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Fratelli gemelli

FRATELLI GEMELLI

Fiaba africana, a cura di Dino Ticli

Art: Indigo Arts

Una donna aveva due figli gemelli, ai quali aveva messo nome Lemba e Mavungu. Il giorno della loro nascita, uno stregone aveva consegnato alla mamma due pietre tonde e lisce.

“Questi saranno i talismani dei tuoi figli” le aveva detto “appendili al loro collo e , quando
saranno grandi, di loro che non se li tolgano mai”.

Cosi la donna aveva fatto, e i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati due bellissimi giovani. Un giorno, Mavungun, stanco della solita vita, decise di partire.
“Io non ho niente in contrario” disse la madre “ma siamo talmente poveri, che non posso darti niente da portare con te”.
“Questo non importa” rispose il giovane “è ormai il momento di mettere alla prova la potenza del mio talismano”.
Salutò la madre e il fratello e si diresse verso la foresta. Qui giunto, colse alcuni fili d’erba, li tocco con il talismano e…

“Che tu sia un cavallo!” disse, buttando per terra il filo più lungo.
“Che tu sia un coltello!” continuò, piegando un altro filo d’erba.
“Che tu sia un fucile!” comandò a un terzo filo d’erba.

Immediatamente un bel cavallo scalpitò davanti a lui, un coltello s’infilò nella sua cintura e un bellissimo fucile appeso alla sua spalla. Mavungun, tutto contento, salì sul cavallo e partì. Cavalcò per parecchio tempo, finché a un certo punto, si sentì stanco e affamato.

“Talismano mio, mi farai morire di fame?” disse, toccando la pietra. Subito, davanti a lui, apparve un sontuoso banchetto. Il giovane scese da cavallo, mangiò e bevve a sazietà, poi tutto allegro riprese il viaggio. Dovete sapere che, non lontano dal posto dove Mavungun si era fermato a mangiare, c’era una bellissima città. Essa era governata da un re che aveva una figlia, assai capricciosa.

La fanciulla era in età da marito, ma, per quando già molti l’avessero chiesta in sposa, ella aveva rifiutato a tutti la sua mano. Mavungun giunse nella città e si fermò sulla riva del fiume. Qui c’era anche la fanciulla, con molte altre compagne; appena vide il giovane straniero, tornò di corsa dal padre e dalla madre e disse loro: “Ho visto l’ uomo che voglio per marito e morirò se non lo sposerò!”

Il padre mandò i suoi schiavi incontro al giovane straniero e lo invitò a banchetto nella sua casa. Mavungun fece al re un’ottima impressione, tanto che, quando il giovane gli offrì molto doni preziosi, non esitò a proporgli di sposare la figlia. Così, con grande allegria e gioia per tutti, si celebrarono le nozze. Nella casa degli sposi c’erano tre grandi specchi accuratamente coperti. Mavungun, preso da una grande curiosità, volle sapere perché fossero coperti.

La moglie gli rispose che era molto pericoloso guardarvi, ma Mavungun insistette tanto che la fanciulla alzò la stoffa che ricopriva il primo specchio e… subito il giovane vide la sua città natale, con tutte le sue strade e la sue casa.
“Chi guarda in questo specchio” disse allora la moglie “vede la città nella quale è nato. Nell’altro specchio, ciascuno vede le città che conosce e che ha visitato nei suoi viaggi”. E così dicendo, scoprì il secondo specchio.

“E il terzo specchio?”
“Il terzo non lo puoi scoprire perché vedresti l’immagine della città dalla quale non si torna”.
“Fammela vedere!” gridò Mavungun, e strappò la tela. L’immagine che gli apparve era terribile, ma il giovane la fissò intensamente e si sentì preso da un grande desiderio di andare in quella città.

“Ti scongiuro, non andarci, perché non tornerai mai più!” lo implorò la moglie. Ma il giovane era deciso; prese il suo cavallo e partì. Cavalcò e cavalcò per tanti mesi, finché un giorno, guardandosi intorno, vide una vecchia, che stava seduta presso un mucchio di sassi bianchi e
neri.
“Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa?” chiese Mavungun.
“Scendi da cavallo e avvicinati” rispose la donna.

