Quando un bambino fallisce non dovremmo criticarlo. In questo modo miniamo la sua autostima e lo convinceremo che non ce la può fare.

Questa è una tipica frase da web, che nasconde una grande verità ma anche un grande pericolo. La verità è che la critica non dovrebbe mai esser volta a distruggere una persona, a sminuirla; il pericolo è quello di rinunciare a contestare un fallimento per paura di ferire.

LA CRITICA NON DEVE DISTRUGGERE LA PERSONA

La critica non dovrebbe mai essere rivolta alla persona, in questo caso al bambino, ma semmai ai processi che hanno portato ad un fallimento. Infatti, è sempre bene porre l’attenzione della critica su quello che è stato fatto.

“Mai confondere una singola sconfitta con una sconfitta definitiva”.
F. Scott Fitzgerald

Il fatto che un bambino (ma vale anche per noi adulti) abbia fallito, commesso un errore o raggiunto un risultato scadente non indica che quel bambino sia un fallito.
Ecco perché, il nostro modo di muovergli una critica è fondamentale: aiutandolo a comprendere questo semplice concetto, gli avremo fatto un grande regalo. Prima, però, dobbiamo fare lo stesso regalo a noi stessi: non siamo i nostri fallimenti.

Purtroppo, quando muoviamo una critica siamo quasi sempre coinvolti emotivamente dal fallimento; in altre parole, se critichiamo male (o malissimo) è perché di fronte ad un errore del bambino perdiamo le staffe.
Per riuscire a criticare bene dobbiamo superare la nostra paura, di genitori ed insegnanti: la paura di aver fatto male il nostro lavoro e la paura di crescere un figlio inadeguato.

IMPARIAMO A FAR VEDERE IL FALLIMENTO

D’altra parte, non ha alcun senso, per paura di ferire l’autostima del bambino, nascondergli i suoi fallimenti. Sarebbe assurdo: significherebbe crescerlo ignaro dei suoi limiti, inconsapevole ed incapace di confrontarsi col mondo.

Gli imprenditori registrano in media 3.8 fallimenti prima del successo finale. Ciò che distingue quelli che hanno successo è la loro incredibile persistenza.

 

Lisa M. Amos

E’ giusto che il fallimento sia riconosciuto, dal bambino e da noi grandi. Riconosciuto e vissuto, non tanto come una dimostrazione di scarso valore ma come un’opportunità per crescere. Fallire fa parte della vita; anzi, fallire è necessario per riuscire a raggiungere i propri obiettivi.

In America si usa dire: fail fast, fail often, fallisci in fretta, fallisci presto. Ebbene: per imparare a fallire rapidamente e poi rimettersi in piedi, ci vuole allenamento. Un allenamento difficile, ma necessario per diventare forti davvero.

Il fallimento è dolore, è delusione, è sofferenza. Una delle più grandi illusioni in cui viviamo è quella del “mondo felice” in cui c’è posto solo per le emozioni positive.
In realtà, è nostro compito come educatori (e come persone) insegnare che dietro ad ogni fallimento c’è una bella dose di paura, di rabbia e di sconforto. L’importante è saper trarre vantaggio anche da questi sentimenti negativi. Questa lezione vale per i bambini, ma siamo noi grandi i primi a poterla sperimentare sulla nostra pelle.

COACHING CREATIVO: IL MUSCOLO DEL CORAGGIO

Avete mai sentito dire che il coraggio è come un muscolo? Diventare coraggiosi è una condizione necessario per riuscire a superare i propri fallimenti. Proviamoci insieme: cominciamo a porci ogni settimana un paio di obiettivi ambiziosi (diciamo pure che devono essere abbastanza ambiziosi da permetterci di fallire in almeno uno dei due). Poi, impegniamoci per raggiungerli; potremmo scegliere due obiettivi uguali per tutta la famiglia o lasciare che ciascun membro possa scegliere i suoi.

Sperimentando questo esercizio, otterremo due effetti grandiosi: da un lato, moltiplicheremo i nostri successi; dall’altro, avremo un bel po’ di occasioni per allenare il nostro muscolo del coraggio.

 

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