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“Ti auguro di vivere”: una poesia per ricordarci che l’arte è medicina dell’anima

Poeticamente abita l’uomo su questa terra“.
F. Hölderlin

L’uomo deve sopravvivere, prosaicamente. Eppure, la mera sopravvivenza è vita solo a metà: quando abbiamo atteso a tutti i doveri della sopravvivenza, quando abbiamo un tetto sopra la testa e un piatto caldo che ci attende sul tavolo, quando abbiamo provveduto ai bisogni dei nostri bambini, non abbiamo ancora compiuto il nostro destino. Per fiorire dobbiamo scoprire la poesia che dimora nella nostra esistenza, dobbiamo farci poeti e uditori; dobbiamo imparare ad osservare, ad ascoltare e infine a scrivere la nostra storia.
Questa è una delle lezioni più interessanti dei nostri tempi; il primo a parlare di prosa e poesia nella vita è stato Edgar Morin, ma sin dall’antichità gli uomini cercano ristoro nell’arte, medicina dell’anima.
Abbiamo scelto per voi una poesia (del poeta francese Jean Debruynne) che parla di vita, un augurio che al tempo stesso offre una direzione, tra le molte direzioni possibili per ciascuna vita:

Ti auguro di vivere
senza lasciarti comprare dal denaro.
Ti auguro di vivere
senza marca, senza etichetta,
senza distinzione,
senza altro nome
che quello di uomo.

Ti auguro di vivere
senza rendere nessuno tua vittima.
Ti auguro di vivere
senza sospettare o condannare
nemmeno a fior di labbra.

Ti auguro di vivere in un mondo
dove ognuno abbia il diritto
di diventare tuo fratello
e farsi tuo prossimo.

Abbiamo realizzato anche questo template stampabile. Cliccate sull’immagine per scaricare il file PDF.

BIBLIOGRAFIA
JEAN DEBRUYNNE, Les quatre saisons d’aimer, 2010

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Kaori e il seme dell’onestà

il seme dell'onestà

KAORI E IL SEME DELL’ONESTÀ

Testo di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Un tempo, in Giappone, viveva un principe che non aveva ancora trovato moglie. Suo padre era molto in pena: “Devi affrettarti, figlio mio; la mia fine si avvicina e tu diventerai imperatore. Ma potrai salire al trono soltanto se troverai moglie”.
Il principe decise di non contrariare suo padre e si mise a cercare una fanciulla adatta a diventare sua sposa. I saggi consiglieri gli suggerirono di radunare a corte tutte le ragazze del regno, perché così sarebbe stata più facile la scelta.
“Quella che colpirà il mio cuore, sarà la mia sposa”, si disse il principe.
Il giorno stabilito, giunsero a palazzo centinaia di nobili fanciulle, agghindate a festa. Tra loro c’era anche una serva, Kaori, vestita umilmente e senza alcun titolo nobiliare.
“Non andare, purtroppo non puoi competere con le altre, non è il tuo destino”, le aveva detto la madre. Ma Kaori non l’aveva ascoltata: “Anche se non sarò la prescelta, almeno vivrò con la gioia di aver incontrato il principe”.
Quando tutte le fanciulle si furono radunate, il principe lanciò una sfida: “Darò a ciascuna di voi un seme e colei che fra sei mesi mi porterà il fiore più bello sarà la mia sposa, la futura imperatrice”.

Anche Kaori prese il suo seme e lo piantò in un vaso di argilla: lo innaffiava, si accertava che non subisse sbalzi di temperatura, che ricevesse luce a sufficienza. Purtroppo tutti i suoi sforzi erano vani: passavano i mesi e dalla terra non spuntava proprio nulla. Nonostante ciò, la ragazza non demordeva e continuava a curare il semino, nella speranza che nascesse almeno germoglio.
I sei mesi trascorsero e giunse il tempo di tornare a corte a mostrare la piantina nata da ciascun seme. La madre di Kaori cercò di farla desistere: “Non andare, te ne prego. Cosa penserà il principe vedendo il tuo vaso vuoto?”.
Ma la fanciulla non si perse d’animo e la rassicurò, dicendole che sarebbe partita ugualmente, per mostrare al principe il frutto del suo amore paziente. Giunta a palazzo, Kaori vide le altre ragazze portare fiori bellissimi, colorati e dal profumo inebriante. Tutte sfilarono davanti al principe, mostrando il frutto della loro fatica.