Mavungun si avvicinò, ma appena la vecchia gli ebbe toccato la mano, il giovane fu trasformato in una pietra nera e il suo cavallo in una pietra bianca. Il tempo passava, e Luemba era molto meravigliato che il fratello non avesse mai mandato sue notizie; così un giorno; decise di andare alla sua ricerca. Se ne andò nella foresta, colse un pugno d’erba e, per opera del suo talismano, fece trasformare un filo in un cavallo, un secondo filo in un coltello e un terzo filo in un fucile e poi partì. Dopo parecchi giorni arrivò nella città in cui Mavungun aveva preso moglie.

“E’ tornato Mavungun, lo sposo della figlia del re!”
Appena sceso da cavallo, vide una bellissima fanciulla, che gli veniva incontro dicendo:
“Finalmente sei tornato”.
Luemba cercò di spiegare che non era Mavungun.
“Vuoi scherzare, marito mio” lo interruppe la donna, e si mise a ballare per la gioia.
Luemba tentò invano di spiegare chi fosse, ma né la moglie del fratello, né il re, né gli altri abitanti vollero credergli; alla fine, anzi, nessuno stette più ad ascoltarlo. Perciò il giovane dovette tacere e indagare per conto suo, per scoprire che fine avesse fatto Mavungun. L’occasione si presentò subito, perché, quando Luemba entrò in casa, la moglie del fratello gli disse ridendo:
“Spero che avrai perso la voglia di guardare negli specchi!”

“No, invece” disse subito Luemba, “anzi, ti prego di farmeli rivedere”.
Questa volta la giovane non si fece pregare e Luemba poté vedere la città dove era nato, poi i luoghi che aveva attraversati viaggiando, e infine guardò interessato la città dalla quale non si torna. Capì subito che quello era il posto dove il fratello era andato e dal quale non era tornato; perciò, senza perdere tempo, disse:
“Mi ricordo ora di aver lasciato laggiù una cosa molto importante. Vado e ritorno al più presto”.
“Va pure, marito mio; sei appena arrivato, ma, se pensi di dover ripartire, io ti aspetterò. Ma fa
presto”.

Luemba montò a cavallo, prese il coltello e il fucile e corse via al galoppo. Cavalca cavalca, eccolo arrivare in vista del mucchio di pietre sbianche e nere; Accanto al mucchio, stava seduta la solita vecchia.
“Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa?” domandò Luemba.
“Scendi da cavallo e avvicinati” rispose la vecchia.

Luemba scese da cavallo, ma invece di stendere la mano verso la donna, le scagliò addosso il suo talismano. Fu un attimo: il terreno si aprì e la vecchia scomparve mandando un grido terribile. Subito Luemba si avvicinò al mucchio di pietre e cominciò a toccarle con il suo talismano: le pietre
nere si trasformarono in tanti giovani e le pietre bianche in altrettanti cavalli.

Naturalmente in mezzo agli altri, Luemba riconobbe subito Mavungu, e i due fratelli si abbracciarono con molta gioia. Poi rimontarono a cavallo e, senza indugiare, tornarono nella città dove la moglie di Mavungun aspettava pazientemente il marito. Potete immaginare quale fu la meraviglia di tutti, nel vedere i due fratelli così uguali l’uno all’altro.

Vi furono grandi feste, che durarono tre giorni e tre notti e fu ordinato un sontuoso banchetto al quale parteciparono tutti gli abitanti della città. Poi Luemba ripartì e torno nel villaggio natale: la madre ansiosa gli corse incontro chiedendogli notizie di Mavungun; egli la rassicurò sulla sua salute e le raccontò quando era accaduto; poi la condusse nella città dove Mavungun era diventato l’erede del re e là ella trascorse felice i suoi ultimi giorni.

Nel frattempo Mavungun e la moglie entrati in casa s’accorsero che i tre specchi non c’erano più, infatti la magia aveva voluto che nello stesso momento in cui la vecchia era scomparsa, scomparissero anche le tre lastre lucenti. E così nessuno ha più saputo dove fosse la città dalla quale
non si tornava più indietro.

