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Impariamo a dire “Grazie” per un mondo migliore

Le buone relazioni si fondano sulla gentilezza: un pensiero, un abbraccio, un ringraziamento sincero sono piccoli gesti, ma il potere che hanno su di noi è immenso.
Ecco perché, secondo noi, ogni famiglia ed ogni scuola dovrebbero adottare un “Piccolo Vocabolario delle Parole Gentili” (sarebbe utile anche un piccolo vocabolario delle azioni gentili), un prontuario per far conoscere le parole che hanno il potere di rendere migliori due giornate: quella di chi le pronuncia e quella della persona a cui sono dirette.
Ma come costruire un vocabolario simile? Noi abbiamo provato in rima, quasi per gioco, cominciando da GRAZIE, una delle parole più belle che ci siano:

GRAZIE: è una magica parola
da usare spesso, a casa e a scuola.
Di’ grazie a chi ti aiuta,
a chi dona una rosa.
a chi ti fa un sorriso,
a chi presta qualcosa.
Diamoci la mano, cantiamo insieme, in coro:
GRAZIE è una parola che vale più dell’oro!

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Educare a ringraziare, attraverso l’esempio e attraverso il discorso è molto importante. Riteniamo che sin dalla scuola dell’infanzia si dovrebbero dedicare dei micro-momenti a questo scopo: la nostra filastrocca è un esempio che si può portare in aula, leggendola insieme ed esercitandosi nei contesti reali a metterla in pratica. Naturalmente, accanto alla scuola, anche la famiglia deve farsi portatrice di gentilezza, in modo diverso ma non per questo meno importante.

UN LIBRO PER VOI: L’ALMANACCO DEL CUORE

Se siete genitori o educatori che amano mettersi in gioco, vi raccomandiamo il nostro Almanacco del Cuore.
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Filastrocca delle parole

Filastrocca delle mille parole
alcune di loro sono calde come il Sole
altre brillano come le stelle:
usale spesso, son parole belle.
Infine ci sono le parole oscure:
odio, violenza, guerre e torture.
Quelle andrebbero studiate
solo per essere meglio evitate.

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Siamo tutti “Specialmente Normali”: l’educazione deve abbandonare l'”idealtipo medio”

L’educazione è sempre speciale. L’idea che esistano “bisogni educativi normali” e “bisogni educativi speciali” è pericolosa e discriminante, perché, a ben guardare, vi sono molti più “bisogni speciali” di quanti non se ne rilevino attraverso un test.
Come dovremmo considerare quegli studenti “normali” che soffrono però di seri deficit nell’autostima? E quelli ai quali manca la motivazione? E gli studenti, sempre “normali”, che versano in stati più o meno gravi di analfabetismo emotivo? Per la scuola, così com’è progettata, sono fantasmi. Ad oggi esiste una frattura importante tra il curricolo scolastico e la vita reale, frattura che per alcuni ragazzi trasforma il percorso scolastico in un calvario e che per altri si traduce, più tardi, in una forma grave di “analfabetismo alla vita”.

Ecco perché ci piace parlare di speciale normalità. L’ha definita bene Dario Ianes: “La speciale normalità è una condizione di sintesi tra specialità e normalità, che le contiene e le supera entrambe: la normalità si arricchisce di specificità non comuni, di peculiarità, di risposte tecniche particolari; la specialità va ad arricchire le normali prassi, ne penetra le fibre più profonde e le modifica, le rende più inclusive e rispondenti ai bisogni. Più in generale, nella speciale normalità troviamo condizioni miste, intrecciate, che presentano aspetti diversi: alunni normali che possiedono molti tratti di specialità, alunni speciali con i bisogni essenziali della normalità, risposte speciali che trasformano la normalità e in questo cessano di essere tali, e così via“.

