro, di preparare al bambino un ambiente adatto alla sua vita e privo di ostacoli. L’ambiente può essere determinato sulla guida di una persona sola: del bambino, il quale a mano a mano che viene liberato dalla necessità di dover lottare contro gli ostacoli, comincia a manifestare i suoi caratteri superiori, le sue tendenze più alte e più pure di creatore di una personalità nuova. In questi due passi è compiuta la necessaria preparazione del fondamento: essa si risolve in un cambiamento di ordine morale così dell’adulto, come del bambino.


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LIBERTÀ SIGNIFICA ANCHE LIBERTÀ DALL’IGNORANZA

L’ignoranza è il pericolo sociale più grande. La libertà inizia dove finisce l’ignoranza“.
Victor Hugo

Per secoli il potere ha alimentato l’ignoranza attraverso lo strumento dell’analfabetismo. Eppure, la libertà, se non ci si affranca dal male dell’ignoranza, non è solo inconsistente: è addirittura pericolosa. Chi non comprende le parole e i pensieri degli altri può essere manipolato facilmente. La parola ha un potere immenso: Gianni Rodari e Don Milani hanno lottato a lungo – due vite intere – per aiutarci a comprendere il potere della parola e per liberarci da questa forma di ignoranza.

È col favore dell’ignoranza che certe dottrine distruttive passano dalla mente spietata dei teorici al cervello confuso delle folle“.
Victor Hugo

Ma l’ignoranza non è stata sconfitta. Al contrario, imperversa. Lo studioso di internet Eli Pariser, qualche anno fa, ha coniato il termine “bolla di filtraggio” per indicare una condizione pericolosa indotta dagli algoritmi che regolano internet. Social network e motori di ricerca, infatti, stanno sviluppando algoritmi sempre più sofisticati che analizzano i testi che leggiamo e ci propongono contenuti affini.
Questo significa, secondo Pariser, che ci indottrinano proponendoci sempre le stesse idee e ci evitano il contatto (da qui il termine di bolla) con le idee opposte, con il contraddittorio. La teoria della bolla di filtraggio ha ricevuto numerose critiche e non è facile valutare il suo impatto su ciascuno di noi.

In verità, quella bolla è nelle nostre teste: tutti noi viviamo in una bolla e tendiamo a sfuggire al contraddittorio. Preferiamo parlare con qualcuno che la pensa come noi piuttosto che con qualcuno che ci contesta. Liberarsi dall’ignoranza significa, sostanzialmente, prendere atto di questa bolla per poi uscirne: impariamo a non temere il giudizio.
La teoria della falsificabilità di Karl Popper afferma che una teoria, per potersi definire scientifica, deve essere confutabile. La scienza moderna si fonda sulla confutazione, sulla critica e sulla divergenza. Ogni buona teoria ha alle spalle numerosi tentativi di confutazione.

L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. La controllabilità coincide con la falsificabilità; alcune teorie sono controllabili, o esposte alla confutazione, più di altre; esse per così dire, corrono rischi maggiori“.

Questo vale anche per le nostre idee: rendiamole confutabili, analizziamole con una buona dose di spirito critico. Solo così la nostra libertà cesserà di essere un pericolo e diventerà una ricchezza per la nostra comunità.

 

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Perché lo sciacallo fu fatto re

PERCHÉ UNO SCIACALLO FU FATTO RE

Antonio Gramsci


Nella giungla si erano uniti in «clan», per poter cacciare con più profitto e meno pericolo, e babbuini e lupi e leopardi ed altre bestie di vario pelo e colore. Tra di loro però si era intrufolato un piccolo sciacallo che mangiava i rifiuti e spolpava le ossa dei succulenti banchetti. Era mal sopportato perché nella giungla lo sciacallo è temuto da tutti come diffusore di idrofobia e di malattie infettive, ma l’irritazione e il malcontento era grande e tutti del «clan» avrebbero benedetto la buona occasione che li avesse liberati dal poco piacevole socio. Fu una scimmietta molto accorta e giudiziosa che trovò la via di scampo: «Perché non lo facciamo nostro re? – propose in una privata assemblea da lei appositamente convocata, – lo potremmo così collocare nella sua nicchietta, ben pasciuto e immunizzato dalla sua stessa autorità, e noi non avremmo più a soffrire del contatto da pari a pari con chi ci fa continuamente rabbrividire e drizzare il pelo. Potrà fare collezione di tutti i cocci colorati e le cartine inargentate che troveremo nelle nostre incursioni, di cui gli faremo doveroso omaggio, e così saremo tranquilli».


NOTA: non sappiamo se la soluzione escogitata dalla scimmietta rese più tollerabile la vita degli animali della giungla. Certo, il loro comportamento è simile a quello di molte e molti di noi: facciamo un passo indietro prendendo le distanze dai nostri governanti, come ad isolarli in una bolla dorata. Purtroppo, questa scelta, nella storia dell’uomo, è costata cara a più di un popolo. Dunque, leggiamo la favola dello sciacallo, affinché nessuno sciacallo possa indossar più una corona.

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La storia di Diamantino

DIAMANTINO

Antonio Gramsci 


Oggi vi voglio raccontare la storia di Diamantino, come io stesso la udii, molti anni or sono, intercalata in una lunga e noiosa conferenza pacifista del professor Mario Falchi.