FONTE: letturegiovani.it

 

 

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Il nuvolcorno e il fiume di vento

il nuvolcorno e il fiume di vento

IL NUVOLCORNO E IL FIUME DI VENTO

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un piccolo nuvolcorno che viveva ad Arcobalenia insieme alla sua mamma e che non si era mai allontanato da lei. Un giorno la madre lo chiamò e gli disse: “Sei diventato grande ed è ora che tu esca di casa e cominci a lavorare. Prendi questo sacco e portalo al mulino, che si trova dieci nuvole più avanti”.
Il nuvolcorno prese il sacco e si incamminò. Aveva attraversato solo due nuvole quando trovò la strada sbarrata da un fiume di vento, che scorreva soffiando.
“Dovrei attraversare questo fiume di vento? Ma ce la farò? Sarà pericoloso?”
Il nuvolcorno vide un grosso arcobaleno che sonnecchiava accanto a lui. Era alto almeno cinquanta metri.
“Signor arcobaleno?”
“Sì?” disse lui, stropicciandosi gli occhi.
“È sicuro attraversare questo fiume di vento?”
“Ma certo” rispose l’arcobaleno, “a me fa appena il solletico ai piedi”.
Il nuvolcorno prese la rincorsa, pronto a lanciarsi nel fiume di vento.
“Cosa stai facendo?” gli gridò un palloncino che ondeggiava vicino a lui.
“È pericoloso passare di lì, il vento ti trascinerà via e morirai”.
Il nuvolcorno non sapeva cosa fare, così tornò a casa dalla madre.
“Sono tornato perché un fiume di vento sbarrava la strada e un palloncino mi ha detto che era molto pericoloso e che sarei stato trascinato via”.
“Ne sei sicuro?” chiese la madre al nuvolcorno. “Secondo me potresti attraversarlo”.
“Sì, me l’ha detto anche il grande arcobaleno che dormiva prima del fiume, ma non sapevo a chi credere”.
“E secondo te, chi dei due ha ragione”.
“Non saprei” rispose alla mamma il nuvolcorno.
“I consigli degli altri sono preziosi, ma devi rifletterci con la tua testa, o sarà tutto inutile. La verità sta nel mezzo: il palloncino è piccolo e leggero. Il vento lo trascinerebbe via in un istante. L’arcobaleno invece è gigantesco e il vento lo sfiora appena. Ma tu non sei né palloncino né arcobaleno, sei un nuvolcorno: hai delle zampe piene di forza e sono sicura che riuscirai ad attraversare il fiume di vento”.
Dopo aver ascoltato i consigli della madre il piccolo nuvolcorno partì al galoppo diretto verso il fiume di vento, si tuffò all’interno e scoprì che con la forza delle sue zampe poteva attraversarlo facilmente.

Vi piace questa storia? È disponibile anche come albo illustrato: 

arcobalenia 2 nuvolcorno

 

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COME EDUCARE LE NUOVE GENERAZIONI ALLA LETTURA

Ti riportiamo un’intervista a Daniel Pennac, a proposito del suo libro Come un romanzo. Si tratta di una pagina che ci chiarisce il significato della lettura al di là delle belle teorie e degli idealismi. La lettura, secondo Pennac, non è un obbligo né un dovere. Può, piuttosto, diventare un piacere.

DANIEL PENNAC E LA LETTURA

Quale è il trucco per avvicinare le persone ed in particolare i giovani al piacere della lettura?

