Educare alla grinta

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La grinta è una componente fondamentale per il benessere: un individuo grintoso riuscirà a raggiungere i propri obiettivi affrontando i problemi e superando gli inevitabili ostacoli lungo il percorso.

Educare alla grinta

Una tra le principali sfide per un insegnante, ma anche per un genitore, è lavorare sulla motivazione del bambino, abituandolo a gestire difficoltà, imprevisti e frustrazione. Angela Duckworth, nelle sue ricerche sulla grinta, afferma che esistono due componenti su cui lavorare:

  • la capacità di affrontare le avversità
  • la passione e l’interesse verso un’attività specifica, un argomento definito, una materia.

Il bambino che ha grinta, per farla breve, non è un automa, impassibile davanti alle difficoltà: come tutti gli altri, proverà rabbia e disappunto, ma saprà reagire. E qui subentra il secondo fattore. Perché questo bambino grintoso reagisce agli imprevisti? Perché ama talmente tanto ciò che fa da voler riprovare, fino a riuscirci.
Motivazione, grinta e passione sono direttamente proporzionali. Gli studi di Angela Duckworth rappresentano la chiave di volta in questa materia: per trovare la motivazione, occorre lavorare sulla passione, indagare il carattere e scoprire i talenti che, come sappiamo, variano da individuo ad individuo (pur essendo una “dotazione” intrinseca in ciascuno di noi).

Ovviamente c’è un rovescio della medaglia: la motivazione non è un fattore stabile nel tempo e può variare, anche in relazione a specifiche circostante od eventi. Qualche tempo fa avevamo approfondito il tema dell’apatia in un articolo dedicato. In estrema sintesi, possiamo dire che l’apatia è la difficoltà ad esprimere la motivazione.
L’apatico presenta alcuni tratti tipici: assenza o scarsità di reazioni emotive, fiacchezza, scarso interesse verso il mondo e le attività quotidiane, indifferenza. Non si tratta di una condizione patologica e non richiede cure mediche o psicologiche. Tuttavia può avere profondi impatti nella vita di tutti i giorni. Ecco perché ci sembra interessante, nei paragrafi successivi, approfondire la teoria sulla Grinta di Angela Duckworth e proporvi alcune strategie per lavorare sulla motivazione.

GRINTA = motivazione + pratica + scopo + speranza

Come dicevamo in precedenza, gli studi di Angela Duckworth si sono concentrati sulla grinta e, di conseguenza, sulla motivazione: cos’è, perché ha un ruolo importante nella nostra vita, cosa la determina e come allenarla e mantenerla costante nel tempo. La studiosa, nel suo libro “Grinta, il potere della passione e della perseveranza” afferma: “Un mondo senza grinta non sarebbe un granché: non potremmo migliorarci giorno dopo giorno, stringere i denti quando viene voglia di abbandonare tutto, superare i nostri limiti e scoprire nuove, inaspettate parti di noi”.

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Ma come si fa ad allenare grinta e motivazione? Occorre lavorare su quattro fattori: motivazione, pratica, scopo e speranza. Si possono definire grintose e motivate solo le persone che sono in grado di mantenere la loro passione nel tempo, con determinazione e perseveranza. In altre parole, la grinta e la motivazione sono più correlate alla resistenza nel tempo che non all’intensità dello sforzo immediato.
È possibile indagare la propria motivazione, focalizzandoci su alcuni aspetti che vedremo nel paragrafo successivo. Nell’ambito dei suoi studi, Duckworth ha elaborato un questionario da auto-somministrare, volto ad analizzare il livello di grinta di ciascuno di noi. Tra i temi su cui riflettere troviamo:

  • quanto nuove idee e progetti ci distraggono o meno da quello che stiamo facendo;
  • quanto ci arrendiamo più o meno facilmente in caso di difficoltà e inconvenienti;
  • la capacità di portare sempre a termine i nostri obiettivi
  • la frequenza con cui cambiano i nostri interessi;
  • la facilità o difficoltà a rimanere concentrati su progetti e attività che richiedono diversi mesi per essere realizzati;
  • l’abitudine a prefiggersi degli obiettivi o, al contrario, a seguire gli interessi o le priorità del momento.

Se volete provare ad utilizzare il questionario, lo trovate in inglese a questo link. Tuttavia, anche solo riflettere sulle tematiche presentate poco fa, in particolare su quanto riusciamo a restare concentrati su un obiettivo, ci dà la misura della nostra grinta o motivazione: per cui il questionario può rifinire la nostra autoanalisi, ma non è strettamente necessario.
Uno dei consigli che Angela Duckworth dà a chi vuole allenare la grinta, da adulto o da bambino, è “la legge della cosa difficile” che lei ha messo in pratica sia a casa, con i suoi figli, che nel lavoro, con i suoi collaboratori. Si tratta di un allenamento molto semplice che prevede tre azioni:

  • scegliere una cosa difficile da fare, attuando una pratica deliberata;
  • si può smettere, ma solo dopo che si è arrivati ad una scadenza prefissata;
  • la cosa difficile da fare si sceglie in libertà e da soli.