Questo significa che il percorso formativo di ciascuno di noi deve essere speciale, la “speciale normalità” è il requisito necessario perché questa formazione abbia un senso. L’educazione, per funzionare, deve costituire un potenziamento della normalità, non un allontanamento da essa. Dobbiamo evitare la tentazione di costruire “stereotipi”, modelli ideali che saranno sempre e comunque modelli idealtipici medi. Questi modelli non sono d’aiuto a nessuno di noi e anzi, potrebbero danneggiare grandemente qualcuno.

BIBLIOGRAFIA
Ianes D. (2006), La speciale normalità, Erickson
Ianes D. Integrazione scolastica: un intreccio tra speciale e normale, “Rassegna” dell’Istituto Pedagogico Provinciale di Bolzano, Anno XI, agosto 2003

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Riscopriamo l’italiano attraverso la bellezza delle poesie

La lingua è il principale strumento del pensiero umano: essa permette di tradurre i pensieri in parole, permettendo all’individuo di ragionare. È il dispositivo che permette il dialogo interiore delle persone, che consente di articolare i processi mentali e di rielaborare l’esperienza vissuta.

Eppure, se analizziamo le rilevazioni statistiche, il nostro paese è affetto da una seria forma di povertà lessicale, che investe anche le nuove generazioni. Si tratta di un dato preoccupante, specialmente perché “la povertà lessicale limita le possibilità di studio e la fruizione di tutte le forme di comunicazione e quindi incide anche sull’acquisizione delle competenze necessarie per l’apprendimento permanente e per un’attiva partecipazione sociale”. (Bosc, 2019)

I docenti e i ricercatori dell’Università di Torino, coordinati dalla professoressa Emilia Ardissino, hanno proposto una soluzione a questo problema: si tratta del progetto Arricchire il lessico attraverso la poesia, sperimentato nelle classi della scuola primaria, perché è proprio negli anni di frequenza di questo grado d’istruzione che si forma il bagaglio linguistico degli studenti e che si insegna ad apprendere. Nonostante il potenziamento lessicale vada avanti per tutta la vita, è nei primi anni di scuola che si acquisisce la forma mentis necessaria per questo apprendimento life long.

Il progetto mira a potenziare la competenza lessicale attraverso la poesia. Questo genere, infatti, piace ai bambini per via della musicalità e dell’effetto quasi “ludico” che viene offerto dalle rime (come ci ha insegnato il grande maestro Gianni Rodari). Attraverso le poesie, selezionate con cura, è possibile insegnare ai bambini a conoscere nuove parole, a sviscerarne il significato e a farlo proprio, ad usarle come per gioco. Al termine delle letture, inoltre, è possibile testare e misurare l’efficacia della poesia nell’ampliare il bagaglio lessicale degli studenti.

Il progetto ha coinvolto più di 30 istituti piemontesi, con un’ampia partecipazione dei docenti (oltre 200 persone hanno atteso ai seminari) e una raccolta di testi poetici del Novecento che si è fatta via via più ampia, fino a raggiungere le notevoli dimensioni di 200 poesie.

BIBLIOGRAFIA
https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/download/11861/11112/

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Esercizi per sviluppare la mentalità di crescita

La mentalità fissa è una tentazione per tutti noi: l’idea che qualcuno, in virtù della sua intelligenza innata, possa raggiungere qualsiasi obiettivo senza fatica e senza impegno è un mito che accompagna l’umanità dalle origini ad oggi. Purtroppo, le cose stanno molto diversamente e il nostro dovere di educatori è aiutare i bambini a comprenderlo, a valorizzare i propri sforzi e a prendersi cura di sé, lungo un percorso che durerà tutta la vita.