Daniel Pennac: (Ridendo) Non c’è trucco! Non esiste un vero trucco per spingere i giovani ad amare la lettura. La lettura è un comportamento e l’unico sistema è di invogliare i giovani a leggere. Per esempio si potrebbe vietare ad un bambino di leggere. (Ridendo) Ti proibisco di leggere! Dite questo ad un bambino ed immediatamente andrà a rubare libri in tutte le librerie, si rinchiuderà da qualche parte per leggerli di nascosto.
Ma parlando seriamente, vietare, per esempio, di guardare la televisione è un pessimo trucco, non funziona! Non è vietando ai bambini di guardare la televisione che gli si insegnerà a leggere. No, semplicemente per trasmettere il gusto della lettura è necessario che voi stessi amiate leggere e che questo piacere traspaia dall’espressione del vostro volto.
Ci deve essere nella vostra fisiologia di lettore o di lettrice una specie di felicità. Almeno per me è così che tutto è cominciato. Ricordo che mio padre leggeva fumando la pipa… C’era la sua poltrona, la lampada, la pipa, il libro, il paradiso…

Se è vero che si impara a leggere a scuola, si può insegnare ad amare la lettura?

Daniel Pennac: Sì, è possibile insegnare ad amare la lettura a scuola. Ma dipende da come intendiamo insegnare. Se consideriamo la letteratura, come in medicina legale, un cadavere da sezionare, non arriviamo a nessun risultato. Se invece un professore, pur facendo questa necessaria analisi letteraria, dedica soltanto due ore alla settimana alla lettura ad alta voce di libri che gli sono piaciuto o alla descrizione di romanzi che lo hanno fatto volare fino alla luna, vedrà che il sistema darà i suoi frutti! Ma durante queste due ore non dovrà chiedere nulla in cambio ai suoi alunni.

E quanto tempo ci metterebbe per leggere un romanzo a scuola? Leggerebbe trenta, quaranta pagine all’ora?

Daniel Pennac: Dipende a quanto vai all’ora! Se vai a trenta all’ora ti serviranno dieci ore per leggere trecento pagine, dieci ore sono appena cinque settimane e non è molto. Sono sufficienti dure ore a settimana per leggere un romanzo al mese, non è male! Se invece vai a cinquanta all’ora…

La lettura è un piacere solitario e silenzioso. Per poterlo trasmettere agli altri va condiviso?

Daniel Pennac: La lettura silenziosa deve essere un risultato. Per me è una vittoria quando leggo un libro ad alta voce ai miei alunni e, ad un certo momento mi sento dire: “Basta Professore, voglio finire di leggere questo libro per conto mio”.

Cosa pensa invece della lettura come possibile argomento di conversazione? Potrebbe anche essere un pretesto per “rimorchiare”?

Daniel Pennac: In questo caso la lettura va utilizzata con molta cautela.
Sono assolutamente insopportabili da ascoltare quelle conversazioni in cui ciò che è stato letto diventa in qualche modo un potere, che sia un potere intellettuale o di qualsiasi altro tipo. Se invece quello che chiamate rimorchiare vuol dire comunicare attraverso un libro, allora sono perfettamente d’accordo.

Come mai le è venuto in mente di scrivere un libro sui diritti del lettore?

Daniel Pennac: Perché una mattina di settembre, dopo aver fatto conoscenza con i nuovi alunni, alla fine della lezione un ragazzo che stava seduto in fondo all’aula ha alzato la mano per chiedermi con un’aria tristissima: “Professore, ci toccherà leggere anche quest’anno”? A quel punto mi sono detto che c’era qualcosa che non andava. Quando un professore di letteratura sente una domanda del genere vuol dire che deve rimettere subito in discussione il proprio metodo di insegnamento della letteratura e l’insegnamento in generale.
In più, quello stesso giorno, dopo essere andato a prendere mia figlia a scuola, all’epoca aveva otto anni, una volta rientrati a casa e dopo essermi messo alla mia scrivania, la vidi arrivare verso di me con il suo quaderno e con la stessa aria triste del ragazzo della mattina, e mi disse: “Papà, mi dovresti fare ripassare la mia lettura silenziosa”.
Mi sono detto che dovevo proprio scrivere questo libro sulla lettura.

Si parla spesso di crisi dell’editoria e delle responsabilità della televisione, Lei smentisce questi dati, ma allora perché non si legge più?