Diamantino era un piccolo cavallo nato in una miniera carbonifera di un bacino inglese. Sua madre – povera cavalla! – dopo aver trascorso i primi e più begli anni della sua vita sulla superficie della terra, soleggiata e allietata dal sorriso dei fiori, tra i quali, garrulo e lascivetto scherza lo zeffiro – era stata adibita al traino dei vagoncini di minerale, a qualche centinaio di metri sotto terra.
Diamantino fu generato così, tra la fuliggine, nel nerore dell’aspra fatica, e non vide mai, l’infelice, i fiorellini dei prati e non annitrì mai, nell’esuberanza dei succhi giovanili, ai zeffiretti profumati di primavera. E non volle neppure mai prestar fede alle bellissime descrizioni che la mamma sua gli andava, di volta in volta, facendo delle bellezze, della luminosità dei freschi e grassi pascoli che allietano il genere equino sulla superficie sublunare del mondo.
Diamantino credette sempre di essere bellamente preso in giro dalla rispettabile sua genitrice, e morì fra la fuliggine e la polvere di carbone, convinto che le stelle, il sole, la luna fossero fantasmi nati nel cervello un po’ tocco della stanca e affaticata trainatrice di vagoncini.


NOTA: Antonio Gramsci scrisse questo apologo paragonando il popolo italiano a Diamantino: un popolo incapace di credere davvero nella libertà e nella sicurezza personale, un popolo incapace di credere che la libertà si potesse davvero raggiungere. La connotazione politico-ideologica è evidente. 
A noi, diversamente, piace rileggere la storia di Diamantino come una storia contro l’ignoranza, la condizione “di chi non sa”. In queste duecento parole è racchiuso un messaggio di straordinaria efficacia per i bambini e per i ragazzi: un invito a vedere, a conoscere e a non fermarsi di fronte al pregiudizio. 

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Che cos’è la libertà?

LA LIBERTÀ

Dino Buzzati (adattamento)


Tempo fa, al mercato, comprai un pesce rosso contenuto in un vasetto rotondo di vetro trasparente. Là dentro l’animale stava stretto e vederlo sbattere il muso continuamente contro il vetro, mi faceva star male. Allora decisi di procurargli una casa meno piccola.
E in giardino feci costruire una bella vasca tonda del diametro di metri tre e profonda mezza gamba .Poi la riempii di acqua fresca e stavo per rovesciarci dentro il pesciolino quando mi venne in mente: lui attualmente si trova in acqua quasi tiepida, se lo getto all’improvviso in acqua fredda, non si prenderà una congestione?
A evitare il rischio, presi una semplice soluzione. Misi sul fondo, così come stava, il vaso di vetro lasciandoci dentro l’acqua e il pesciolino. Con due vantaggi: uno che la bestiola si poteva così acclimatare alla bassa temperatura della vasca; secondo, che più grande, perché inaspettata, sarebbe stata la sua sorpresa, quando si fosse accorto che l’acqua non finiva lì, che la prigione non era più prigione e che tutto intorno si stendeva un grande oceano a sua disposizione. Così feci.
Quando il pesce, risalito alla bocca del vaso, non trovò più ostacoli, si mise a nuotare da una parte all’altra della vasca, entusiasta della inaspettata libertà. Questa allegria durò un paio di giorni.
Tre mattine dopo lo trovai quieto rintanato nel vaso che avevo dimenticato nella vasca. Anche la sera e l’indomani e il terzo giorno successivo se ne stava all’interno del vaso. Allora persi la pazienza e gli parlai: “Caro pesce, scusa, ma mi pare che tu esageri! Ho speso un mucchio di soldi perché tu potessi nuotare libero, tanto mi facevi pena sempre chiuso in quel piccolo vaso, e tu, invece, nel vaso ci ritorni, ci passi intere giornate come se non ti importasse niente di essere libero. Giuro che mi fai cadere le braccia!”
Allora (siccome è una falsità che i pesci sono muti) l’animaletto mi rispose: “O uomo, come sei poco intelligente! Che strana idea della libertà tu hai! Non è l’uso della libertà che importa. Ciò che importa è la possibilità di usarne. Qui è il sapore più squisito. Io amo stare in questo vaso che è così intimo e adatto alla meditazione. Ma so che quando voglio, posso uscirne e fare lunghi viaggi nella vasca (per la quale ti ringrazio).
Era un carcere questo vaso e adesso non lo è più, ecco la differenza. Non solo. Stando qui, io vivo dal punto di vista materiale l’identica vita di prima, quando ero prigioniero ed infelice. Ma proprio questo mi permette di godere della felicità raggiunta.
Io sto nel carcere, ma la porta è aperta. Se per sfruttare questa libertà io corressi dappertutto senza fermarmi mai, a un certo punto sarei sazio. E la soddisfazione cesserebbe. E comincerei a desiderare mari sempre più grandi. Insomma tornerei ad essere infelice. Vedi che della libertà nessuno sa godere più di me. E adesso, per favore, lasciami tranquillo nel mio vaso”.
Al che io me ne andai, scusandomi.


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