La maggior parte dei bambini che sviluppano una mentalità fissa o assoluta (fixed mindset) la rinforza nel corso della tarda infanzia e dell’adolescenza. Qualcuno, però, potrebbero rivelarsi molto più precoce.
Non è raro sentire una frase come “alcuni bambini sono intelligenti, altri sono stupidi” uscire dalla bocca di un bambino; in alcuni casi potrebbe trattarsi di un’uscita non troppo brillante dei suoi genitori o dei suoi insegnanti, ma spesso si tratta di una conclusione a cui i ragazzi arrivano da soli, in autonomia. Essi infatti osservano gli altri bambini e si accorgono che alcuni di loro riescono a leggere, scrivere, contare e disegnare senza problemi, mentre altri non ce la fanno. E così traggono le loro conclusioni.

Questa mentalità si accompagna al rifiuto per lo sforzo e per la forza di volontà: la mentalità fissa, a differenza di della mentalità di crescita o incrementale (growth mindset) non concepisce che si possa apprendere attraverso gli errori, né che si possano incontrare delle sconfitte. Per questa ragione è importante sforzarsi di educarsi e di educare i propri bambini (figli o studenti che siano) a sviluppare una mentalità di crescita.

EDUCAZIONE PRATICA

Rispetto ad un discorso teorico sulla mentalità di crescita, che risulterebbe eccessivamente astratto e incomprensibile per un bambino fino ai 12 anni, è più efficace un approccio pratico. Ma come possiamo implementarlo? Esistono alcune domande chiave, individuate dalla studiosa Carol Dweck, che potreste utilizzare come spunti di riflessione ogni giorno:

  • Cosa hai imparato oggi?
  • Hai commesso un errore da cui hai imparato qualcosa?
  • Ti sei impegnato duramente in qualcosa oggi?

Se i bambini sono incerti, potreste cominciare con le vostre storie, raccontando dei vostri sforzi e degli errori da cui avete tratto grandi lezioni di vita; non abbiate paura di enfatizzare questi aspetti o di trasformarli in una storia: un po’ di drammatizzazione darà il giusto slancio alla conversazione.

Ecco un secondo esercizio pratico: se i vostri bambini vi raccontano quanto sono stati bravi (es. “Sono stato il migliore della classe”, “Sono un genio”) non negategli il vostro supporto, ma andate oltre. Chiedete loro: “E che cos’hai imparato?”. Questa domanda non dovrebbe suonare come una critica, ma piuttosto come un incoraggiamento ad andare oltre (dovrebbe essere una domanda costruttiva, come abbiamo spiegato a proposito della tecnica ACR).

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BIBLIOGRAFIA
Dweck C. (2017), Mindset: Changing the way you think to fulfil your potential, Robinson

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L’eco della montagna

L’ECO DELLA MONTAGNA

C’era una volta un uomo che amava la montagna. Spesso andava a passeggiare insieme al figlio, un bambino vivace che non stava mai fermo.
Un giorno, mentre il fanciullo correva com’era suo solito, inciampò e finì tra i rovi. “Ahiiiiiii”, urlò.
“Ahiiiiiii”, rispose la montagna.
Il bambino si rimise in piedi divertito e provò a urlare di nuovo: “Ciaooooooo”.
Di nuovo la montagna rispose: “Ciaooooooo”.
A quel punto il piccolo chiamò il padre, per mostrargli la sua scoperta: “Guarda papà, se parlo alla montagna, lei mi risponde!”. Il padre lo abbracciò e sorrise. Poi, rivolto alla montagna, urlò: “Tu sei il mio campione!”.
E, anche stavolta, la montagna rispose: “Tu sei il mio campione”.
Il bambino guardò il padre stupito.
“Vedi piccolo mio, questo è un fenomeno naturale, si chiama eco. Ma, se ci pensi bene, la vita funziona allo stesso modo. Ogni volta che facciamo o diciamo qualcosa, ci viene restituito. La nostra esistenza è semplicemente il riflesso dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Se vuoi più amore nel mondo, crea più amore nel tuo cuore. Tutto ciò che fai, tornerà indietro”.
I due rimasero qualche minuto a contemplare le vette innevate e poi tornarono a casa, con il cuore colmo di gioia.

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