Questo allenamento serve a provare, accettando anche il rischio di non riuscire, senza tuttavia abbandonare il campo, almeno fino alla deadline. Lo spiega bene Duckworth nel suo libro: “Incontriamo tutti dei limiti, non solo di talento, ma anche di opportunità. E tuttavia, più spesso di quanto pensiamo, si tratta di limiti autoimposti: un tentativo fallito e concludiamo di aver già battuto la testa contro il soffitto delle nostre possibilità, oppure facciamo appena un paio di passi e cambiamo subito direzione. In entrambi i casi non ci siamo spinti lontano quanto avremmo potuto. Avere grinta vuol dire continuare a posare un piede davanti all’altro, tenere ben ferma davanti agli occhi una meta interessante e significativa, investire ogni giorno nell’esercizio di una pratica impegnativa: avere grinta è andare sette volte al tappeto e rialzarsi in piedi otto volte”.

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La resilienza

Autocontrollo

Le persone con un basso autocontrollo lo usano per uscire dalle situazioni critiche. Le persone con un autocontrollo elevato lo usano per evitare e prevenire le crisi“.
Roy Baumeister

L’autocontrollo è la capacità di regolare le emozioni, i pensieri e il comportamento per resistere agli impulsi e alle tentazioni. Un esempio famoso di autocontrollo è quello del “marshmallow test”: lo psicologo Walter Mischel pensò di testare la capacità di autocontrollo di un gruppo di bambini di quattro anni. I bambini si trovavano in una stanza e avevano di fronte a loro un marshmallow. Lo sperimentatore spiegava loro che, se avessero aspettato per 15 minuti, ne avrebbero ricevuto un altro. Le reazioni dei bambini furono diverse: alcuni di loro mangiarono il marshmallow senza pensarci due volte, altri furono in grado di aspettare un quarto d’ora e ricevettero una ricompensa maggiore.  Mischel tenne d’occhio i bambini dell’esperimento e si accorse che quelli che non avevano mangiato il marshmallow, negli anni successivi ottenevano risultati migliori a scuola.
Trentasei anni dopo, Mischel rintracciò i bambini, ormai quarantenni: quelli contraddistinti da un basso grado di autocontrollo presentavano più frequentemente problemi legati allo stress, a relazioni infelici e all’abuso di sostanze. La capacità di autocontrollarsi aveva guidato quei bambini nel corso della loro vita.
La scuola è una palestra naturale per l’autocontrollo: ai bambini si richiede di regolare un gran numero di impulsi adattandosi ad una serie di regole sociali (necessarie per una buona convivenza e per l’apprendimento). L’autocontrollo è come un muscolo: utilizzarlo comporta uno sforzo; inoltre, se lo esercitiamo costantemente, diventerà via via più forte. Possiamo allenarlo a partire dalla forza di volontà, ovvero “l’abilità di fare quello che desideriamo fare, anche se una parte di noi rema nella direzione opposta” (McGonigal).

Laboratori per educare all’autocontrollo

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La motivazione

Che cos’è la motivazione? In termini molto generali, la motivazione è ciò che spinge un individuo a compiere una data azione. La motivazione può essere scomposta in due macro componenti:

  • la prima è quella che possiamo definire componente energetica, ciò che attiva un’azione (funzione di attivazione)
  • la seconda è la componente direzionale, che orienta l’azione verso un dato obiettivo (funzione di orientamento).

In ambito psicologico, sono stati in molti a studiare le diverse tipologie di motivazione e le loro origini, sia biologiche che cognitive. Nell’ambito dell’Educazione Positiva, la motivazione rappresenta un fattore cruciale perché, secondo alcune ricerche, è un elemento predittivo del successo del singolo individuo.
Non vogliamo incentivare la competizione selvaggia ma, piuttosto, di valorizzare alcune componenti che esulano dal talento in un singolo ambito o materia. Possiamo dire che la motivazione è una sorta di vitamina per il talento: permette di fiorire, in quanto ci aiuta a focalizzare i nostri sforzi per raggiungere l’obiettivo.

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COME PREFISSARSI UN OBIETTIVO

George Doran è tra gli studiosi che hanno focalizzato le loro ricerche sugli obiettivi, la loro importanza per il benessere e le strategie migliori per individuarli.
Doran ha ideato la formula SMART, un acronimo che indica quali caratteristiche che dovrebbe avere obiettivo per essere valido e motivante:

  • S (specific), specifico
  • M (measurable) misurabile
  • A (assignable), conferibile, ovvero deve essere un obiettivo di cui si può far carico una singola persona
  • R (realistic), realistico
  • T (time-related), tempo-specifico, ovvero deve essere un obiettivo il cui raggiungimento si può collocare nel tempo con certezza, anche scomponendolo in una serie di tappe.

Proviamo a portare questa formula nelle nostre vite e a farci domande specifiche sulla validità dei nostri obiettivi: si tratta di un primo passo per capire ciò che ci interessa davvero, ciò per cui vale davvero la pena impegnarsi. A questo proposito, Angela Duckworth propone un ulteriore percorso di analisi dei propri obiettivi, ripartito in tre tappe:

  • scoperta
  • sviluppo
  • approfondimento

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La legge della cosa difficile in classe

Con i bambini della scuola primaria lavorare sulla formula SMART può essere complesso (al contrario, nel pianificare le lezioni e le unità di apprendimento è utilissima); il nostro suggerimento è quello di promuovere la “legge della cosa difficile” presso bambini e genitori.
Nel programma di ciascuna disciplina si incontrano argomenti più semplici accanto ad altri più difficili. Utilizziamo questi ultimi come una vera e propria palestra di grinta, incoraggiando i bambini a provare e riprovare e aiutandoli a non demordere. In questo caso, la collaborazione scuola-famiglia è determinante: accanto ad un ambiente positivo in classe, è opportuno che a casa i bambini siano spronati a raggiungere il proprio obiettivo, a riuscire nella cosa difficile.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

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