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Le responsabilità non sono un problema

Oggi vogliamo recuperare due riflessioni dello psichiatra Paolo Crepet, che da sempre si scaglia con forza contro l’attuale generazione di genitori. Secondo lui, gran parte dei problemi dei nostri ragazzi deriva proprio da una classe di genitori che ha rifiutato il proprio ruolo, preferendo quello di amiconi.

Quando il buonismo educativo è così pregnante, non va bene. Noi non abbiamo più figli, ma piccoli Budda a cui noi siamo devoti, epr cui possono fare tutto. Scelgono dove andare a mangiare, in quale parco giochi. Siamo diventati genitori che dicono sempre di si. Ma questo è sbagliato. Esposti. Quando diventeranno grandi ci sarà qualcuno che gli dirà di no. Magari alla prima frustrazione amorosa. Magari al primo lavoro. I genitori vanno al primo incontro di lavoro del figlio di 26 anni. Poi c’è gente che non manda i figli all’Erasmus perché fa freddo. Sono un disastro questi genitori. Non possiamo generalizzare, ma in molti casi è così.
Paolo Crepet

Perché i genitori versano in questo stato disastroso? Cosa ha portato a una generazione di adulti pronti a dire sempre di sì ai propri figli e a evitare loro qualsiasi problema? Il declino della responsabilità:

“Colpa di chi ha detto loro che le responsabilità sono un problema, mentre invece sono il metro con cui si misura la propria crescita. Sono le responsabilità e la capacità di prendere in mano la propria vita che definiscono l’essere adulto e lo differenziano da un bambino. L’idea di trovarsi una generazione di eterni adolescenti a quarant’anni fa veramente gelare il sangue”.
Paolo Crepet

Ed è proprio sul tema della responsabilità che vogliamo invitarti a riflettere (e sul quale riflettiamo anche noi, ogni giorno): le nuove generazioni di genitori hanno paura della responsabilità? Come affrontiamo la nostra responsabilità di genitori?

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Giochi sull’amicizia: ragnatela dell’amicizia

La ragnatela dell’amicizia è un classico gioco sull’amicizia utilizzato per l’accoglienza scolastica, che si può adattare anche per diventare un momento di gioco collettivo.

Per cominciare, ci si siede tutti in cerchio, ciascuno con le proprie matite e un foglio bianco. L’insegnante dovrà avere con sé un grosso gomitolo di lana colorata. Ogni bambino dovrà disegnare il proprio ragnetto, scrivendo il suo nome sotto l’illustrazione. Poi, il maestro darà il gomitolo ad un bambino. Questo dovrà srotolarlo passandolo ad un amico. A turno, ogni bambino dovrà passare il gomitolo ad un amico o ad un compagno, finché tutti non l’avranno ricevuto e passato. L’ultimo bambino chiuderà il cerchio restituendo il gomitolo al primo.

Dopo aver terminato il gioco, è possibile riprodurre su una circonferenza la forma della ragnatela: sarà sufficiente inserire sulla circonferenza i nomi di tutti i bambini nell’ordine in cui erano seduti e ricostruire i vari passaggi: otterrai un bellissimo disegno geometrico da colorare. Il gioco dell’amicizia è utile per approfondire le dinamiche sociali all’interno della classe, così come per monitorarne l’evoluzione.

Ecco due immagini che abbiamo trovato su “Il blog della nostra classe“:

ragnatela dell'amicizia

ragnatela dell'amicizia

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GINNASTICA: NE FACCIAMO TROPPO POCA

Dopo le ultime dichiarazioni del ministro dell’istruzione Bussetti sull’educazione motoria, abbiamo pensato di cercare in rete qualche informazione sullo stato dell’arte di questa disciplina nei sistemi educativi europei: guardare al di fuori del proprio orticello è sempre una buona pratica. Abbiamo trovato un rapporto Eurydice pubblicato dall’Unione Europea che sintetizza curricoli, orari e titolo dei docenti per i vari paesi europei.

A livello primario, in metà dei paesi, l’educazione fisica obbligatoria rappresenta circa il 9-10% dell’orario totale. Questo, per una classe a 30 ore (modulo) significherebbe un totale di 3 ore dedicate all’educazione motoria, mentre per una classe con il tempo pieno a 40 ore significherebbe ben 4 ore dedicate all’educazione motoria.

In Italia, purtroppo, la materia è obbligatoria, ma l’orario è flessibile. Formula burocratese per dire che, alla fine, ognuno fa a modo suo (o come disposto dai singoli istituti). La maggior parte dei plessi scolastici, se provvisto di palestra, dedica un’ora settimanale all’educazione motoria. I più fortunati integrano con una seconda ora. Questo, nel caso del tempo pieno, significa che i nostri ragazzi dedicano alla ginnastica la metà (o, peggio ancora, un quarto) del tempo rispetto agli altri studenti europei.

Un grave danno, sia in termini di competenze motorie che vengono trascurati, sia in termini culturali. Dal rapporto citato, infatti, emerge chiaramente che negli altri paesi europei l’educazione motoria è legata a filo doppio con l’educazione alla salute: ginnastica e movimento, ma anche regole alimentari e buone pratiche per mantenersi in salute.

Concludiamo questa breve riflessione riprendendo Arthur Schopenauer, quando ci diceva che “la salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente“.

