Il gioco dei perché

Vi è mai capitato di sentirvi chiedere “perché” da un bambino? I piccoli sono investigatori eccezionali, decisamente non convenzionali e arguti.

Perché non dipingiamo la cameretta con le tempere?

Perché non bisogna mangiare troppe caramelle?

Perché devo mettere il pigiama prima di andare a dormire?

I loro perché, spesso surrealisti ma sempre dotati di un proprio senso, ci colgono il più delle volte impreparati. Quante volte ci capita di rispondere senza nemmeno pensare alla domanda? O rispondere con una frase fatta? O ignorarli nel modo più assoluto (magari distogliendoli dalla domanda)?

Oggi andiamo alla scoperta del gioco dei perché, che dovremmo imparare dai più piccoli per imparare a vivere meglio. Ma perché dovremmo imparare a domandarci il perché delle cose? Semplice: come abbiamo già introdotto nell’articolo “Impariamo a mettere in discussione ciò in cui crediamo“, superare gli stereotipi e imparare a vedere il complesso dietro la banalità è un modo per riflettere su di noi, sulla nostra vita e sulla nostra famiglia. Imparare a pensare bene significa imparare a risolvere i problemi; spesso improvvisando, quasi sempre in modo non convenzionale.

Tuttavia, prima di poter ristrutturare i problemi attraverso il pensiero laterale, dobbiamo riuscire a superare il concetto di “ovvio”; dobbiamo imparare a mettere in discussione i nostri principi, non per demolirli ma per renderli più forti.

SPUNT-ESERCIZIO: chiediti perché

Il gioco dei perché è un classico del pensiero laterale: scavare a fondo nel mondo dei concetti “scontati” è il primo passo per imparare a pensare laterale. Si può giocare da soli o insieme ai bambini. Farsi aiutare da un piccolo di solito rende le cose più semplici e anche più interessanti. Si comincia con una domanda e si esplora un concetto.

Potremmo cominciare chiedendoci: “perché i tavoli sono piatti?” e, a catena, cominciare a farci mille domande sulla natura del tavolo, dei mobili, della vita e della casa. Se “giocate bene”, per ogni vostra risposta ci sarà un altro perché pronto ad attendervi.

Per giocare al meglio, ricordatevi queste regole:

  • nessun perché è stupido
  • nessun perché può essere ignorato
  • mai rispondere ad un perché con una spiegazione già usata prima

Prima di provarci, una riflessione sul perché è un gioco grandioso: come prima cosa, ci “costringe” a metterci allo stesso livello dei bambini, a guardare il mondo dalla loro prospettiva. Solo così possiamo imparare il valore dell’empatia e della condivisione. Secondariamente, ci costringe ad abbattere i muri del pensiero rigido che la nostra società ci insegna. Questo gioco è una sorta di vaccino contro la banalità e i luoghi comuni.

Cominciamo insieme?

Perché è così difficile parlare di educazione?

Conclusione: quanti perché ci sono in una giornata?

Ma allora dovremmo domandarci il perché di ogni piccola cosa? Dovremmo chiederci perché andiamo a lavorare, perché il latte della colazione è color latte, perché esiste la scuola e perché si va a scuola a piedi, o con i mezzi?

No, non è questo l’obiettivo del gioco dei perché: dare le informazioni per scontate ci salva la vita. Ci aiuta a limitare al minimo i problemi e le fonti di stress, ci aiuta a risolvere rapidamente la maggior parte dei piccoli compiti quotidiani. Gli stereotipi ci fanno bene, a patto di sapere cosa sono e quando li stiamo utilizzando.

Ma di fronte a un problema complesso, uno di quei problemi che non si risolve con uno stereotipo, saper accantonare questo pensiero convenzionale sarà l’unico modo per poter trovare una soluzione. Insomma, il perché va imparato, messo nel cassetto e tirato fuori al momento opportuno!

Un manuale di pensiero laterale: questa riflessione nasce dagli spunti proposti nel libro Creatività e pensiero laterale: Manuale di pratica della fantasia. L’autore, Edward De Bono, è considerato un’autorità internazionale nel campo della creatività. Per noi è stata una lettura formativa e ricca di spunti; perché non lo leggete anche voi?

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