Daniel Pennac: Guardi, mi fanno spesso questa domanda: Perché non si legge più? Ma che strana situazione! Sembra di stare in un film di Bunuel! Siamo in una libreria, ci sono libri dovunque (ridendo) e la domanda è… Perché non si legge più? Ma non è vero! Si legge ancora e si legge molto di più nel 1998 che nel 1898, e anche molto di più che nel 1978! Questo è un luogo comune! Come riuscirebbero allora a vivere le librerie? Vendendo libri, romanzi! Poniamoci il problema diversamente. Naturalmente c’è sempre il fantasma della televisione. La televisione impedisce di leggere? I tre quarti degli intellettuali che conosco ha sia la biblioteca che la televisione. Quello che invece è molto grave nella nostra società moderna, è l’urbanizzazione, l’esclusione dalla città che è il centro della cultura, e quando si caccia la gente dalle città perché è disoccupata e non può più pagare gli affitti troppo cari e la si manda nelle periferie dove c’è soltanto la televisione, questo è molto grave! Ma non si può generalizzare dicendo che la televisione impedisce di leggere. Se fosse così ci sarebbe una soluzione molto semplice, basterebbe buttare i televisori dalla finestra! Ma non è così che vanno le cose. Non è solo colpa della televisione, la colpa è piuttosto di un sistema complicato di esclusione della gente più povera e più lontana dalle città, e della confisca della cultura come se fosse un bene che appartiene solo ai ricchi che vivono nelle città. Il problema che riguarda la lettura è dato dalla forma che sta prendendo la nostra società, in Europa e altrove.

Come si trasforma il libro da oggetto contundente ad oggetto di curiosità?

Daniel Pennac: Un buon sistema potrebbe essere quello di leggere dei libri ad alta voce ai bambini da quando sono piccoli, non picchiarli o rimproverarli se hanno perso un libro o perché ci hanno disegnato sopra. Bisogna dissacrare l’oggetto ed il contenuto deve essere un regalo per il bambino. Una cosa fondamentale è leggere delle storie ed è questo che abbiamo fatto con il libro “Monsieur Malaussène”. In una libreria il mio amico Jean Guérrin leggeva il romanzo ad alta voce. Ripeto è un regalo da fare ai bambini da quando sono piccoli, la famiglia, la madre, il padre, la madrina, il padrino dovrebbero leggere loro delle storie per farli addormentare quando è sera. Lo stesso Paul Valéry, il nostro Paul Valéry nazionale di cui siamo così fieri, ha detto ad una conferenza molto seria rivolgendosi a degli studenti: “Sapete che la Letteratura con una elle maiuscola vuol dire prima di tutto entrare nei vostri cuori attraverso i racconti che vi hanno fatto i vostri genitori ed i vostri nonni per addormentarvi la sera!”

Come immagina il futuro del libro con l’avvento dell’informatica e dei cd-rom?

Daniel Pennac: Non immagino il futuro! (ridendo) Non lo immagino perché è già tutto bello e fatto. Quello che mi sorprende dell’informatica e della “multimedialità” è appunto l’immagine di un futuro presente. Si annullano le distanze e quindi si annulla il tempo. Digitiamo su un “coso” e dialoghiamo con un tizio che vive dall’altra parte del pianeta, ma la cosa incredibile è che non abbiamo nulla di più da dire a quel tizio che al nostro vicino di pianerottolo! Ma non importa, noi digitiamo e annulliamo le distanze… Un secolo fa, per dialogare con questo stesso tizio e andarlo a trovare per dirgli una cosa banale, ci sarebbero voluti trent’anni! Il futuro è quindi questa specie di istantaneità con cui bisognerà convivere. Un’altra cosa sorprendente è che questi modernissimi “aggeggi” rendono gli uomini puramente mentali, questi individui non si occupano magari del loro vicino di pianerottolo che sta crepando a casa sua, dietro la sua porta senza che nessuno se ne accorga, ma sono magari ossessionati da una specie di uomo virtuale con il quale parlano a lunga distanza. Il rischio è di perdere il senso della realtà materiale presente.