Anche Kaori si mise davanti al principe e gli mostrò il suo vaso, pieno solo di terra nerastra. Il principe lo scrutò in silenzio e poi annunciò la sua decisione: “Questa donna che sorregge un umile vaso di terracotta, senza nessun fiore, diventerà mia moglie”.
Ci fu un gran brusio, poiché nessuno capiva le motivazioni del principe. Ma egli spiegò: “Questa donna è l’unica che ha saputo far germogliare il seme dell’onestà e quindi degna di diventare imperatrice. I semi che vi ho dato erano sterili, senza vita. Nulla sarebbe potuto crescere da essi e voi avete tentato di ingannarmi”.
Fu così che Kaori sposò il principe e con lui governò saggiamente il regno.

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L’educazione deve andare alla scoperta del bambino

L’adulto deve cercare di interpretare i bisogni del bambino per seguirlo e assecondarlo con le proprie cure, preparandogli insieme un ambiente adatto. Solo cosi si può iniziare una nuova epoca nell’educazione, quella dell’aiuto alla vita. E potrà aver fine e chiudersi l’epoca in cui l’adulto considerava il bambino come un oggetto che si prende e si trasporta dovunque quando è molto piccolo e che quando è cresciuto deve soltanto obbedire e seguire l’adulto. […]

È necessario, prima di procedere a uno svolgimento educativo, di porre le condizioni di ambiente che favoriscono l’affioramento dei caratteri normali nascosti. A tale scopo basta solo «allontanare gli ostacoli» e questo deve essere il primo passo e il fondamento dell’educazione. […]

Ecco la vera educazione nuova: andare prima alla scoperta del bambino e realizzare la sua liberazione: in questo consiste si può dire il problema dell’esistenza: prima esistere. Poi deve seguire l’altro capitolo lungo come la durata dell’evoluzione verso lo stato adulto, che è il problema dell’aiuto che si deve offrire al bambino.

BIBLIOGRAFIA
M. MONTESSORI, Il segreto dell’infanzia, Garzanti, 2018

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La favola del buon orecchio

LA FAVOLA DEL BUON ORECCHIO

Molto tempo fa, nel lontano Oriente, vivevano due ragazzi. I due erano cresciuti insieme e, crescendo, erano diventati buoni amici. Il primo, Guo, era molto abile a suonare l’arpa e trascorreva le giornate all’ombra di una pagoda, suonando e cantando. Il secondo, Ning, non sapeva fare nulla di che e passava le giornate ad ascoltarlo.

Quando Guo suonava e cantava dei Monti Sacri, Ning chiudeva gli occhi e poco dopo esclamava: “Bravo Guo, grazie alle tue melodie riesco ad immaginare le vette delle montagne, come se fossi lì”. Lo stesso accadeva quando Guo intonava canzoni sul Fiume Azzurro: Ning restava estasiato: “Che bello Guo, la tua musica mi fa viaggiare, come se navigassi su un sampan tra le acque del fiume”.

Un giorno Ning si ammalò gravemente e, di lì a poco, morì. Guo continuò a suonare, ma non era più la stessa cosa, senza il suo amico che stava lì ad ascoltarlo. Così Guo capì una grande verità: Ning, che apparentemente non aveva grandi talenti, in realtà possedeva un dono preziosissimo, quello del “buon orecchio”. Sapeva ascoltare con il cuore e rendere speciale ogni cosa.

Guo decise di tagliare le corde alla sua arpa, perché non aveva senso suonare senza il suo amico. Ma, proprio quando stava per distruggere il suo strumento, capii la grande lezione che aveva appreso da quella perdita: non bastava suonare con maestria, occorreva anche allenare il “buon orecchio”, proprio come faceva Ning.
Da quel momento Guo girò per tutta la Cina per ascoltare, all’ombra delle pagode, altri musicisti ed imparare da loro, onorando la memoria dell’amico.