FONTI E BIBLIOGRAFIA

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Lavinia

Lavinia è un nome femminile italiano.

LAVINIA: SCHEDA DEL NOME

Questa è la scheda del nome Lavinia di Portale Bambini; una simpatica scheda stampabile in cui puoi trovare un riepilogo di tutte le principali informazioni legate a questo nome:

lavinia origine nome significato onomastico

Vuoi stampare la scheda del nome LaviniaClicca qui.

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL NOME LAVINIA

Lavinia è un nome di origine etrusca il cui significato è ignoto. Alcune fonti riportano Lavinia con il significato di “pura”. Questo nome è legato all’epica: Lavinia, infatti, è la donna che Enea sposò una volta giunto in Italia.

ONOMASTICO DEL NOME LAVINIA

Lavinia è un nome adespota: non esiste alcuna santa o beata con questo nome. L’onomastico, dunque, si può festeggiare il 1 novembre, giorno di Ognissanti.

CURIOSITÀ

Il colore legato al nome Lavinia è il blu, mentre la pietra portafortuna è lo Zaffiro.

SCOPRI I LIBRI DEI NOMI DI PORTALE BAMBINI

Questa scheda fa parte del progetto “Libro dei nomi” di Portale Bambini: una raccolta open source di nomi maschili e femminili completi delle loro schede illustrate da stampare. Ci auguriamo che queste schede possano essere donate a migliaia di bambini, aiutandoli a non dimenticare le proprie radici. Il diritto al nome (e alla conoscenza di esso), infatti, è incluso tra i diritti fondamentali dei bambini.

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L’intelligenza emotiva è indispensabile a chi insegna

L’intelligenza emotiva è una componente essenziale della psiche umana ed è necessaria per comprendere l’altro da sé. Si può riassumere così il pensiero che Umberto Galimberti ha espresso in occasione della fiera Didacta, a Firenze. Il professore ha partecipato all’incontro “Educazione Emozionale a scuola: il Metodo RULER”.

Il metodo RULER di educazione socio-emozionale (SEL), è un metodo nato dal team della Yale University e adattato al contesto italiano dal 2013 da PER Lab.

Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perché, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli. Il rapido appagamento offerto dal giocattolo impedisce ai bambini di annoiarsi, quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi“.
Umberto Galimberti

Secondo Galimberti, l’eccesso di tecnologia nella scuola, nella didattica ma soprattutto nel pensiero dominante, induce ad una società caratterizzata da un assetto emozionale e sentimentale dissestato, terreno fertile per la nascita di problematiche quali il bullismo.

L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo, perché la pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni“.
Umberto Galimberti

In conclusione, Galimberti propone due soluzioni: la prima è la riduzione del numero di alunni per classe, con un massimo di quindici studenti (soluzione che a nostro avviso è assolutamente utopica per ragioni finanziarie, legate alle strutture scolastiche e al numero di docenti); la seconda è quella di selezionare e formare i docenti anche in base ai criteri emotivi e non solo sulla base conoscitivo-didattica. Se una persona non è empatica e non è in grado di appassionare gli altri, non dovrebbe fare l’insegnante. Vero, ma chi potrebbe misurare l’empatia? E come?

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SBAGLIANDO S’IMPARA

Questa sera vogliamo riflettere sul ruolo educativo dell’errore. Lo spunto ce lo fornisce Neil Postman “È sorprendente vedere come gli studenti possano perdere una parte della loro paura di sbagliare, profondamente radicata in loro, quando si trovano con un insegnante che non chiede loro di essere nel giusto, ma soltanto di unirsi a lui nella ricerca dell’errore: del suo come del proprio”.

L’errore è un elemento essenziale dell’apprendimento, eppure è così difficile imparare ad accettarlo. Senza errore, non esisterebbe il progresso, né la scienza. La scienza moderna, infatti, si basa sulla ricerca degli errori insiti in una teoria piuttosto che sulla ricerca di casi che la confermano (è il falsificazionismo del filosofo Karl Popper).

Eppure, l’errore fa paura (anche ad alcuni scienziati, mica solo agli scolari). Ma dove nasce la paura di sbagliare? Secondo noi dal timore di un giudizio, dal timore di perdere la stima e l’affetto di colui che quel giudizio si trova a doverlo mettere. E qui ci si ricollega alla bella frase di Postman con cui abbiamo aperto.

L’errore smette di fare paura quando cessa di essere l’elemento su cui si fonda un giudizio. “Hai sbagliato dunque hai ottenuto il voto X” andrebbe sostituito con “Hai sbagliato, per cui cerchiamo l’errore X e correggiamolo”. Il voto, beninteso, è necessario per uniformare la verifica e l’annotazione degli apprendimenti della classe, ma non dovrebbe diventare un metro di giudizio dello studente. Dovrebbe, semmai, esser trattato alla stregua di un indicatore statistico (un po’ come i risultati dei testi Invalsi).

Ricordiamo sempre che il maestro Alberto Manzi, di fronte all’obbligo di valutare gli studenti in modo standardizzato, aveva fatto coniare un timbro che recitava: “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Il maestro sosteneva che i giudizi finissero inevitabilmente per bollare un ragazzo, mentre questo è un’entità in cambiamento, in continua evoluzione. Il segreto? Correggere gli errori facendo capire chiaramente che non si vuole correggere la persona. Questo vale per gli insegnanti come per i genitori.

 

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