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Art Therapy: colorare fa bene, a tutte le età

Colorare rilassa e fa bene, questo lo si sa da tempo. E’ però negli ultimi anni che si è sviluppata la tendenza a creare prodotti editoriali specifici, con raccolte di disegni, spesso davvero molto belli, da riempire di colori e fantasia.

COLORARE I DISEGNI DI ALTRI NON SIGNIFICA ESSERE MENO CREATIVI, ANZI!

Sfatiamo un piccolo mito: colorare disegni già pronti non significa essere meno creativi.

Quello che apparentemente sembra un gesto banale in realtà è un’attività non solo minuziosa e precisa, ma anche estremamente legata alla propria personalità e ai propri gusti: che abbinamenti scegliere? Che toni prediligere? In fondo, i colori ci rappresentano e parlano delle nostre emozioni. Scegliendo come riempire un disegno, scegliamo di parlare di noi.

I BENEFICI DEL COLORARE

Colorare fa bene ad adulti e bambini: aiuta a rilassarsi, a concentrarsi e a ritrovare la calma. Possiamo individuare due grandi benefici che derivano dal colorare:

  • “imparare a sprecare il tempo”: ritagliarsi un momento rigenerante nella frenesia del quotidiano, aiuta a ristabilire le priorità. Il tempo che impieghiamo a colorare, è un dono che facciamo alla nostra mente, pemettendole di fermarsi, cosa che le attività analogiche (come usare il computer, il tablet e lo smartphone) non sempre concedono.
  • “imparare a stare insieme”: il colouring può anche diventare un’attività di gruppo, capace di attivare una serie di meccanismi positivi dati dallo stare insieme e condividere con gli altri.

A CHI FA BENE COLORARE?

Sicuramente non c’è un limite di età per iniziare, né tantomeno per smettere. Esistono libri da colorare pensati per bambini, ma anche per adulti. Nulla vieta di colorare insieme, come si è detto, tenendo conto che, in generale, i libri pensati come “arte terapia” per adulti sono più complessi e ricchi di particolari, pertanto potrebbero risultare un po’ difficili da colorare per i piccoli.

Va anche detto che molti di questi libri non sono solo raccolte di illustrazioni, ma sono pensati come una costruzione narrativa vera e propria, con temi specifici trame floreali, tribali, atmosfere orientali, esotiche, paradisi faunistici, tipografici e culinari. Questa vasta gamma di opzioni ci aiuta a scegliere: proviamo a sperimentare il colouring su temi che ci affascinano, sarà sicuramente più appassionante.

I MIGLIORI LIBRI DA COLORARE

Ecco una selezione di libri dedicati all’Art Therapy, acquistabili online:

Il giardino segreto – Giochi in punta di pennino (Johanna Basford) > Scoprilo su Amazon.it

Libri antistress da colorare – Mandala prodigiosi (Jenean Morrison) > Scoprilo su Amazon.it

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Alla scoperta della dot art

Conosci la dot art? Si tratta di una corrente artistica che realizza opere accostando grossi punti di colore; è conosciuta ai più per essere la tecnica di pittura tradizionale utilizzata dagli aborigeni australiani. 

Eccone un esempio: 

dot art

BREVISSIMA STORIA DELLA DOT ART

In verità, non è del tutto esatto parlare di dot art come tradizione aborigena. Infatti, questa tecnica artistica, non ha neppure cinquant’anni! La dot art è nata nel 1971. Un insegnante d’arte, Geoffrey Bardon, fu assegnato ad una classe di studenti aborigeni, a Papunya.

L’insegnante si accorse che gli aborigeni erano soliti disegnare simboli nella sabbia mentre raccontavano le loro storie. Bardon suggerì ai suoi studenti di dipingere un murale su una parete della scuola imitando quei simboli tradizionali. Quel murale riscosse un incredibile successo; l’insegnante portò avanti la sperimentazione insieme ai suoi studenti, lavorando su altre superfici come la tela e il legno.

Presto, la dot art si diffuse in Australia e nel mondo, come simbolo della cultura aborigena. In realtà, non si tratta di una forma d’arte “tradizionale e antica”, ma del frutto un geniale intervento educativo.