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Anche Madrid dal 2020 vieterà l’uso degli smartphone nelle scuole

Esistono almeno due buone ragioni per vietare l’uso degli smartphone in classe: migliorare la qualità dell’apprendimento in classe ed evitare i fenomeni di cyberbullismo, fenomeno in aumento anche tra i giovanissimi.
Dopo la Francia, che ha già imposto un simile divieto, anche Madrid, a partire dall’anno scolastico 2020-2021 disciplinerà l’uso dei telefoni in classe. O meglio, ne proibirà l’utilizzo (con l’eccezione degli studenti che ne hanno bisogno per specifiche e motivate ragioni). La misura riguarderà oltre 800.000 studenti spagnoli.
Questo non significa che i ragazzi non potranno portare con sé il telefono, ma che dovranno consegnarlo spento all’inizio delle lezioni e potranno riprenderlo al momento dell’uscita da scuola: una misura che tutela dai fenomeni di cyberbullismo durante l’orario scolastico (sui quali, allo stato attuale, è molto difficile vigilare) e dall’utilizzo improprio del telefono durante la lezione, che può incidere grandemente sull’apprendimento.

In Italia non esiste una posizione ufficiale in merito: negli ultimi anni si sono susseguite direttive contrastanti e al momento sono pochi gli istituti che, nell’esercizio della propria autonomia, accolgono un regolamento simile. Tra questi, un istituto a Biella che per l’A.S. 2019-2020 ha introdotto in tutte le sue classi un pannello a tasche in cui gli studenti devono depositare il proprio dispositivo all’inizio delle lezioni (qui l’articolo). La Regione Valle d’Aosta è stata la prima regione italiana ad approvare una mozione per sollecitare gli istituti scolastici ad intervenire in questo senso.
Secondo noi, limitare l’utilizzo dello smartphone, almeno durante l’orario scolastico, è un passo avanti importante per combattere il cyberbullismo (la maggior parte dei casi avvengono proprio entro i confini delle mura scolastiche) e per educare ad un uso sano del digitale, che ha il potenziale per migliorare la qualità della vita, ma che non deve diventare un universo parallelo totalizzante.

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Viviamo in un mondo in cui tutti vogliono parlare e nessuno ascolta più

Ogni giorno, trascorriamo molto tempo a contatto con gli altri: amici, parenti, colleghi. Ci capita di chiacchierare, discutere, raccontare ed ascoltare. Spesso tuttavia il nostro ascolto è distratto da una sorta di rumore di fondo: le notifiche dei social, gli alert delle chat, i mille pensieri che si affastellano nella nostra mente e ci creano ansia.

La nostra epoca è caratterizzata da comunicazioni veloci, spesso frammentate e frettolose. Il risultato, purtroppo, è che veniamo privati nostro malgrado di un dono indispensabile per il nostro benessere e per quello altrui: la capacità di ascoltare.
Non critichiamo nessuno, non è facile trovare il tempo per noi stessi, figuriamoci per gli altri. Tuttavia, l’ascolto attivo è una potente medicina: ci aiuta ad essere più genuini  e più empatici nelle nostre relazioni. Come fare ad allenarci ad ascoltare di più e meglio?

L’attenzione è una grandissima conquista: non solo una forma di rispetto per il nostro interlocutore, ma anche un dono. Nell’ascoltare, ci rendiamo disponibili, sveliamo noi stessi. Per farlo, è prima necessario imparare ad ascoltare noi stessi, a capire i nostri bisogni più profondi.
A questo proposito, oggi vogliamo proporvi uno spunto di riflessione, basato sul libro di Julia Cameron, intitolato “La via dell’artista”. L’autrice propone un esercizio denominato “L’appuntamento con l’artista”. In pratica si tratta di fissare un appuntamento a settimana con noi stessi, dedicandoci a qualcosa che ci ispira e a cui normalmente
non dedichiamo tempo.
L’obiettivo più palese di questa attività è ritrovare la creatività perduta e coltivare il proprio benessere. Ma che c’entra con l’ascolto attivo? L’autrice, per rispondere a questa domanda, cita la giornalista statunitense Brenda Ueland: “Perché mai dovremmo utilizzare tutti il nostro potere creativo? Perché non vi è nulla che rende le persone così generose, vivaci, audaci e compassionevoli, così indifferenti alla guerra e all’accumulare oggetti e denaro”.
Per allenare l’ascolto attivo, il primo passo è dunque ascoltare noi stessi e anche il bisogno di raccontarci, scegliendo il canale espressivo a noi più congeniale. La creatività, in questo senso, rappresenta un ottimo strumento per esprimerci, per farci conoscere e per rallentare, aprendo il cuore ad una comunicazione più profonda e più attenta.
Solo così potremo comprendere il bisogno degli altri di essere ascoltati.

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