SPERIMENTIAMO LA DOT ART

Il movimento artistico legato alla dot art ha avuto essenzialmente due fasi: una prima in cui si rappresentavano gli oggetti sacri e i simboli della tradizione aborigena e una seconda, che ha astratto i punti dalla rappresentazione del reale e del magico concentrandosi sulla forma.

Entrambi gli aspetti si prestano ad essere portati a casa e a scuola.

LABORATORIO ASTRATTO

Per cominciare, si potrebbe giocare con i punti per imparare ad accostarli in modo armonico. Non solo: si può giocare sulla forma, sulla pressione e sugli effetti di distorsione che si possono applicare a ciascun punto.

Come si fa? 

  • Si utilizza un foglio da disegno bianco o di un altro colore (la dot art ha un’ottima resa anche sul nero e sui colori scuri)
  • Si tracciano una o più linee con il colore a tempera; queste costituiranno l’ossatura del disegno, intorno alle quali andranno inseriti i punti.
  • Con un pennello, uno stecchino o un altro oggetto idoneo (gommino sul retro delle matite, bastoncini di legno, cappucci delle penne a sfera), si realizzano i punti colorati; è possibile utilizzare più colori diversi

LABORATORIO NARRATIVO

Dopo aver familiarizzato con i punti, sarà possibile realizzare bellissime tavole o murali inserendo le proprie figura preferite. Qui sotto trovate un esempio con un geco, uno degli animali simbolo del continente australiano:

dot artCome si fa? 

  • Si comincia da un foglio di carta da disegno nera. Dovendo utilizzare le tempere, sarà opportuno utilizzare una carta di grammatura consistente.
  • Con una matita, si tracceranno i contorni dellea/e figura/e da dipingere
  • Con le tempere, si riempiranno la/le figure
  • Dopo aver terminato le figure, bisognerà incorniciarle con i punti colorati.

Il laboratorio narrativo può essere incentrato sulla dimensione collaborativa: si formano gruppi di 4/5 bambini, che dovranno inventare una storia ciascuno. Poi, ogni membro del gruppo si occuperà di una tavola. In questa versione, la dot art diventa uno strumento trasversale, utile per numerose finalità didattiche diverse.

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Pierrot: come realizzare maschere e bambole

Il nome originale era Pedrolino, poi in Francia è stato rivisitato in Pierrot. In origine era un personaggio astuto e malandrino, innamorato di Colombina, che però gli preferiva Arlecchino. Nel tempo è diventato una maschera romantica e sognatrice.

IL COSTUME DI PIERROT

Trasformarsi in Pierrot è semplicissimo: bastano una tuta bianca e larga chiusa davanti con dei bottoni neri, un cappello nero, un ampio colletto a fisarmonica e una lacrima nera sul viso, la malinconia dei suoi amori impossibili.

MASCHERA DI PIERROT IN CARTOCINO

Cosa ci serve:

  • Cartoncino nero
  • Cartoncino bianco
  • Colla
  • Elastico

Come si fa:

  • Realizza la parte bianca che coprirà il volto, avendo cura di forare adeguatamente lo spazio per gli occhi
  • Ritaglia nel cartoncino nero il cappellino di Pierrot, che andrà incollato alla maschera; applica delle decorazioni ritagliate dal cartoncino bianco
  • Personalizza Pierrot disegnando con il pennarello nero una lacrimuccia e le sopracciglia ad arco
  • Per le femminucce è possibile applicare una striscia di pizzo

BAMBOLE PIERROT

Cosa ci serve:

  • Feltro o avanzi di stoffa
  • Pallina da ping pong
  • Colla a caldo
  • Ovatta per imbottiture
  • Pennarelli

Come si fa:

  • Disegna il volto del vostro Pierrot sulla pallina da ping pong
  • Con la colla a caldo fissa la cuffietta
  • Taglia due triangoli di feltro per il corpo e cuciteli o incollateli ai due lati e sotto la pallina da ping pong
  • Riempi il corpo con l’ovatta e chiudetelo in fondo
  • Applica un colletto bianco sotto il collo

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